Un murale di Hafez al Assad ad Harasta, nella Ghouta orientale (LaPresse)

Chi era Hafez al Assad

Nella Siria che ancora è costretta ad affrontare gli ultimi, violenti fuochi della guerra civile che l’ha insanguinata dal 2011 ad oggi il nome di Bashar al Assad è destinato a rimanere centrale a lungo. Se futuri accordi internazionali o situazioni fattuali dovessero confermare l’esito definito a partire dall’intervento russo nel 2015, il regime degli Assad sarà sopravvissuto alla più dura e brutale prova a partire dal 1970, anno in cui Hafez al Assad, padre dell’attuale presidente, assurse alla carica suprema dello Stato in seguito a un golpe.

Proprio della storia personale del leader fondatore dell’attuale sistema di potere è importante parlare per conoscere le radici su cui la Siria di Assad è innestata. 

L’ascesa di Hafez al Assad

Nato nel 1930 a Qardaha, nel nord-ovest della Siria, da una famiglia alauita, Hafez al Assad si forma sin dalla gioventù in due ambienti complementari: il magma politico del panarabismo espresso dal partito Baath, a cui aderisce giovanissimo nel 1946, e il mondo delle forze armate, in cui Assad entra nel 1950 da giovane cadetto dell’aeronautica. Promosso tenente nel 1955, vive una lunga carriera nell’aviazione siriana in una fase tormentata dalle numerosi crisi regionali del Medio Oriente e dalla temporanea unione sino-egiziana sotto gli stendardi del baathismo. 

Nelle forze armate, come ricordato dal suo biografo Patrick Seale, Assad si fa promotore dell’unione tra le istanze dei militari e la visione politica baathista, che indica nella modernizzazione degli Stati e nel rafforzamento delle loro strutture sociali la via maestra per lo sviluppo dei Paesi arabi. Da tenente colonnello, nel 1963 contribuisce al rovesciamento del presidente Nazim al Kudsi e, tre anni dopo, da comandante dell’aviazione, contribuiscce alla resa dei conti in campo baathista che aprirà la strada al potere per Salah Jadid.

Queste mosse sono la parte di un percorso più lungo: Assad sfrutta la disfatta siriana nella guerra dei sei giorni del 1967 per accusare Jadid di velleitarismo a causa delle sue prese di posizioni radicali in campo economico (vicine al comunismo) e le sue dottrine militari che preferivano la guerriglia e la guerra di popolo all’organizzazione militare rigorosa. La morte del leader egiziano Nasser nel 1969 lascia il movimento baathista privo di una guida, e Assad può colmare questo vuoto l’anno successivo quando, con il terzo golpe in sette anni, Jadid viene scalzato dal potere dopo il fallimento dell’intervento di Damasco nella crisi giordana riguardante la resistenza palestinese. Inizia così la presidenza Assad.

Le politiche di Assad da presidente

Sin dalle prime battute, Assad si dimostra più pragmatico di Jadid: alcune riforme radicali, come quelle che puntavano all’eliminazione della proprietà privata, vengono ribaltate, mentre su altri fronti il governo conquista  consenso abbattendo i prezzi dei beni di prima necessità e istituzionalizzando la figura del presidente.

Di fatto, Assad modella una costituzione capace di garantire prerogative estese al capo dello Stato e accentra le burocrazie civili e militari ponendole sotto lo stretto controllo della minoranza alauita. Il laicismo diventa un ulteriore tratto distintivo della Siria, mentre sul piano economico il governo porta avanti politiche di progressiva liberalizzazione che, molto spesso, garantiscono più ricche rendite ai mandarini statali che reali ricadute sociali. La volontà di accelerare il progresso economico porta alla progettazione di grandi opere come la diga di Tabqa e il bacino del lago Assad, ma la struttura sociale del Paese rimane prettamente agraria. Fino agli anni Novanta, infatti, sono infatti poche le possibilità per la Siria di conoscere periodi di crescita prolungata.

Nel contempo, mentre l’apparato partitico del Baath si fonde con lo Stato siriano, attorno ad Assad si comincia a costruire un pervasivo culto della personalità. Tuttora, murales e immagini segnalano come l’iconografia riguardante Hafez sia stata trasmessa, più recentemente, al figlio Bashar.

