Muhammar Gheddafi (LaPresse)

Quel Gheddafi ancora in carcere
che può cambiare il Medio Oriente

Uno strano, ma fino ad un certo punto, incrocio tra gli Assad ed i Gheddafi, tra Siria e Libia. Un Paese, quello siriano, che non è stato abbattuto dalla primavera araba, l’altro invece che ancora oggi piange i postumi di una fine traumatica dei 42 anni di regno del Raìs. Oggi lo strano incrocio tra Damasco e Tripoli avviene per via delle sorti del quartogenito di Muammar Gheddafi. Hannibal, dal passato tutt’altro che sereno e fuori dai riflettori, si trova incarcerato oramai da tre anni a Beirut. E nei giorni scorsi, come si legge sull’AdnKronos, il governo siriano ha inviato una dura lettera a quello libanese richiedendo il rilascio del figlio di Gheddafi. 

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La storia di Hannibal 

Nato nel 1975, Hannibal Gheddafi in Europa è noto per alcune scorribande non certo passate inosservate nello scorso decennio. A Parigi è stato beccato alla guida ubriaco a 140 km/h sugli Champs-Élysées, con il quartogenito del Raìs che evita il carcere solo per l’immunità diplomatica a lui rilasciata in Libia. Una notte, quella parigina, culminata, secondo le cronache dell’epoca, con un’irruzione di Hannibal nel commissariato dove risultano recluse le sue guardie del corpo. Anche in Italia, nel 2001, avviene un fatto simile con il figlio di Gheddafi coinvolto in una rissa a Roma all’uscita di una discoteca. Nel 2008 viene arrestato per presunte percosse contro alcuni camerieri in un albergo di Ginevra. Per ripicca il padre, pochi mesi dopo, arriva a chiedere nientemeno che lo scioglimento della federazione elvetica. Poi arriva il 2011, con la fine dell’era Gheddafi e anche al giovane rampollo del rais non si perdona più nulla. Viene arrestato nell’agosto di quell’anno, ma riesce a fuggire e si ripara con la famiglia in Algeria. Da lì poi, va a vivere a Damasco. Una scelta, come raccontato in seguito dalla moglie, un’ex modella libanese, per rimanere vicino alla famiglia di lei ed al tempo stesso per restare più nell’anonimato. 

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Ma lì, nella capitale siriana, qualcosa va storto. Come racconta la stessa consorte in un’intervista a Vanessa Tomassini, l’11 gennaio 2015 Hannibal Gheddafi viene portato via da alcuni uomini armati. “Si tratta della banda armata sotto la guida di Hassan Yacoub – racconta la moglie – Lo hanno portato in Libano per avere informazioni sull’imam Al Sadr”. Ciò che si sa è sempre frutto del racconto della consorte, che vive ancora a Damasco ma che non può recarsi a Beirut per vedere il marito: “I rapitori lo hanno consegnato alle forze libanesi. Da allora è trattenuto in carcere, sta scontando una pena di un anno e mezzo per oltraggio alla magistratura”. La donna afferma di non averlo più visto dal momento della sparizione e di comunicare con lui soltanto grazie ad un cellulare fornito ad Hannibal dalle autorità libanesi.

Ritorna il caso di Musa Al Sadr

Spesso le storie, soprattutto in Medio Oriente, si intrecciano. In questo caso ad intrecciarsi non sono soltanto le storie di Siria e Libia, così come degli Assad e dei Gheddafi, ma a riaffiorare è un caso datato addirittura 1978. Si tratta dell’imam sciita, nato in Iran ma di famiglia libanese, Musa Al Sadr. Non è un imam di poco conto nella storia recente della religione sciita. Soprattutto, non è di poco conto per la storia sia del Libano, dove decide di risiedere dal 1960, sia della Siria. A Damasco lo lega soprattutto una dichiarazione del 1974, con la quale dopo quasi mille anni reintegra gli alauiti all’interno della famiglia sciita. Al Sadr attua questa decisione come leader spirituale degli sciiti libanesi e come capo politico di Amal, il partito da lui fondato molto attivo nel paese dei cedri. Agli alauiti, come si sa, appartengono gli Assad. Da quel momento Hafez Al Assad, presidente siriano e padre dell’attuale capo di Stato, può esser considerato un leader sciita a tutti gli effetti e con tutte le conseguenze politiche del caso.

Per questo il governo di Damasco tiene molto a Musa Al Sadr. Ma nel 1978, durante un viaggio in Libia dell’imam, accade qualcosa. In circostanze ancora non del tutto chiarite, l’imam scompare. Di lui più nessuna notizia, un caso che diventa uno dei più misteriosi della storia del Medio Oriente. Trent’anni dopo un tribunale libanese considera ufficialmente colpevole Muammar Gheddafi. Secondo la moglie di Hannibal, da suo marito sia i rapitori e sia, successivamente, le autorità libanesi cercano informazioni sul caso. Ma il quartogenito del Raìs all’epoca dei fatti ha solo due anni e, dopo diversi interrogatori, dimostra di non sapere nulla sulla sorte di Al Sadr. Viene però, come detto prima, incarcerato per oltraggio alla magistratura. E, dopo tre anni, Hannibal Gheddafi è ancora all’interno di una cella del carcere di Beirut. 

La lettera del governo siriano 

E, da qui, si arriva quindi all’intreccio figlio della cronaca delle scorse ore. Come rivelato dal quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat, il governo di Damasco ha ufficialmente criticato la detenzione di Hannibal Gheddafi. Dalla capitale siriana, in particolare, sarebbe partita una dura lettera indirizzata alle autorità libanesi, in cui si considera ingiusta la detenzione del figlio di Gheddafi e si chiede dunque l’immediato rilascio. Un interessamento, quello di Damasco, che sorprende. Né Hannibal e né la moglie hanno cittadinanza siriana, la consorte più volte si è lamentata del fatto di essere lasciata sola con i tre figli avuti dal matrimonio con il figlio di Gheddafi, chiedendo di vedere il marito. Ma le richieste sono spesso più rivolte al Libano, di cui la donna è cittadina, che ovviamente alla Siria. 

Sui motivi meramente politici che hanno spinto Damasco a chiedere il rilascio di Hannibal Gheddafi c’è ovviamente stretto riserbo. Se da un lato è legittimo che un governo si attivi per le condizioni di un detenuto la cui famiglia vive nel proprio Paese, dall’altro si sa come in Medio Oriente nulla accade per caso. Per di più se, di mezzo, ci sono le famiglie ed i paesi più coinvolti dalle primavere arabe di sette anni fa. E se, soprattutto, ad essere tirato in ballo è il caso di uno degli imam sciiti più influenti degli ultimi anni.