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I troll russi?

Erano americani

di Davide Malacaria

Incidente di percorso per i maccartisti di ritorno, che stanno denunciando influenze russe in quasi tutte le elezioni d’Occidente, dalle elezioni presidenziali Usa del 2016 alla Brexit ad altro.

La relazione del Senato Usa

A metà dicembre l’Intelligence Committee del Senato degli Stati Uniti ha reso pubblico un documento sulle interferenze russe nelle elezioni che portarono Trump alla presidenza.

Tra quanti hanno collaborato a redigere l’atto di accusa contro Mosca compare la New Knowledge, che ha firmato uno dei rapporti che compongono il documento.

Il problema. l’incidente di percorso in questione, è che questa società di cybersecurity non solo sembra possedere dei bot russi – ma made in Usa – in grado di lavorare sui social, ma li avrebbe anche usati per tentare di manipolare un’elezione americana…

Un simpatico paradosso rivelato e raccontato in modo alquanto bizzarro sul New York Times del 19 dicembre scorso.

La rivelazione del New York Times

L’accaduto risale al 2017, anno in cui si svolsero le elezioni in Alabama per assegnare il seggio del Senato lasciato vacante dalla nomina di Jeff Sessions al ministero della Giustizia.

Durante la campagna elettorale la  New Knowledge avrebbe usato falsi netbot russi per supportare il candidato repubblicano Roy Moore.

Questo il contenuto di un rapporto riservato pubblicato sul quotidiano della Grande Mela, nel quale Jonathon Morgan, amministratore delegato della New Knowledge, si sarebbe vantato di aver “orchestrato un’elaborata operazione ‘false flag’ che dava l’idea che la campagna di Moore fosse amplificata sui social media da botnet russi”.

Secondo quanto riferisce il giornale americano la società di cibersecurity voleva verificare in una vera elezione le tecniche di influenza usate dai russi nelle elezioni presidenziali del 2016. Un “esperimento”, dunque. Spiegazione alquanto singolare, anche per quanto riveleremo di seguito.

 

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Rivelare e minimizzare

Rivelazione delicatissima quella del Nyt, tanto che i cronisti sembrano volerne smussare la portata, spiegando che comunque non ha influenzato l’esito del voto.

Peraltro la New Knowledge al tempo sarebbe stata una “piccola società”, di fatto insignificante nel campo della cibersecurity. Cenno che ne diminuisce ancor più la rilevanza.

Peccato che per fare quel lavoro ci siano voluti sicuramente mesi, e altri mesi per assemblare il documento finale e che le elezioni in questione si siano svolte nel dicembre del 2017, un anno prima della pubblicazione del documento dell’Intelligence Comittee.

O la New Knowledge è esplosa da un giorno all’altro o l’affermazione è azzardata, a meno di immaginare che un’organismo tanto autorevole come l’intelligence Comittee faccia incetta di report provenienti da società insignificanti.

Niente affatto insignificante, la New knowledge è stata peraltro “la prima società al di fuori della comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti a individuare la campagna della Russia per influenzare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti”, come si legge sul suo sito.

Per sminuire ancor più la vicenda, il Nyt spiega che il progetto Alabama, nome dell’operazione, era di “piccole dimensioni”, tanto che è costato solo 100mila dollari.

In realtà, se la rivelazione è veritiera, si trattava solo di creare alcune migliaia di falsi account russi, da accreditare al candidato repubblicano. Cosa per la quale 100mila dollari erano più che sufficienti dato che un account costa nulla.

Di sponsor e potenti

A dare la misura della portata del progetto è anche il coinvolgimento di personaggi noti e potenti.

Basti pensare che il finanziatore era “Reid Hoffman, cofondatore miliardario di LinkedIn”, che poi si è scusato pubblicamente.

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Inoltre, aggiunge il Nyt, “il denaro è passato attraverso l’American Engagement Technologies, gestita da Mikey Dickerson, direttore-e fondatore del servizio digitale degli Stati Uniti, creato durante l’amministrazione Obama per cercare di migliorare l’uso della tecnologia da parte del governo federale”.

Stranamente, o forse no, si tratta di enti e persone vicine al partito democratico, come peraltro anche altri partecipanti all’operazione. Da qui forse la cautela del Nyt.

D’altronde, va anche tenuto presente, che il giornale è punto di riferimento dei progressisti americani e ormai anche ingaggiato politica, in una campagna ossessiva contro Trump.

La denuncia di Moore

A sminuire ancor di più la vicenda contribuisce l’omissione di un particolare di certo non secondario.

Infatti, il Nyt dimentica di spiegare che a denunciare la manipolazione fu, al tempo, il candidato repubblicano Roy Moore, che durante la campagna elettorale si vide aumentare da un giorno all’altro i suoi fan su twitter da 27mila a 40mila.

JACKSON, AL - NOVEMBER 14:  Republican candidate for U.S. Senate Judge Roy Moore speaks during a campaign event at the Walker Springs Road Baptist Church on November 14, 2017 in Jackson, Alabama. The embattled candidate has been accused of sexual misconduct with underage girls when he was in his 30s.  (Photo by Jonathan Bachman/Getty Images)

Messo sull’avviso dai suoi elettori, insospettiti di fan che scrivevano in cirillico, Moore chiese a Twitter di indagare. Appello respinto al mittente: l’azienda spiegò di non poter violare la privacy degli utenti.