La Siria di Assad nella scena mediorientale

Dal 1970 in avanti, Assad cerca inoltre di muoversi per ritagliare alla Siria un ruolo di influenza nelle questioni mediorientali. Dopo la guerra del Kippur del 1973, sicuramente, la più duratura conquista strategica per Damasco è la conquista di una forza militare deterrente tale da impedire qualsiasi azione unilaterale da parte dello storico rivale israeliano, di cui contesta l’occupazione delle alture del Golan.

Sono inoltre tese le relazioni con l’altro regime laico baathista della regione, quello iracheno di Saddam Hussein; ben più cordiali quelle con l’Iran nato dalla rivoluzione khomeinista del 1979, cinque anni dopo che l’imam Musa al-Sadr aveva proclamato l’inclusione degli alauiti nella galassia dell’islam sciita. Damasco è l’unica capitale araba a supportare Teheran nella guerra Iran-Iraq. La cooperazione bilaterale si espande anche al Libano devastato dalla guerra civile, che nel 1976 è oggetto dell’intervento dell’esercito siriano, formalmente incaricato dalla Lega Araba di proteggere i villaggi cristiani di frontiera.

Le truppe di Damasco rimangono nel Paese dei cedri sino a pochi anni dopo la morte di Hafez: la politica siriana in Libano è da definirsi a dir poco controversa, dato che le forze speciali del regime di Assad non mancano di utilizzare la violenza dei gruppi armati estremisti, soprattutto sciiti, per colpire i rivali in Libano o le forze internazionali. Il leader libanese progressista Kamal Jumblatt viene ucciso ad un checkpoint siriano nel 1977, mentre nel 1982 il presidente Bashir Gemayel muore in un attentato assieme a altre 26 persone.

Hafez al Assad e l’Italia

Tra i Paesi esterni al Medio Oriente con cui la Siria di Assad ha avuto una delle relazioni più strette è da segnalare l’Italia della Prima Repubblica. Grande interprete della politica mediterranea di Roma è stato, primo tra tutti, Giulio Andreotti che, come ricordato su Formiche, ha giocato un ruolo prezioso nell’evitare l’isolamento internazionale della Siria e una sua deriva incontrollabile e ha facilitato il suo recupero alla causa della comunità internazionale nel periodo più buio del conflitto libanese. 

Andreotti, a sua volta, ha serbato un ricordo forte del leader siriano: parlando di Assad sulla rivista 30Giorni nel 2010, l’ex presidente del consiglio scrisse che questi “parlava pochissimo, ma nelle poche parole che diceva condensava una tale saggezza comunicativa che si restava affascinati”.

La morte di Hafez e la successione in casa Assad

Hafiz al Assad inizia a pensare al problema della successione nel 1983, quando alcuni seri problemi di salute lo portano a pensare di non poter più mantenere la sua salda presa sul potere e il fratello Rifaat, erede designato, tenta di accelerare la transizione con una sorta di “golpe bianco”, pagato con l’esilio dalla Siria. Fuori gioco Rifaat, Hafez individua nel figlio Bassel il successore ideale.

Nato nel 1962 e formato nelle accademie militari del regime, colto e poliglotta, Bassel viene incaricato dal padre Hafiz di gestire numerose delicate questioni nello scenario libanese e, giovanissimo, conquista la sua benevolenza. La sua corsa al potere si interrompe bruscamente in una notte nebbiosa del gennaio 1994, quando trova la morte in un incidente d’auto nella tangenziale circondante Damasco. Profondamente segnato dalla morte del figlio, Hafiz adotta come delfino il secondogenito Bashar, più riservato e schivo, che si pensava avviato verso una carriera di oftalmologo nel Regno Unito.

Il resto è storia recente: l’11 giugno 2000 Hafez al Assad muore in seguito a un attacco di cuore, aprendo la strada del potere all’attuale presidente. Il New York Times ricorda Hafez come il più “corteggiato e distaccato” dei leader mediorientali del suo tempo. Hafez al Assad ha segnato un’epoca e così pare destinato a fare il figlio, anche oltre la fine del conflitto civile: la storia della dinastia Assad in Siria è ben lungi dal terminare.

  • https://www.youtube.com/watch?v=S31VLG8Qi78 Panthera Pardus

    Sotto gli Assad i Cristiani – e anche altre minoranze religiose – vivevano in pace, certo non avevano due iPhone a testa e 50 canali TV per vedere la ruota della fortuna e le stesse notizie dette allo stesso modo da50 tg “diversi” ma nessuno li decapitava.