Nelle favelas è tolleranza zero

Quando parte l’azione e il gruppo di soldati inizia a penetrare nel complesso budello di viuzze e stradine tra le tenebre, tutt’intorno cala un silenzio irreale. La favela sa che quando i poliziotti partono in numero consistente, il colpo, sempre in canna, può partire facilmente. I vicoli, becos e vielas, prima affollati si svuotano in un attimo.

La gente ha paura, si allontana. I trafficanti tendono le orecchie ai rumori che rimbalzano sui muri delle case di mattoni spogli. Si sentono i passi e il rumore delle armi dei soldati che passano di spalla in spalla, a seconda della direzione verso cui le canne dei fucili sono puntate. E’ un avanzare rapido ma cauto. I nervi tesi, l’attenzione massima.

La guerra di posizione va avanti così tutte le notti nelle favelas pacificate di Rio de Janeiro. I trafficanti sono rimasti nelle comunità e continuano a portare avanti le proprie attività. Non più sfacciatamente e alla luce del sole. La presenza opprimente della polizia contende loro lo spazio fisico fino a qualche anno fa completamente nelle mani dei donos, i padroni della favela, ora costretti a gestire dall’esterno.

Nel corso degli ultimi mesi, a causa alla crisi militare, economica e di credibilità, i criminali hanno però guadagnato nuova forza, e gli attacchi contro la polizia si sono fatti molto più frequenti in molte favelas. La polizia che ammazza di più al mondo, si è confermata anche in cima alla classifica di quella che muore di più. E la preoccupazione cresce in vista dell’appuntamento delle Olimpiadi del prossimo agosto.

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Gli ordini che arrivano ai 38 comandi di Upp dal centro di coordinamento della pacificazione sono chiari: tolleranza zero e attenzione a non finire nel mirino. Evitare gli scontri. Un’escalation di violenza è da scongiurare. Troppi poliziotti sono già morti e una crisi nella pacificazione rischierebbe di mettere in ginocchio il Brasile, già alle prese con il caos politico ed economico.

I poliziotti notano un movimento sospetto infilandosi in un vicolo, fermano una donna, la bloccano al muro vogliono perquisirla. Quanto basta per scatenare la reazione della compagna. “E’ una donna – urla- non potete perquisirla, lo può fare solo una poliziotta”. I soldati, tutti uomini, sono costretti a rinunciare tra le urla delle due. Pochi metri ed è un giovane a finire con le mani alla parete. I poliziotti lo incalzano “sei un tossico”. La verità è che chiunque rientri nel profilo discriminatorio elaborato dalla polizia, nero e vestito in un certo modo, sia sospettato di essere uno dei trafficanti dal basso profilo che ha sostituito quelli ‘vecchia scuola’ con il kalashnikov a tracolla. Nelle tasche non ha nulla e dopo alcune domande è lasciato andare.

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Foto di ©Marco Negri

È una lunga notte di controlli quella della Upp. E ogni volta che una viuzza s’infila in un’altra aprendo il campo dall’alto, il timore di finire nel mirino è tanto “approfittano della geografia delle comunità, di questa struttura irregolare, per attaccare”, dice un poliziotto. La sensazione è quella di essere osservati continuamente. I pericoli maggiori vengono dalla vegetazione. E’ li che si nascondono i trafficanti armati: dito sul grilletto e poliziotto nel mirino. Quando i soldati passano accanto alle aree verdi, rimaste immuni alle colate di cemento e alla costruzione di case, sono perciò più attenti. Dall’altro lato c’è il nemico. Un solo rumore improvviso, un movimento brusco, rischia di scatenare una sparatoria. Succede quasi tutte le notti. La tensione cresce e sfuma di continuo.

