I contingenti internazionali

Il tenente Contini dispiega una cartina dettagliata di Bangui. Intorno, 20 Alpini della Julia. Gli ordini e le spiegazioni su quella che sarà la missione che i soldati italiani stanno per intraprendere sono immediati e precisi.
Una perlustrazione per i quartieri della capitale Centrafricana, con l’obiettivo di fare una mappatura delle situazioni viabilistiche che manifestano delle criticità e dei quartieri considerati zone rosse e dove il rischio di violenze tra le milizie Anti-Balaka e la comunità musulmana é esponenziale. Quattro mezzi lince sono pronti nel parcheggio della caserma, i soldati italiani, dopo aver ascoltato le parole dell’ufficiale, elmetto in testa e giubbotto antiproiettile indosso, controllano la Beretta F-S, infilano a tracolla l’Arx-160 e partono per le vie della guerra centrafricana.

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Le forze italiane in Repubblica Centrafricane, 51 genieri Alpini della Brigata Julia, fanno parte della missione militare dell’Unione Europea EUFOR-RCA, impegnata dal febbraio 2014 sino al marzo 2015: oltre 700 uomini, con il compito di mettere in sicurezza l’area di Bangui, di agevolare un processo di pace e di riconciliazione e di guidare l’impegno dei caschi blu dell’Onu della Missione di pacekeeping, che entro il settembre del 2015 arriverà a contare 12mila effettivi. I lince, con il tricolore che sventola mosso dal vento, percorrono le strade della capitale. Quattro mezzi in colonna attraversano i luoghi dove si consuma l’orrore africano. Il mitragliere, in piedi sulla ralla, monitora la situazione, lancia sorrisi ai ragazzi che si sbracciano a salutare gli Alpini e intanto all’interno del mezzo, il Maggiore Marco Di Lorenzo, racconta: «Questa missione ha un aspetto molto tecnico. Gli uomini che sono impegnati, oltre ad avere molte missioni estere alle spalle, sono altamente qualificati e specializzati e noi ci stiamo occupando della messa in sicurezza di strade, ponti, canali oltre che della bonifica degli acquitrini che diventano molto pericolosi perchè lì prolifera la zanzara anofele».

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Una decina di chilometri e le comunicazioni radio lanciano il messaggio di arrestarsi. I soldati scendono e osservano un canale dove è necessario un pronto intervento di bonifica. Si dispongono lungo la strada: alcuni controllano la zona e altri, intanto, prendono col metro la misura della distanza che separa le due rive. Nel mentre un uomo, anziano, claudicante, con una camicia sdrucita e col volto logorato dalla tragedia che sembra essere impressa in ogni ruga della pelle, si avvicina ai soldati. Zoppica lungo l’argine, ma vuole arrivare dagli Alpini e, una volta avvicinatosi, dopo aver stretto la mano ed essersi presentato, in modo laconico rivolge un ringraziamento: «Io lo so che voi state facendo questo per il bene del mio Paese. E vi ringrazio, amo la mia terra e chi la aiuta».

Il lavoro prosegue poi, fatto il rilevamento, i blindati si mettono di nuovo in moto e si fermano quando si imbattono in una serie di passerelle che la popolazione ha costruito per poter attraversare i canali di scolo. I ricordi subito portano all’Afghanistan ed è il Maggiore Di Lorenzo a spiegare: «Questi passaggi sono molto rischiosi. E’ qui che infatti c’è il pericolo che i guerriglieri nascondano gli IED (Improvised Explosive Device): in Afghanistan moltissimi attentati avvengono proprio in questa maniera. Gli ordigni vengono piazzati nelle zone di passaggio dei contingenti e innescati quando il convoglio è in transito». Il ricordo dell’Afghanistan, del Libano, dell’Iraq e di Haiti popola i racconti dei soldati italiani. C’è chi rammenta la battaglia dei due ponti a Nassirya, chi le polveri di Herat e Bala Baluk e il rischio degli RPG, chi le strade di Port au Prince e le urla che provenivano da sotto le macerie nei giorni dopo il terremoto. Ma, sebbene siano stati spettatori in prima fila dell’orrore degli ultimi quindici anni, questo però non ha impedito ai genieri della Julia di anteporre l’umanità a ogni marzialità ed elevarla a personale imperativo di condotta.

