German Chancellor Angela Merkel gestures during a joint press conference with the Greek prime minister  in Athens on January 10, 2019. - German Chancellor Angela Merkel arrived in Greece amid tight security on January 10, 2019, as she looks to turn the page on the biting austerity measures that sparked major protests during her last official visit to Athens in 2014. (Photo by Louisa GOULIAMAKI / AFP)

Rischio recessione più concreto
E la Germania ora corre ai ripari

Rigore, austerità, tagli alla spesa pubblica, riduzione della previdenza, privatizzazioni. La doxa economica che l’Unione europea a trazione tedesca ha a lungo perorato negli ultimi anni si può identificare chiaramente con questi cinque concetti.

Paese centrale in Europa, la Germania ha, sin dall’introduzione della moneta unica, plasmato un’Europa a sua immagine e somiglianza. La normalizzazione monetaria ottenuta attraverso il rigido controllo dei prezzi, la promozione delle misure di austerità che hanno aggravato i problemi dei Paesi indebitati e fragili della “periferia” (la Grecia sopra tutti) e la deflazione interna, con i pacchetti di riforme del lavoro Hartz e la depressione salariale piattaforme di lancio di un’economia export-led, hanno disegnato l’architettura della supremazia tedesca. A cui una moraleggiante retorica sul “rispetto delle regole”, violate con persistenza da Berlino con i suoi surplus commerciali fuori scala, fungeva da utile amplificatore sotto il profilo narrativo.

La crisi del modello tedesco viene dall’interno

La “locomotiva d’Europa”, tale non lo è mai stata nell’ultimo ventennio, dato che i suoi tassi di crescita si sono assestati attorno all’1,5%, ma la situazione venutasi a creare ha delineato il quadro geoeconomico e geopolitico in cui Berlino ha costruito la sua supremazia nel continente. Prima che un’architettura sostenuta da pochi Paesi favorevoli per ragioni strutturali allo stesso vangelo economico (Olanda in primis) iniziasse a mostrare tutte le sue criticità. Sul piano continentale, con l’emersione delle faglie interne all’Unione e una crescente ribellione elettorale. Sul piano interno, con l’emersione di gravi problemi sociali.

Angela Merkel lo aveva fiutato, nei mesi scorsi, e ha deciso di porre in essere dei moderati adeguamenti pensionistici per rafforzare uno Stato sociale ridotto al minimo. Ma non basta. La crisi interna della Germania ha radici piantate agli albori del XXI secolo, in quelle riforme Hartz che flessibilizzarono in maniera estrema il mercato del lavoro e ridussero la previdenza, fornendo un utile assist al modello basato sulle esportazioni e sul ristagno della domanda interna. Nella pancia della società, scrivevamo, “covavano i germi per l’aumento della disuguaglianza e dell’instabilità, dando ragione ai più drastici critici della riforma Hartz, esponenti del sindacato e della sinistra poi confluiti nella Linke tra cui spiccava l’ex Presidente socialdemocratico Oskar Lafontaine, che la accusavano di aver disposto “la povertà per legge”.

Tutti i dolori della Germania

E i dati recenti sembrano confermarlo: “I lavoratori dipendenti sono fermi al palo”, sottolinea Il Tempo. “Quasi quattro milioni di loro percepiscono uno stipendio inferiore ai 2mila euro lordi (e il costo della vita, lassù, non è uno scherzo). Otto milioni di tedeschi hanno bisogno di sussidi statali per tirare avanti. Spesso il posto fisso non basta e si scatena la corsa all’assistenza. Il reddito medio dei meno abbienti – il 40 per cento della popolazione – è precipitato del sette per cento nel primo quindicennio del 2000. Nello stesso periodo, quello del 10 per cento – i più ricchi – è volato al venti per cento in più”. 