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Un gruppetto di ragazzi scioglie la riunione con poche parole biascicate alla sola vista della pattuglia che scende agguerrita. Nessuno saluta, si cerca di evitare di incrociare gli sguardi. “E’ come se metti in un bicchiere acqua e olio. Puoi girarlo, in tutte le direzioni, ma i due liquidi non si mescoleranno mai”. Un’immagine quella di Cleber Araujo, residente in favela, che rappresenta in pieno il rapporto tra polizia e favelados. Un rapporto che neanche l’opera pacificazione è riuscita a migliorare. Troppi anni di violenze e abusi, di sfiducia reciproca, hanno segnato profondamente i più deboli, costretti a vivere tra due fuochi e subire ingiustizie da entrambi. E ora non c’è credito per nessuno.

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Foto ©Marco Negri

L’aver imposto uno stringente controllo militare, un’occupazione militare in piena regola, non ha favorito una migliore accoglienza della polizia in favela. La Upp aveva annunciato una rivoluzione: polizia di prossimità, maggiore rispetto per i diritti umani, stop all’utilizzo di armi da guerra. Ma ha deluso. Sono bastati pochi mesi per capire che sarebbe andata diversamente.

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Le armi sono rimaste puntate, i modi bruschi, le violenze e gli abusi pure. Le critiche sono piovute sulla Upp con maggiore intensità rispetto al passato. Quasi a voler sottolineare la delusione dopo l’illusione dell’annuncio rivoluzionario. “I residenti – dice il tenente Carlos Martins da Veiga – vogliono che i poliziotti lavorino ma non vogliono pagarne il prezzo. Vogliono maggiori controlli, ma non vogliono essere perquisiti. Ma si può chiedere a un muratore di lavorare senza far rumore?”.

La ragazzina, che trascinata dalla madre impaurita si copre gli occhi alla vista dei poliziotti con i fucili puntati, sembrerebbe suggerire di sì.

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Foto di ©Marco Negri

 

Foto a cura di Marco Negri reportage photographer: http://www.marconegri.net/

  • venzan

    Un paese senza ordine è un paese disastrato. In Brasile ci sono 43 mila morti violente l’anno, contro le 350 dell’Italia, cioe cento volte tanto.

    • tarkus60

      In realta’ sono 60 mila ufficiali.Ma sono molte di piu’

  • Gianluca Appiani

    .. un paese dove i piu’ grossi CRIMINALI sono al governo .

    • Dieci Denara

      Lula e Dilma fanno schifo ma non è che chi c’era prima fosse tanto meglio. Io per la mia esperienza posso dire che i problemi del Brasile sono i nostri alla potenza… Corruzione arroganza furbizia e menefreghismo con in aggiunta povertà diseguaglianza sociale e disgregazione familiare che creano questo mix che porta ad una violenza diffusa. Cosa purtroppo comune a quasi tutta l’America Latina.

  • https://wordpress.com/read/blog/feed/43661236 Rosso Pasquí

    Splendido articolo, bravo Luigi Spera, solo chi ha vissuto a Rio puó trasmettere questo tipo d’emozioni, semplicemente, con una narrazione fatta col cuore. Leggeró il tuo libro quanto prima. Se mi permetti, avrei solo una cosa d’aggiungere al tuo suggestivo racconto.
    Tratto da “CHEROdeCOCA” (ebook).
    “Anche le favelas di Rio dovrebbero, forse più di
    ogni altra cosa, essere dichiarate “Patrimonio Universale
    dell’Umanità”, bisognerebbe proporlo all’Unesco, in quanto testimoniano
    fedelmente storia ed intelligente uso delle risorse disponibili del posto. Che
    siano cartoni ammuffiti, pannelli di legno staccati dalle pubblicità stradali,
    polistirolo e cassette di plastica raccattate nei mercati, lamiere contorte
    schiodate chissà dove, lastre smozzicate d’eternit, tubi d’acqua arrugginiti e
    raddrizzati, mattoni scollati con le unghia da altri pavimenti… cosa importa?
    Sono risorse anche queste.”
    Saluti.

  • Valeu_Brasil

    Ci vivo e lo chiamo il Paese del “vale tudo”……….capito questo, capito tutto….purtroppo.