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Nel quartier generale di Hezbollah

Autostrade larghe, pulite e ordinate. Il traffico scorre rapido e senza ingorghi. Su entrambi i lati sventolano interminabili file di bandiere: verdi, il colore dell’Islam; nere, il colore del lutto; gialle, il colore di Hezbollah, il Partito di Dio.

Siamo nel Libano meridionale. Come nel Nord, le vette innevate si affacciano direttamente sul Mediterraneo. Gli impianti sciistici distano solo 30 minuti di macchina dalle spiagge, da dove la gente si tuffa in mare anche d’inverno. Diversamente rispetto al Nord, invece, l’amministrazione non sembra latitare. Non quella dello Stato, però. Da queste parti il monopolio del welfare, dell’assistenza, dell’educazione e della sicurezza è nelle mani di Hezbollah.

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Il Sud del Libano, infatti, è abitato prevalentemente da persone di religione musulmana sciita. Hezbollah, non a caso, è figlio della comunità sciita libanese e della Rivoluzione islamica di Khomeini, iniziata a Teheran e sviluppatasi durante l’invasione israeliana del Libano del 1982.  Il partito, col tempo, ha saputo conquistare fiducia e consensi del popolo, costruendo infrastrutture, istituendo un forte sistema assistenziale e tenendo testa alle truppe israeliane, inducendole al ritiro dal Libano nel 2000, e contrastandone vittoriosamente l’avanzata durante la guerra del 2006. Oggi amministra in tutte le circoscrizioni elettorali del Sud del Paese e controlla militarmente i confini con Israele.

Il successo e la popolarità di Hezbollah hanno, in primis, origini militari. Non solo gli sciiti, ma quasi tutte le principali comunità che compongono il Paese, infatti, vedono in lui il principale argine contro i due grandi nemici del Paese: l’Isis e Israele. I mujahiddeen del partito, infatti, combattono gli islamisti in Siria, affiancando le truppe del regime di Bashar al Assad e l’aviazione russa. La resistenza contro Israele, poi, è qualcosa che nell’opinione pubblica di un Paese arabo viene apprezzata più che mai. Anche tra i sunniti. “Siamo grati ad Hezbollah per averci liberato dall’occupazione israeliana e per vigilare sempre sui nostri confini” dice Towfik al Sherkawi, leader palestinese sunnita ed esponente di spicco di al Fatah.

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Lasciando la strada principale per addentrarsi tra le strade di montagna ci si accorge subito che, nel Sud del Paese, il consenso per il Partito di Dio è diffuso ed ampiamente esternato. Quasi ogni abitazione espone alle finestre una bandiera gialla raffigurante i suoi simboli, i volti dei soldati caduti sono ovunque, sia stampati su grandi cartelloni esposti nelle piazze dei villaggi (anche in paesi abitati da cristiani) che su piccoli ritratti che la gente attacca sulle proprie automobili e sugli uffici pubblici.

È su questi monti che le milizie del partito organizzarono la resistenza armata contro le truppe israeliane che, occupato il territorio, tentavano di controllarlo e amministrarlo. Arrivate nel 1982, dovettero progressivamente ritirarsi, fino ad abbandonare definitivamente il Libano nel 2000. Nel 2006, poi, tentarono una nuova rapida occupazione, ma non riuscirono a sconfiggere proprio le truppe di Hezbollah e dovettero ritirarsi dentro i propri confini. Come spiegò nel 2007 Shimon Peres, ex presidente israeliano, “a seguito del nostro intervento militare in Libano Israele appare al mondo come più debole”.

Oggi questi monti sono ancora il quartier generale dell’esercito di Hezbollah. Il confine israeliano e quello siriano non sono lontani e i mujahideen di tutto il Paese si ritrovano qui per addestrarsi e partire per entrambi i fronti. Non solo per la Siria, dove la guerra è aperta, ma anche per le alture del Golan, dove gli scontro tra i miliziani e le truppe israeliane non si sono mai veramente interrotti. Lontano dai controlli delle truppe dell’Onu, infatti, tra le due fazioni esplodono costantemente dei conflitti a fuoco, che provocano morti e feriti da entrambe le parti.