Diniego, anche questo, alquanto bizzarro: dal momento che da mesi la stampa e i servizi di informazione Usa denunciavano le manipolazioni russe sui social…

Ma al di là, Moore accusò il suo avversario Doug Jones di essere dietro quella manipolazione. Il democratico negò, aggiungendo che l’antagonista cercava solo di sviare l’attenzione dell’elettorato dai suoi problemi.

“Moore dovrebbe verificare la cosa con Vladimir Putin, che condivide le sue opinioni”, concludeva il sarcastico comunicato del rivale. Frase che, al di là delle intenzioni, convergeva con la manipolazione in atto,  tesa a evidenziare legami tra il Grand Old Party e i russi.

Un’operazione destabilizzante

Insomma, l’operazione fu sventata dal repubblicano, anche per questo ricordare che non ebbe influenza sul voto non ha senso, stante che svaporò prima del suo esito e rimase senza spiegazioni.

Ma la manipolazione in questione poteva avere conseguenze ben più destabilizzanti, che il Nyt non prende in esame.

Da mesi, infatti, infuriava una campagna maccartista contro Trump per i suoi asseriti legami con la Russia, incentrata sulle manipolazioni delle presidenziali.

Se Moore non si fosse accorto dell’operazione in atto, i suoi avversari avrebbero potuto accusarlo dell’indebito supporto di Mosca. Sarebbe stata la cosiddetta pistola fumante, la prova inconfutabile del sostegno russo al Grand Old Party e quindi a Trump.

Con conseguenze disastrose per il presidente degli Stati Uniti. Omettendo la denuncia del candidato repubblicano e sminuendo la portata di quanto accaduto, il Nyt elude del tutto tale scenario, accedendo a una narrativa più che minimalista del caso. Roba che ricorda la Pravda russa.

Le scuse di Morgan

Morgan, ovviamente, ha negato tutto, spiegando che al tempo aveva svolto solo una innocua ricerca, creando una pagina Facebook per vedere le reazioni sui social alle notizie mainstream.

Una marachella, magari, di cui si è scusato. Certo, egli scrive che la Knowledge aveva individuato manovre per manipolare quell’elezione.

Ma nonostante la sua azienda sia specializzata in cyber-manipolazioni russe, denunciate in maniera più che ossessiva via twitter, non sembra aver avuto né interesse né modo di individuare i manipolatori in questione.

Spiegazione che appare in controtendenza rispetto a un suo tweet del 10 novembre del 2017, riportato da Russia Today (altro falso?), nel quale Morgan denunciava “troll russi” impegnati nell’elezione in Alabama, scoperti grazie al programma Hamilton68.


Ed elencava le parole chiave usate dai manipolatori, ovvero Moore, Roy Moore, etc. “Che sorpresa!”, chiosava Morgan nel suo twitt. Già, sorpresona…

Nelle dettagliate scuse di Morgan si rileva un cenno curioso: egli scrive di aver scelto l’elezione in Alabama per la sua ricerca perché il risultato era scontato, dato che Moore era più che favorito e l’Alabama era sicuro appannaggio dei repubblicani.

Invece ha vinto il candidato democratico. Esito “clamoroso”, scriveva Repubblica. Altra sorpresa.

Tutto sospeso

Non solo il Nyt. Il 6 gennaio sulla vicenda è tornato il Washington Post che riferisce di un documento in suo possesso che conferma quanto rivelato in precedenza.

L’operazione di manipolazione del web, che prendeva il nome di Project Birmingham, ha in effetti avuto luogo, anche se le responsabilità di Morgan e di altri soggetti coinvolti sono ancora da individuare.

L’articolo del giornale di riferimento della destra americana è meno evasivo dell’omologo del Nyt, anche se limita la portata dell’operazione solo alla effettiva incidenza dell’operazione sulle elezioni che si sono svolte in Alabama, durante le quali il candidato repubblicano, ricorda il quotidiano, fu accusato da vari giornalisti di godere dell’indebito supporto dei russi.

Come detto, il punto della vicenda non ci sembra sia il risultato elettorale, come peraltro si accenna vagamente anche un passaggio dell’articolo in questione, nel quale si riferisce che queste notizie confermano “gli avvertimenti degli esperti di disinformazione, i quali da molto tempo hanno osservato che le minacce alla correttezza e alla trasparenza del dibattito politico nell’era dei social media possono provenire con la stessa probabilità sia da ambiti nazionali che stranieri”.

Tant’è. L’unica censura ricevuta finora da Morgan è stata la sospensione della sua pagina Facebook.

Forse ci sarà un’inchiesta approfondita e forse no. Il caso, infatti, rischia di gettare ombre sulla narrazione corrente riguardo le influenze russe nelle elezioni d’Occidente, accreditata dai servizi segreti di mezzo mondo. Insomma, tutto è sospeso in via provvisoriamente definitiva.

Detto questo, il progetto Alabama – o Birmingham – insegna che le manipolazioni via web hanno tante, sorprendenti, sfaccettature. Come insegna il recente caso dell’hackeraggio dei dati sensibili in Germania, opera di un ragazzo tedesco.