Sudanese demonstrators gather in Khartoum's twin city Omdurman on January 20, 2019, during an anti-government protest. - President Omar al-Bashir today rejected accusations by rights groups that Sudanese security forces have killed protesters during a month of demonstrations against his rule. (Photo by STRINGER / AFP)

Il futuro incerto del Sudan
tra proteste e continue tensioni

Non si fermano le proteste in Sudan, dove oramai dallo scorso 19 dicembre gruppi di manifestanti con cadenza quasi quotidiana si riuniscono tanto nella capitale Khartoum quanto in altre città importanti del Paese. Da quando è al potere, ossia dal 1989, il presidente Omar Al Bashir raramente ha avuto a che fare con un dilagare così repentino delle proteste. Tutto inizia quando, lo scorso 19 dicembre per l’appunto, i primi manifestanti si riuniscono per protestare contro l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e del carburante. Da allora, è un susseguirsi di tensioni e scontri.  

Tra scontri e rassicurazioni di Bashir

Difficile vedere il confine, specie quando si tratta di medio oriente, tra il livello di spontaneità delle manifestazioni ed il soffiare sul fuoco di elementi interni od esterni al Paese. Al momento non ci sono veri e propri gruppi che rivendicano scioperi e manifestazioni, si parla più generalmente di cittadini che esprimono l’insofferenza per condizioni di vita divenute eccessivamente difficili. Di certo, andando a guardare anche alcuni dati economici, un’insofferenza da parte della popolazione è più che giustificabile. A fronte di salari rimasti agli stessi livelli da alcuni anni, vi è un’inflazione che raggiunge importanti livelli. Non è un caso che la prima manifestazione scatta all’indomani di nuovi rincari di generi di prima necessità. Una situazione che spinge diverse famiglie sul lastrico e che rischia di far aumentare il numero di coloro che vivono sotto la soglia di povertà. Difficoltà queste, riconosciute nei discorsi degli ultimi giorni dallo stesso presidente Al Bashir. Il capo di Stato, che quest’anno celebra i trent’anni dalla presa del potere, promette interventi e nei prossimi giorni dovrebbero essere approvati provvedimenti per aumentare salari e pensioni minime. 

Ma al tempo stesso, Bashir mette in guardia da agenti esterni: “Ci sono traditori ed agenti stranieri che complottano contro il Sudan”, tuona il presidente sudanese. Il riferimento alle ingerenze straniere non è solo inerente ad eventuali attori esterni che soffiano sul fuoco delle proteste, ma anche alle politiche degli ultimi anni ne confronti del suo Paese: “Da vent’anni c’è una guerra economica contro il Sudan – afferma infatti Bashir – Abbiamo l’embargo perchè il Sudan ha rifiutato di vendere la sua indipendenza e dignità in cambio di dollari”. Dunque, se da un lato si riconoscono le difficoltà, dall’altro non manca il dito puntato contro presunte ingerenze straniere. Pur tuttavia, il leader del Paese africano si mostra tranquillo: “Non sarà possibile uscire dall’attuale crisi da un giorno all’altro – si legge su RivistaAfrica – Ma conosciamo la strada”. Le proteste intanto proseguono ed anche in questa settimana si registrano scontri ed interventi della polizia.

Khartoum smentisce presenza di mercenari russi al suo fianco 

Non è solo Bashir comunque a parlare di ingerenze esterne in questo momento delicato per il suo Paese. Anche i suoi detrattori parlano di possibile uso di agenti stranieri nelle manifestazioni, anche se dall’altro lato della barricata. Nei giorni scorsi infatti, il The Times ha dato spazio ad alcuni non meglio precisati oppositori di Bashir. Secondo loro, ad aiutare le forze governative nella repressione delle proteste sarebbe la società di contractor russi “Wagner“. Proprio sul quotidiano britannico sono state anche diffuse foto che ritraggono alcuni soggetti, a bordo di camion da cui assistono ad una manifestazione, con tute e simboli che richiamerebbero quelli della Wagner. Il condizionale è però d’obbligo, in quanto le foto non appaiono nitide ed è impossibile accertare la veridicità di queste dichiarazioni. Ma gli oppositori intervistati, affermano di aver visto personalmente militari non sudanesi aiutare ed addestrare le forze dell’ordine governative. 

Contro questa ricostruzione tuttavia, come si legge su Agenzia Nova, arrivano le smentite ufficiali del governo sudanese. “Il servizio che ci accusa di usare mercenari russi è completamente falso – afferma Ahmed Bilal Osman, ministro dell’interno del Sudan – La situazione è assolutamente sotto controllo e non serve l’impiego di mercenari stranieri”. Secondo Osman inoltre, le informazioni arrivate tramite il servizio del The Times sarebbero orchestrare apposta per screditare il suo governo e renderlo più debole agli occhi sia dei suoi stessi cittadini che degli osservatori internazionali.