Il Belgio liberò uno dei kamikaze

I soldati con i mitra a tracolla, mimetica e in assetto da combattimento perquisiscono tutti all’ingresso della stazione della metropolitana di De Brouckere, nel cuore di Bruxelles. Qualche centinaio di metri più in là, davanti alla Borsa, una folla ricorda i 31 morti e 270 feriti della strage nella capitale belga. Signore di mezza età, giovani e donne velate accendono delle candeline in un piccolo spiazzo sul selciato dedicato alle vittime.

Il giorno dopo gli attentati che hanno sconvolto Bruxelles il dispiegamento di forze è vistoso attorno agli obiettivi sensibili. Camion dell’esercito sono parcheggiati nei punti chiave. Forse sarebbe stato meglio pensarci prima e non liberare Ibrahim El Bakraoui, il terrorista suicida che ha seminato morte e distruzione all’aeroporto di Zaventem.

La Turchia lo aveva arrestato come «combattente straniero» in Siria nel giugno dello scorso anno per poi rimandarlo a Bruxelles. Lo stesso presidente turco Erdogan ha rivelato: «Le autorità belghe erano state avvisate di questo arresto, ma lo hanno rilasciato per mancanza di prove». Lisa, biondina, occhi azzurri e sorriso, è fra i pochi che prendono la metro aperta solo in parte.La diciottenne delle Fiandre ammette: «Ho paura. Quello che è successo non è la fine, ma l’inizio. So che abbiamo bisogno dei soldati per la nostra sicurezza, ma quando li vedo in tenuta da battaglia penso che siamo in guerra».

I militari schierati a Bruxelles sono in gran parte veterani delle missioni più dure, dall’Afghanistan al Congo.«Da Kabul a Bruxelles – osserva un soldato con elmetto e dito sul grilletto -. Mai avrei pensato di venir schierato a casa mia, ma c’è bisogno di noi».

Soprattutto dopo il ritrovamento nel covo di Schaerbeek, uno dei comuni di Bruxelles, da dove sono partiti i terroristi, di «15 chili di esplosivo», oltre ad acetone, un detonatore e «una valigia piena di materiale destinato a confezionare un ordigno, in particolare chiodi» secondo la procura della capitale.

Khalid e Ibrahim El Bakraoui sono stati identificati come i due fratelli kamikaze saltati in aria all’aeroporto e alla stazione metro di Maelbeek. Khalid era nella lista dei ricercati top dell’Interpol, che aveva diffuso un red alert per la sua cattura.Patrick, bianco, belga, nella multietnica Bruxelles, è su un autobus. «Hanno aperto le frontiere a tutti – spiega a denti stretti di rabbia -. La polizia ha paura di entrare in zone di Bruxelles, come Molenbeek. Il risultato sono le stragi».

A Molenbeeek ragazzini e giovani donne velate si sono scagliate contro i poliziotti il 18 marzo, quando hanno catturato Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto della cellula che aveva colpito Parigi in novembre. E fonti d’intelligence avvertono che l’Isis ha inviato in Europa per compiere attacchi 400 combattenti, sparsi in diversi Paesi europei tra cui l’Italia.

Fabio Panchetti gestisce con la famiglia l’Osteria agricola toscana ad un passo dalla stazione della metro colpita. «Siamo arrivati poco dopo lo scoppio. La gente correva, impazzita e c’era un uomo a terra, ancora vivo, ma con la testa in una pozza di sangue – racconta -. Poi è spuntata una massa umana in fuga che urlava c’è una bomba, scappate». Il pisano trapiantato in Belgio da due anni era convinto di «vivere nel posto più sicuro al mondo. Mai avrei pensato di assistere ad uno scenario siriano nel cuore dell’Europa a 160 metri dal quartier generale Ue. A questo punto è chiaro che possono colpire dappertutto compresa l’Italia».Sonia Park, di origine coreana, che vive nella stessa via dell’osteria, lancia una precisa accusa: «Non c’è mai stata una guardia, un controllo, alla stazione dell’attentato. Era un obiettivo troppo facile da colpire, senza sorveglianza a due passi dalle istituzioni europee«.Gli attacchi potevano essere ancora più gravi. Per un disguido la compagnia di taxi che ha accompagnato tre terroristi all’aeroporto ha mandato un’utilitaria e non un mini van come richiesto. Così gli attentatori non sono riusciti a portarsi dietro altre valige più grandi e zeppe di esplosivo trovato nel covo.Non solo: le indagini hanno individuato altre due macchine coinvolte nell’operazione, oltre all’ignaro taxista. A bordo c’erano sospetti jihadisti, già segnalati e almeno uno sarebbe andato lo scorso anno in Arabia Saudita. Ieri è stato effettuato un arresto.

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