epa04191072 Ukrainian soldiers stand guard at a checkpoint not far from Slaviansk, Ukraine, 04 May 2014. Heavy fighting broke out in Kramatorsk a day earlier as the government in Kiev carried out a 'counterterrorism' offensive to curb the unrest in the east. Ukrainian security forces said at least six people died and 15 were injured in the Kramatorsk clashes. After two days of fighting the government in Kiev reported that near all occupied administrative buildings had been cleared. A spokesman for the pro-Moscow people's army confirmed that only a few public agencies were still in the hands of separatists.  EPA/ROMAN PILIPEY

Il fortino ribelle assediato: “Siamo russi, non terroristi”

I blindati ucraini sbarrano la strada all’altezza di una grande croce bianca. I soldati in assetto da combattimento ti fanno passare, ma guai a fotografarli. Le truppe di Kiev stanno circondando Slaviansk, la roccaforte filorussa dove si è combattuto duramente.  Nelle ultime ore non si spara, ma la strada da Donetsk, l’epicentro della rivolta separatista, è un percorso di guerra. Posti di blocco travolti dai blindati, che ancora bruciano ed un camion verde messo da traverso, ma con la parte posteriore divelta probabilmente da una cannonata. Dopo l’avanguardia ucraina alle porte di Slaviansk per un paio di chilometri è terra di nessuno fino a delle barricate che sembrano abbandonate. Ad un tratto saltano fuori le vedette filorusse: «Davai, davai, passate in fretta».
Sul ponte che segna l’ingresso della città ed era l’obiettivo dell’avanzata dei reparti di Kiev sventola la bandiera della repubblica di Donetsk, che sogna l’indipendenza sulla falsariga della Crimea. La città di 130mila anime sembra fantasma, a parte dei gruppetti di civili che escono per trovare generi di prima necessità o godersi la tregua e il sole primaverile.
Le arterie principali sono bloccate da barricate non solo con sacchetti di sabbia e copertoni. Su un vialone hanno abbattuto pure i grossi alberi laterali per ostacolare i blindati.
In centro l’ex sede dei servizi segreti è presidiata da miliziani armati, mascherati e con il nastro di San Giorgio sulle mimetiche, simbolo dei filorussi. Alle spalle non hanno solo una vecchia mitragliatrice cimelio dell’Armata rossa durante al seconda guerra mondiale, ma pure un possente blindato.

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«Non vogliono che teniamo il referendum sul nostro futuro? Allora abbiamo imparato la stessa lingua di Kiev, quella della pistola, per difendere il nostro territorio» dichiara decisa Stella Korosheva davanti ai sacchetti di sabbia. Portavoce della cittadina ribelle, è una fan di Silvio Berlusconi.  «La vita è più forte della guerra, ma se fosse necessario anche noi donne siamo pronte a fare da scudi umani sulle barricate» sostiene la pasionaria filorussa.
L’ingresso del municipio è tappato da un muro di sacchetti di sabbia con miliziani sempre allerta dietro le feritoie. Ai piani superiori vive in ufficio Viaceslav Ponomariev, autoproclamato sindaco di Slaviansk.  Bandiera della nuova repubblica con l’aquila a due teste sul tavolo, icona di San Nicola alle spalle e pistola nella fondina sotto l’ascella ci accoglie annunciando vittoria. «Non siamo né aggressori, né terroristi – spiega il capo ribelle -. Facciamo il referendum e cacciamo i fascisti. Se non lo capiscono andremo avanti fino aKiev e ci fermeremo alla frontiera con la Polonia».
Alcuni miliziani filorussi, che sfrecciano in van, sono equipaggiati con armi a spalla anti-tank. Altri sembrano fai da te, come un volontario di guardia ad una barricata con un fucile di precisione preso in prestito dalla caccia.

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Fra la gente non tutti stanno dalla loro parte. Ivan, il figlio della portavoce, non ha intenzione di combattere. «Sono per l’Ucraina unita e vorrei che la soluzione fosse politica e non armata. Gli studenti di Kiev, a Maidan, avevano ragione a battersi contro la corruzione – sostiene il giovane -. E molti coetanei nell’Est la pensano come me».
Il governo ucraino ha inviato nuovi elicotteri e mezzi corazzati di rinforzo per proseguire l’offensiva. Al momento le truppe sembrano segnare il passo. Si è sparato a Lugansk, ancora più ad est e Mariupol a sud, ma il rischio è che lo spettro della guerra civile si allarghi a macchia d’olio. Non a caso Papa Francesco ha lanciato un accorato appello per evitare che l’Ucraina piombi nel baratro.
Ieri a Odessa, la grande città turistica e cosmopolita, duemila manifestanti antigovernativi hanno preso d’assalto la centrale di polizia ottenendo la liberazione di 67 compagni. Li avevano arrestati il 2 maggio dopo la mattanza di filorussi provocata dagli scontri con gli ultra nazionalisti ucraini.
A Donetsk i miliziani che guardano a Mosca hanno occupato nella serata di sabato la sede dei servizi segreti svuotando l’arsenale. Sull’ingresso mezzo distrutto campeggia una scritta con lo spray rosso: «Non perdoneremo la strage di Odessa».