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I terroristi dell’Isis in fuga rientrano in Europa dalla Turchia

L’ultimo assalto dei curdi contro il califfato parte tra venerdì e sabato, procede con lente avanzate in quanto nella roccaforte dell’Isis di Baghouz si va avanti casa per casa. Il califfato volge al tramonto, a preoccupare è però chi, tra i miliziani, scappa da questo fronte per andare a cercare riparo altrove. Sono tanti coloro che, mimetizzandosi con la popolazione civile in fuga, riescono ad oltrepassare le linee fuggendo ai controlli. Ed ora il pericolo è che molti foreign fighters tornino in Europa e nei paesi di appartenenza. 

L’ultimo assalto al califfato 

Già da settimane si parla di Baghouz come ultimo lembo di territorio dello Stato islamico in Siria. Quello che nel 2014 appare come un autoproclamato califfato capace di occupare un terzo dell’Iraq e due terzi della Siria, oggi è ridotto a pochi isolati in mano ad alcuni irriducibili che non vogliono arrendersi e combattere fino alla fine. L’ultima avanzata delle forze Sdf, ossia la coalizione a guida curda che raggruppa anche locali tribù arabe e che controlla buona parte del territorio siriano ad est dell’Eufrate, viene data per imminente già da fine gennaio, ma si aspetta in primis l’evacuazione di donne e bambini ancora asserragliati e trattenuti come scudi umani dall’Isis. 

L’attacco adesso sarebbe realmente partito, almeno così si legge nelle varie agenzie internazionali che riportano dichiarazioni di alcuni generali curdi presenti sul posto. Si procede con prudenza, per evitare che gli ultimi civili trattenuti dai terroristi possano subire conseguenze. In realtà, come già accaduto a Raqqa, i filo curdi appaiono in difficoltà nei combattimenti urbani e dunque, al netto della prudenza usata per i civili, molte unità dell’Sdf potrebbero impiegare più tempo del previsto per debellare le ultime sacche di resistenza. 

I terroristi ritornano in Turchia

Ma, per l’appunto, ciò che maggiormente preoccupa è la fuga di jihadisti da Baghouz ed il loro tentativo di lasciare la Siria. Secondo alcuni calcoli effettuati da alcuni servizi di intelligence occidentali, lo Stato Islamico avrebbe guadagnato in questi cinque anni di occupazione del deserto tra Siria ed Iraq qualcosa come mezzo miliardo di Dollari. Un tesoro importante, speso in parte per gestire i territori dell’autoproclamato califfato e per far fronte alle esigenze belliche a fronte delle avanzate degli eserciti locali, che ancora oggi è però nelle disponibilità degli ultimi irriducibili. Somme ingenti guadagnate grazie al contrabbando di petrolio ed opere d’arte trafugate, così come per via delle esose tasse fatte pagare ai cittadini dei territori occupati. Ex generali dello Stato Islamico, fedelissimi di Al Baghdadi o capi di cellule in grado di operare all’interno del morente califfato, potrebbero avere a disposizione migliaia di Dollari in contanti. Soldi in grado di corrompere e di garantire ai terroristi in fuga un tranquillo lasciapassare. 

E così, si assiste al fenomeno di jihadisti che lasciano la Siria dallo stesso punto da cui sono entrati, ossia dal confine turco. Tra il 2011 ed il 2012 Ankara chiude un occhio ed anzi incentiva il passaggio di terroristi nel suo territorio che, dalle zone meridionali dell’Anatolia, raggiungono la Siria. La Turchia di Erdogan punta infatti molto sulla destabilizzazione del governo di Assad e su una sua prossima caduta. Si crea la cosiddetta “autostrada della Jihad“, grazie alla quale migliaia di terroristi arrivano nel paese arabo ed avviano la fase più dura della guerra civile siriana. La storia poi parla chiaro e scrive sui libri circostanze ben diverse: Assad resiste e vince il conflitto, la Turchia dal 2016 si allinea a Russia ed Iran in funzione anti curda. 

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Ma oggi Erdogan rischia l’effetto boomerang della politica portata avanti dal suo governo più di otto anni fa. I terroristi, grazie ai Dollari in contanti di cui dispongono, non appena lasciano il fronte pagano autisti o miliziani per raggiungere la zona ad ovest dell’Eufrate passando dal nord della Siria. Qui vi è il fronte che separa i territori controllati dai curdi da quelli in mano ai cosiddetti “ribelli” filo turchi, presenti grazie all’operazione “scudo nell’Eufrate” portata avanti da Ankara nel 2016. Una volta entrati nelle zone controllate da milizie arabe vicine alla Turchia, i terroristi corrompono membri dell’Fsa od alcune guardie di confine turche per entrare nel paese anatolico. Una pratica dimostrazione della legge del contrappasso: da quel confine usato per destabilizzare la Siria oggi ritornano quegli stessi terroristi che rischiano di creare grattacapi alla Turchia.

Ma non solo: il timore evidenziato dai servizi di sicurezza, è che la vecchia autostrada della jihad si trasformi in un comodo corridoio in cui, grazie ai soldi ancora a disposizione, i terroristi dell’Isis possano compiere il viaggio inverso a quello operato tra 2011 e 2012. E quindi, di conseguenza, tornare in Europa e portare nel vecchio continenti i pericoli jihadisti.