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I bonfire

L’elicottero del Police Service of Northern Ireland (PSNI) vola sopra le nostre teste da ore. Ma nessuno ci fa caso. Qui a Belfast ormai è diventata una cosa normale. Come farsi una pinta di Guinness al pub dopo il lavoro. Soprattutto in questi giorni di luglio che, con l’inizio della stagione delle parate orangiste, la tensione tra la comunità irlandese e quella filo-britannica è altissima.

Nei quartieri lealisti – specialmente nelle zone di confine con quelle dove abitano i nazionalisti irlandesi – stanno finendo di allestire i «bonfire», enormi piramidi di bancali di legno e ruote di camion che saranno accesi allo scoccare della mezzanotte, creando grandi palle di fuoco. Si tratta di una rievocazione storica per ricordare i fuochi che illuminavano la navigazione notturna delle truppe di Guglielmo d’Orange, che portò alla vittoria contro le forze del re cattolico Giacomo II° nella famosa battaglia di Boyne del 1690. In cima ai «bonfire» sventolano fiere le bandiere unioniste e quelle dei loro movimenti. Poi, prima di essere accesi, i vessilli britannici vengono tolti per fare posto ai simboli antagonisti, quelli repubblicani e cattolici, pronti ad essere bruciati.

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Nella roccaforte filo-britannica di Shankill Road, al confine con quella nazionalista irlandese di Falls Road, è quasi tutto pronto. E mentre alcuni ragazzi sistemano gli ultimi dettagli, intere famiglie arrivano per farsi una foto ricordo. Queste due zone sono divise da quelle che qua vengono chiamate «Peace Lines» – le «linee di pace» – ovvero un muro di cemento armato e filo spinato con dei passaggi aperti solamente durante le ore diurne. Ed è proprio qua a Lanark Way – la zona di interfaccia tra le due comunità – che negli ultimi anni, durante l’accensione dei «bonfire», gruppi di giovani repubblicani mascherati vanno all’assalto della PSNI che presidia la zona.


Anche i muri parlano


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A Belfast anche i muri parlano. Raccontano la storia, chiedono libertà e mandano chiari messaggi alla popolazione. Lo fanno con i famosi murales identitari. Ma non solo. In ogni angolo ci sono scritte, manifesti e bandiere. «Heroin dealers will be shot dead», «Spacciatori di eroina verrete uccisi», è una delle tante scritte che si trovano a Falls Road firmate dalla «Oglaigh Na Heireann Onh» (ONH), i «Volontari d’Irlanda».

Il nome indica la formazione armata repubblicana irlandese della «New Ira», un gruppo formato nel 2012 unendo le diverse realtà paramilitari ancora attive. Sebbene attualmente questa organizzazione non sta portando avanti azioni eclatanti, secondo fonti ben informate, solo a Belfast, ci sarebbero dai 200 ai 500 uomini pronti ad entrare immediatamente in azione. La battaglia contro la droga dei gruppi nazionalisti irlandesi è da sempre stata un punto cardine. «Se diventi dipendente, non puoi combattere per la libertà del tuo popolo e della tua terra», recitava un vecchio manifesto dell’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA).

Sempre a Falls Road, nel muro della storica sede dello Sinn Fèin, diventato ora il secondo partito del Nord Irlanda, il famosissimo murales con il volto di Bobby Sands – il giovane repubblicano irlandese che morì il 5 maggio del 1981 dopo 66 giorni di sciopero della fame iniziato per protestare contro le condizioni disumane in cui erano costretti a vivere i nazionalisti detenuti – è stato appena ripitturato. Colori brillanti per il prigioniero politico che, con la sua battaglia così estrema, si è trasformato da uomo in simbolo. Diventando un esempio di lotta e sacrificio non solo in patria, ma anche per molti popoli oppressi del mondo.

Il fuoco dei “bonfire” e delle molotov


Si sta avvicinando la mezzanotte. E mentre cammino sulla Springfeild Road, la strada che porta a Lanark Way, si intravedono gruppi di ragazzi, alcuni giovanissimi. Intanto l’elicottero continua a volare e le jeep blindate della polizia controllano, palmo dopo palmo, ogni via laterale. Man mano che mi avvicino, i gruppi di ragazzi aumentano. Alcuni hanno già il cappuccio delle felpe tirato su, come se fossero in attesa di un segnale per iniziare gli scontri. Poco lontano ci sono i più grandi che osservano divertiti la situazione.

Davanti ci sono le camionette della polizia sistemate nelle vicinanze della massiccia linea di cemento che li separa dai lealisti inglesi mentre stanno per accendere il loro «bonfire». La situazione sembra tranquilla. Poi, all’improvviso, una ventina di ragazzi arrivano da una piccola via laterale. Sono tutti coperti e iniziano a lanciare contro la PSNI quelle che qui vengono chiamate «petrol bomb» – bottiglie molotov – mentre le altre persone festeggiano ogni qualvolta l’obiettivo viene colpito. Intanto il «bonfire» è stato acceso dai filo-britannici e le bandiere irlandesi stanno prendendo fuoco.


In Irlanda del Nord, una terra martoriata nel cuore dell’Europa che ancora porta i segni indelebili di un conflitto durato più di trent’anni, il fuoco della rivolta è ancora acceso. Anche se con minore intensità, questi giorni ricordano quelli dei periodi più infuocati. Quei periodi che molti si illudevano potessero finire con gli «Accordi del venerdì santo», firmati il 10 aprile del 1998 dal governo britannico ed irlandese e da alcuni partiti politici di entrambi gli schieramenti.

Dalla parte nazionalista, un fitto lancio di bottiglie incendiare continua per più di un’ora. Fino a quando le munizioni non sono finite. «Prima c’era molta più tensione», mi spiega sorridendo Patrick, un quarantacinquenne pieno di tatuaggi identitari nato e cresciuto a Falls Road che ha vissuto in prima linea gli scontri più violenti degli anni novanta. «Noi combattevamo seriamente, era una guerra vera». Il bilancio della serata, infatti, è stato molto limitato: due arresti e nessun ferito. Ma siamo solo alla vigilia di quella che sarà un’altra giornata di battaglia.