Homs, la storia di chi resta

Fu Homs ad insorgere tre giorni dopo le prime rivolte di Deraa (marzo 2011). I ribelli trasformarono velocemente le manifestazioni in atto di guerriglia a sfondo sunnita. Secondo molti residenti una parte della popolazione non aveva mai digerito il bombardamento a tappeto di Hama degli anni Ottanta ordinato da Hafez Al Assad e aveva approfittato delle sommosse popolari del venerdì per vendicarsi contro il figlio Bashar.A pagare fu il quartiere strategico di Al Hamydyya.

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I ribelli di Homs, poi confluiti gli anni successivi nelle fila di Jabhat Al Nusra (ramo siriano di Al Qaeda), si arroccarono lì per poi compiere i massacri che radicalizzarono la posizione del governo di Damasco. In un primo momento venne ucciso un generale dell’esercito siriano, poi fu presa d’assalto la sede del partito politico Baath e sgozzati 70 impiegati. L’occupazione durò due anni, dal febbraio del 2012 a maggio del 2014.

Per arrivarci, si passa dalla strada principale che costeggia il quartiere “Al Dwair”, ultima roccaforte dei rivoltosi in tutta la città rifornita dai gruppi alleati che controllano i villaggi a sud di Hama. È un sentiero pericoloso, spesso chiuso al traffico automobilistico per via della sovraesposizione alla visuale dei cecchini appostati sui palazzoni bianchi, in parte smembrati, che si vedono in lontananza. Dopo qualche chilometro entriamo nella strada più famosa della zona in direzione di Al Hamydyya.

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L’esercito siriano aveva eseguito un impietoso assedio supportato da carri armati, elicotteri ed aerei da combattimento. Gli edifici sono degli scheletri che si concatenano l’uno vicino all’altro. Altri non rimangono nemmeno in piedi. Per stanare le postazioni dei ribelli e non perdere uomini in una guerra casa per casa, il governo aveva ordinato l’evacuazione dei civili e deciso di sacrificare tutte le abitazioni (eccetto gli edifici storici e religiosi). Ecco che non è rimasto quasi più nulla.

Ora che i ribelli sono fuggiti a nord, verso Idlib, e il quartiere è stato bonificato dagli ordigni esplosivi, i residenti hanno dedicato un affresco ai militari siriani che hanno liberato i residenti dalle angosce della guerra: sullo sfondo del sol levante nipponico due soldati piantano sul suolo il tricolore nero-bianco-rosso con le due stelle verdi. Troppo spesso parliamo di chi scappa, eppure nessuno racconta la storia di chi resta.

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Sono proprio gli abitanti di Al Hamydyya a scrivere questa eroica pagina che non lascia tracce di paura della solitudine e del silenzio delle strade. “Oggi le persone fanno ritorno a casa. Persone molto modeste, umili, perché non c’era acqua, né elettricità, c’è persino chi ha pagato con la vita. Alcuni tornavano a casa, e aprendo la porta, saltavano in aria per colpa delle mine lasciate dai ribelli. Adesso vediamo piccoli negozi che riaprono, i commercianti vendono un po’ di zucchero, qualche pacchetto di sigarette, qualche fiammifero. Eppure nonostante la distruzione, le persone tornano a casa e dicono che questa è casa loro e vogliono rimanerci”, ci racconta in esclusiva Padre Michel Neumann, della chiesa siro-cattolica.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (unhcr.org), la guerra civile siriana avrebbe prodotto circa 4 milioni profughi spartiti successivamente tra Turchia (1,8 milioni), Libano (1,2 milioni) Giordania (630mila), Iraq (250mila) ed Egitto (133mila). Sono altrettanti quelli che sarebbero potuti scappare dopo aver perso tutto, eppure hanno scelto di restare, innamorati della propria terra al punto di dormire per mesi sulle macerie aspettando il piano di ricostruzione della città. Oggi Homs è il volto di Ahmed, tornato a vendere i suoi formaggi per strada, è il volto del commerciante di orologi Hassan, del giovane barbiere Mohamed, del ristoratore Jamil, dei piccoli calciatori Talal e Jihad.

Homs è la storia di chi rimane in Siria guardando al futuro dai tetti della città martoriata. Tutto quello che viene distrutto verrà ricostruito, dicono da queste parti. E dagli errori si impara a non sbagliare più.

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