Quel ponte simbolo degli alpini
Le truppe sono schierate sull’attenti e i genieri della brigata Julia, sotto il sole del Centrafrica, restano immobili, dando così il loro saluto alla presidente della Repubblica Centrafricana, Catherine Samba Panza. La massima autorità politica del Paese cammina sul tappetto rosso tra ali di folla. Poi saluta le penne nere, le ringrazia e si avvicina al palco delle autorità. « Questo è un giorno importante per la Repubblica Centrafricana. Un giorno simbolico per quel che riguarda il ritorno alla convivenza tra cittadini di diverse religioni. E io ringrazio l’Unione Europea e i Paesi che hanno realizzato quest’opera, per il prezioso aiuto che ci stanno dando.

Il “Pont de l’Unité” collega quartieri che, da quando è scoppiato il conflitto, sono divisi da barriere fisiche e confessionali. Mi auguro che ricostruire le vie di comunicazione sia il primo passo verso un cammino di riconciliazione.» I flash delle macchine fotografiche e i microfoni dei giornalisti sono ovunque e la mattina è ricca di entusiasmo per tutti i presenti. E’ il giorno del taglio del nastro del Pont de l’Unitè, un ponte realizzato per mettere in comunicazione i quartieri Sica 2 e Castors e rendere così più facili le comunicazioni tra gli arrondisments della capitale. La struttura fa parte delle iniziative portate a termine dalla missione Eufor Rca, all’interno dei progetti europei a sostegno della popolazione centrafricana. Sono settecento gli uomini che formano il contingente militare dell’Unione Europea in Repubblica Centrafricana, di cui 51 italiani, attori protagonisti della realizzazione del ponte, dal momento che la struttura metallica di 24 metri è stata costruita proprio dagli Alpini della Julia del secondo reggimento genio di Trento.

La popolazione applaude il taglio del nastro e il generale della missione europea Philippe Ponthies, in alta uniforme, spiega: «Questo ponte è un simbolo per l’Unità nazionale. Un’opera che permette la libertà di movimento e quindi, dall’incontro dei cittadini, noi ci auguriamo che nasca la volontà di riconciliazione e di pace». Poi seguono parole di encomio verso il contingente italiano ed è la stessa presidente della Repubblica Centrafricana, stringendo la mano al Tenente Colonnello Mario Renna, a ringraziare per il lavoro svolto. E il Tenente Colonnello, in conclusione di cerimonia, con fiero orgoglio aggiunge: «E’ un progetto che ha un forte valore sia dal punto di vista pragmatico, perchè consente la libera circolazione tra quartieri, sia simbolico, perchè mette in comunicazione due aree cittadine teatro di violenze tra civili. Questo è uno dei tanti progetti che ha visto impegnati in Centrafrica i soldati italiani, che hanno anche riqualificato alcune strade cittadine, oltre ad aver bonificato gran parte della rete idrica, un lavoro di estrema importanza, soprattutto per quel che concerne la lotta contro la malaria».

Il contingente notturno
Il buio non permette di vedere nulla, occorre muoversi nella totale oscurità e nel più assoluto silenzio, il rischio di un’imboscata è massimo. Otto sono gli uomini del Grupo de Operaciones Especiales “Tercio de Ampurdan IV” a svolgere il pattugliamento, guidati dal capitano Victor Monreal: fanno parte della missione spagnola del contingente EUFOR-RCA. Vivono in un appartamento nel cuore della zona rossa Cocoro e il loro compito è quello di presenziare nei quartieri più critici per cercare di impedire escalation di violenze e permettere una normalizzazione degli arrondismentes. Ma, per svolgere questo, devono addentrarsi nelle aree d’interesse e quindi: pattugliare, intervenire in caso di scontri a fuoco, essere pronti a qualsiasi situazione, anche a un attacco da parte delle milizie, a un colpo di Rpg, a una granata lanciata dalla boscaglia o a una raffica di kalashnikov.