Nel mese di novembre, proprio le esportazioni dalla Germania hanno suonato il campanello d’allarme a livello macroeconomico: sono calate dello 0,4% rispetto al mese precedente rimanendo invariate nell’ arco di un intero anno. Nello stesso periodo il surplus commerciale della Germania è calato da 23,8 a 20,5 miliardi di euro. La Germania si prepara per il 2019 a uno scenario recessivo. E per cercare di porvi rimedio, il governo pare pronto a sacrificare 13 anni di ortodossia rigorista targati Angela Merkel sull’altare di politiche economiche più performanti. Riscoprendo gli investimenti. Riscoprendo la lezione di John Maynard Keynes.

Berlino pronta ad accrescere gli investimenti

Lezione mai confutata, per quanto a lungo messa in secondo piano dalle teorie economiche neoliberiste, fautrici del ruolo minimo dello Stato: nei periodi di recessione, l’intervento pubblico nell’economia è benemerito se, attraverso la spesa in deficit, riesce a rafforzare gli investimenti, l’occupazione e i consumi. Dopo aver per anni lucrato sul piano strategico da un modello focalizzato sul lato dell’offerta e sul versante monetario, Berlino ne conosce i costi sociali.

E si prepara, sottolinea La Stampa, a porre in essere le “misure negate finora da Berlino a paesi in crisi come la Grecia o la stessa Italia in nome del sacro dogma della disciplina di bilancio e del rigore finanziario. Ma questa volta a rischiare la crisi è la Germania stessa e per Berlino i dogmi di ieri, come per incanto, non hanno più il peso di un tempo”.

Per prevenire un’ eventuale recessione e smorzare gli effetti di una forte contrazione del Pil, il ministro socialdemocratico alle Finanze e vice cancelliere Olaf Scholz punta a sviluppare “ingenti stimoli della congiuntura attraverso investimenti pubblici nelle infrastrutture del Paese. Gli interventi verrebbero adeguati a seconda della gravità della crisi e ammonterebbero da un minimo di 17 ad un massimo di 35 miliardi di euro”. Questo per riportare la crescita in terreno positivo e ovviare al calo delle esportazioni, particolarmente grave per i colossi dell’auto (Audi, Mercedes Benz, Bmw e il gruppo Volkswagen), a loro volta attratti con sempre maggior forza dall’amministrazione Trump affinché separino i loro destini da quelli delle relazioni tedesco-americane.

Nell’era della grande incertezza lo Stato è necessario

La Germania può permettersi di non subire danni politici dall’inversione di rotta della sua politica, che di fatto dà ragione a coloro che da anni criticano le distorsioni causate, a partire dal tessuto sociale della Germania stessa, dal mercantilismo monetario di Berlino, favorevole alla proiezione della sua grande industria esportatrice. Come ha acutamente fatto notare Sergio Cesaratto in Chi non rispetta le regole, la Germania e gli altri Paesi in forte surplus commerciale, come l’Olanda, “hanno approfittato dell’indebitamento e delle importazioni dai Paesi periferici per accrescere le proprie esportazioni e […] ora violano la regola del gioco fondamentale di aiutare il riequilibrio all’interno dell’unione monetaria espandendo la propria domanda interna”.

Rinnegare il “vangelo dell’austerità” potrebbe, in prospettiva, porre un freno a questa violazione sistemica che si è ripercossa nel cuore dell’Eurozona, aumentando il divario strutturale tra i diversi Paesi. E ci ricorda, una volta di più, quanto nell’era della globalizzazione, fonte di incertezze e sfide continue, il ruolo dello Stato nell’economia sia fondamentale. Per promuovere la crescita, fungere da volano di investimenti e, soprattutto, da strumento di riaffermazione del primato della politica sull’economia. L’opposto di quanto predicato per anni dai leader tedeschi.

Di fronte a un contesto che vede una volatilità pesante nelle borse, le incognite commerciali, i timori per il dopo Brexit e un sistema bancario interno dissestato, come testimonia il caso di Deutsche Bank, che il governo tedesco appare pronto a salvare, anche la Germania ordoliberista sembra averlo capito. Meglio tardi che mai? Presto per poterlo dire. Perché sulla capacita della “Grande Coalizione” tra l’Unione e la Spd, in passato patrona assoluta dell’austerità, di applicare pienamente politiche keynesiane improntate allo sviluppo è lecito nutrire diversi dubbi.