Il cuore della resistenza di Hezbollah è la montagna di Mleeta. Situata a 40 kilometri a Nord del confine israeliano, è un territorio verde e ricco di nascondigli naturali in cui i guerriglieri trovavano rifugio durante i combattimenti. Oggi questo monte è ancora luogo di addestramento e non è raro imbattersi in delle esercitazioni militari. Soprattutto, però, questi luoghi sono diventati un santuario meta di pellegrinaggio per chiunque voglia commemorare le vittorie militari e i propri caduti. “Qui è ancora tutto come durante la guerra” mi spiega un miliziano. “Non modifichiamo nulla, perché vogliamo che sia occasione di ricordo dei martiri caduti combattendo contro l’entità sionista”.

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Il monte è disseminato di tombe e lapidi, tutte perfettamente curate, che per la comunità libanese sciita hanno un profondo valore simbolico. Ai caduti israeliani, invece, non sono state riservate gli stessi onori. Tutto ciò che è loro appartenuto non viene neanche toccato. Le carcasse dei loro elicotteri abbattuti, dei loro carri armati colpiti e delle loro bombe disinnescate giacciono ancora sul terreno, semi-distrutte e ormai parzialmente ricoperte di terriccio. Migliaia di elmetti verdi con sopra incisa una piccola Stella di David sono ancora sparsi sull’antico campo di battaglia. Ognuno di essi appartiene a un soldato caduto. Nessuno viene mai a rendere loro onore.

A prendersi tutti gli onori sono i caduti di Hezbollah. A sopraggiungere in pellegrinaggio non sono solo persone musulmane, ma anche tanti cristiani, riconoscibili dal segno delle croce che fanno di fronte ad ogni lapide. Le parole maggiormente pronunciate da questi pellegrini di diverse fedi sono sempre le stesse: sacrifico, martirio, eroi, coraggio, amore, guerra santa. Una guerra santa concepita come tale non solo dagli islamici, ma “da tutta la nazione.” Come spiega Sayyed Hassan Nasrallah, segretario generale e guida spirituale del movimento “la vittoria di Hezbollah è la vittoria di tutti i libanesi. È la vittoria della libertà della patria, della liberazione della nostra terra. Non è il trionfo di una fazione o di un’organizzazione, né di una setta contro un’altra. È la vittoria della resistenza della patria”.

Organizzando la resistenza Hezbollah è riuscito a farsi sostenere da tutte le fazioni libanesi e a porre se stesso come il movimento che, in nome della lotta ai “sionisti” e agli islamisti, riesce a unire le varie anime del Paese. In Libano, oggi, la pace sociale e l’unità nazionale vengono raggiunte identificando dei nemici comuni: lo Stato di Israele è il primo di essi.

  • uno1

    Questo articolo è una rarità poichè rispecchia la verità. Complimenti al giornalista, con i tempi che corrono meritere il Premio Saint-Vincent solo per questa paginetta.

  • diod

    La storia che ci viene presentata mi sembra abbastanza incompleta. Hezbollah è un movimento terrorista.
    Il suo battesimo sono gli attentati alle guarnigioni americane e francesi in Beirut nei primi anni ottanta . Ci furono centinaia di morti. Poi in Argentina gli attentati contro la comunità ebraica. Altre centinaia di morti.
    Per quanto riguarda la campagna del 2006 mi pare che ci sia qualche imprecisione storica quando parla della vittoria del movimento. Il giornalista è giovane ed è scusabile . Ma gli consiglierei di leggersi il pamphlet del suo collega Gian Micalessin “Hezbollah”.

    • uno1

      Da wikipedia:
      “L’Unione europea non considera né Hezbollah, né alcun gruppo al suo interno, in quanto tale, come “terrorista”.”

      “L’ONU ed i principali Paesi dell’Unione Europea, compresi la Francia,
      l’Italia, la Germania e la Spagna, pur esprimendo riserve e critiche nei
      confronti di Hezbollāh, non lo considerano una “organizzazione
      terrorista”..a più riprese, nell’estate del 2006,
      ministri ed alti funzionari delle Nazioni Unite, di questi Paesi e
      dell’Unione Europea hanno riconosciuto Hezbollāh come un interlocutore
      politicamente legittimo “.