Il fiume in piena dei migranti

Il flusso dei migranti assomiglia ad un fiume carsico. Sparisce per lunghi tratti inabissandosi nelle profondità della terra per poi riemergere dove meno ce lo si aspetta, proprio quando sembrava scomparso.

È così ad Atene, dove, dopo la bolgia di Kos, mi sarei aspettato di trovare migliaia di sbandati vagare per le strade della capitale greca. Invece, al netto di qualche assembramento negli spazi verdi della periferia, la maggior parte dei profughi preferisce tirare dritto fino alla Macedonia.

Salgono sui treni o sui bus privati affittati a caro prezzo dalle agenzie e percorrono d’un fiato le sei ore necessarie per arrivare a Salonicco, come ho fatto io. Qualcun altro, invece, si fa recapitare direttamente sulla linea del confine, nella sperduta località di Idomeni. Qui, tra i campi di girasole e le distese di granturco sono accampate dalle tre alle cinquemila persone – tutte quante in attesa di entrare in Macedonia. Qui, tre settimane fa, la polizia macedone respingeva a viva forza chi tentava il passaggio del confine.

Anche oggi, però, la canicola di mezzogiorno picchia sulla testa di donne, vecchi e bambini che per cercare riparo dal sole si nascondono tra i vagoni della ferrovia abbandonata. Hanno rizzato centinaia di tende nella polvere, senza ordine e senza alcuna assistenza.

Un camion della Caritas greca distribuisce fagioli, acqua e biscotti in un’atmosfera da girone dantesco: sgomitando nella polvere, centinaia di figure stracciate si accapigliano per afferrare il sacchetto di plastica. I volontari lo consegnano al prescelto serrandogli le dita sul pacchetto, per chiarire bene chi sia il destinatario; il prescelto quindi scivola via soddisfatto della propria fortuna, a mangiare quel pasto all’ombra di un cespuglio. Ma decine di mani, intanto, già si tendono a reclamare il prossimo dono del camion.

Con la Caritas ci sono Unhcr, Medici Senza Frontiere, Protezione civile ellenica, persino gli evangelici… tutti volenterosi nel dare una mano, ma con l’impressione di essere del tutto disorganizzati. Ogni associazione è presente con un solo mezzo, sommerso di richieste di aiuto e apparentemente scollegato dal lavoro delle altre unità.

Tre ragazzi somali vedono la telecamera e si precipitano contro di me. Vogliono che li riprenda, che racconti che sono alla frontiera dall’altroieri, senza che i macedoni li facciano passare. Raccontano che non c’è cibo, per sfamarsi i migranti hanno razziato i campi di mais e di girasole, abbrustolendo i fiori sul fuoco per ricavarne semi tostati.

Poco oltre questi campi, dopo una fila di agenti di polizia greci, c’è la frontiera. Segnata da un reticolato di filo spinato, è interrotta in un punto da un varco di un paio di metri che permette il passaggio delle persone.

Ogni dieci minuti truci poliziotti macedoni, in divisa militare e armati con fucili automatici, lasciano entrare un gruppo di cinquanta persone, che spariscono camminando lungo la vecchia ferrovia. Curiosamente i macedoni non ci fanno entrare: bisogna passare dalla frontiera regolare. I profughi, che non hanno il visto necessario, vengono fatti passare. I giornalisti, con i documenti in regola, devono prendere la via della dogana “ufficiale”.

La polizia greca stima, ci viene detto, che di qui passino ogni giorno dalle tre alle quattromila persone. I taxisti del luogo, intanto, concludono affari d’oro facendo la spola tra il confine e il vicino paese di Evzonoi, dove arrivano senza sosta flotte di bus e treni carichi di migranti.

Sporgendosi dalla recinzione di una villetta a schiera, una signora porge ai profughi tre sacchi a pelo da campeggio. Quindi ne riceve un rotolo di banconote che infila soddisfatta nel grembiule.

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