Prima di scendere in strada durante la notte, le forze speciali spagnole preparano i visori notturni, caricano i fucili, ridisegnano sulla mappa il percorso che devono intraprendere e poi, giubbotto antiproiettile ed elmetto, iniziano il pattugliamento a piedi. «Occorre prestare la massima attenzione, oggi ci sono stati lanci di granate e scontri -raccomanda il capitano-. Ora, col buio, c’è il rischio che la tensione salga ancora; noi andremo nelle aree dove si annidano i ribelli: cuidado! Attenzione!».

L’oscurità non dà la possibilità di rendersi conto di ciò che avviene, solo il proprio respiro e i battiti del cuore fanno compagnia nel silenzio assoluto. A volte, la luna, quando non è coperta dalle nuvole, permette di avere una minima visuale di dove si sta andando, per il resto del tempo, invece, solo i visori notturni consentono ai militari di vedere ciò che li circonda e i fucili vengono puntati verso la direzione di provenienza di ogni rumore sospetto. Le zanzare e l’umidità rendono la perlustrazione ancora più estenuante, fino a quando due uomini del corpo speciale, in avanscoperta, lanciano un avvertimento via radio: «C’è un movimento di uomini tra le macerie!». La pattuglia si organizza, quattro soldati si dispongono lungo l’arteria principale, gli altri decidono di addentrarsi nel dedalo dei resti delle abitazioni che i civili, che ora vivono nel campo sfollati di Mpoko, hanno abbandonato da quando è incominciata la guerra. «Il fenomeno dello sciacallaggio è divenuto esponenziale. Di notte vengono rubati mattoni e travi di legno. Adesso dobbiamo vedere se anche in questo caso ci siamo imbattuti in un gruppo di ladri». Spiega il capitano Monreal che poi guida i suoi soldati tra le macerie delle case. Mura abbattute e pareti che un tempo preservavano l’intimità delle famiglie, ora, invece, spogliate di ogni umanità, si susseguono in un ossequioso silenzio, come altari erti al conflitto. Ombre lontane si muovono repentine, fuggono dopo aver visto la pattuglia che così riprende a svolgere la sua ispezione.

Uno dei punti maggiormente critici della missione è affrontato dai soldati: oltre un chilometro tra acquitrini e palmizi e senza nessuna possibilità di trovare riparo in caso di scontro a fuoco. I metri da percorrere sembrano infiniti, la consapevolezza e la presa di coscienza del pericolo rende la tensione palpabile e l’attenzione totalizzante. Improvviso uno sparo, poi un altro. «Bajate, bajate! Abbassati! Abbassati!», grida il capitano al soldato al suo fianco e in pochi istanti tutti si ritrovano ventre a terra, con un occhio socchiuso e con l’altro a scrutare la notte, da dentro l’ottica del mirino. I colpi sono a duecento metri di distanza, la pattuglia si mette in marcia, corre nella direzione da cui è arrivato l’eco dello scontro a fuoco. Ma nelle strade: nessuno. La perlustrazione termina, le truppe spagnole rientrano nella base operativa, pronte però a rituffarsi nei sentieri della guerriglia già dopo poche ore.

L’indomani sono subito operativi i soldati della missione Eufor-Rca e nelle vie di Bangui anche i francesi dell’operazione Sangaris. La missione transalpina conta oltre 2000 uomini ed è in Repubblica Centrafricana dal dicembre 2013, con il compito di garantire l’ordine pubblico e supportare il governo centrafricano. Insieme alle forze europee, poi, anche i caschi blu delle Nazioni Unite della missione Minusca.

Uomini provenienti dall’Africa, dall’Europa, dall’estremo oriente, dispiegati sul terreno della Repubblica Centrafricana, dove una guerra indiscriminata uccide senza guardare passaporti e bandiere, divise e nazionalità e che ha già preteso il sangue di operatori umanitari e pacekeepers, missionari e medici e di migliaia di centrafricani: uomini, donne e bambini. Tutte vittime accomunate dal suolo del Paese dove hanno versato il proprio sangue. Una terra che colpevolizza chi la calpesta, che giura vendetta a chi vi si reca e dove l’odio e la morte si uniscono in una promiscuità generatrice di tragedia e dove le parole amore e vita non sembrano mai più poter trovare posto.