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Conflitto di spie nell’estremo Nord:
la Guerra fredda non ha mai fine

C’è un luogo, in Europa, dove si concentrano tensioni e opportunità, confini e globalizzazione, testate nucleari e progetti avveniristici. Siamo all’estremo Nord Est della Norvegia, a Kirkenes, uno di quei posti marginali e sconosciuti che gli eventi, anche climatici, e soprattutto gli uomini, a un certo punto portano al centro della scena. Il classico punto nevralgico, eccitante, ma non di meno schizofrenico. È una cittadina portuale di poche migliaia di abitanti, collocata tra i fiordi, tra la terra e il mare di Barents, dove finisce la taiga a oriente e comincia la tundra scandinava, cruciale avamposto della Nato a una decina di chilometri dalle garitte e dalla selva di missili russi collocati nella penisola di Kola, che ospita il 60 per cento dell’arsenale atomico di Vladimir Putin. 

Kirkenes, roccaforte nazista, fu liberata dai sovietici nel 1944, il che spiega il monumento al milite dell’Armata Rossa eretto sulla collinetta che domina il piccolo centro cittadino. Anche nei decenni di Guerra Fredda, quando le spie erano più numerose dei residenti, a Kirkenes (ma in tutta la Norvegia artica) non ha mai attecchito il sentimento antirusso. Tanto che nei primi anni Duemila fu siglato uno storico accordo con Mosca sui confini marittimi del mare di Barents – tra i più ricchi di petrolio e pesce del mondo – che ha fatto scuola in tema di crisi di confine. Rune Rafaelsen, l’allora presidente del Barents Secretariat, centro per la cooperazione transfrontaliera finanziato dal ministero degli Esteri norvegese, veniva chiamato il «Simon Peres dell’Artico». Ora Rune è il sindaco di Kirkenes e si trova alle prese con scenari completamente diversi. 
Alla recente conferenza Arctic Frontiers di Tromsø, chiamata la «Davos norvegese», dove s’incontrano ogni anno i protagonisti della trasformazione in atto nel Grande Nord, Rune è stato tra gli speaker più visionari, ma anche tra i più allarmati. «Quel mondo di cooperazione sta sparendo», ha detto al Giornale, «gli interessi sono diventati troppo grandi e quello spirito di fratellanza nordica sta svanendo. I pericoli sono più gravi che ai tempi della Guerra Fredda, quando questo mare era solo l’area della contesa. Ora è l’oggetto del contendere». 

Qui s’intrecciano storie di sviluppo economico legate al «Nuovo Artico», cioè le immense opportunità offerte dagli effetti dello scioglimento repentino dei ghiacci nell’estremo Nord scandinavo, a vicende allarmanti che indicano quest’angolino d’Occidente come uno tra i più sensibili dal punto di vista della sicurezza internazionale. L’ultimo caso a tenere alta la tensione tra Mosca e Oslo, dove si è appena insediato un nuovo governo conservatore, è quello di Frode Berg, 62 anni, ex ispettore di confine norvegese in pensione, arrestato il 5 dicembre scorso per spionaggio a due passi dal Cremlino e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Lefortovo. Berg, così lo definiscono tutti, compreso il sindaco, era un «paladino dell’amicizia tra confinanti», tanto che dopo la pensione si è dedicato al volontariato per una Ong russa nella regione rurale di Murmansk e ha organizzato molte gare di sci transfrontaliere. Improvvisamente viene arrestato a Mosca mentre imbuca una busta indirizzata a una certa Natalia contenente 3000 euro e, secondo le accuse dell’Fsb, i servizi russi, indicazioni per una missione d’intelligence. Non è chiaro chi a Oslo abbia consegnato la busta a Berg, ma l’opinione dominante, anche se non ufficiale, è che si sia trattato di una trappola costruita a tavolino (magari attraverso agenti dell’Fsb in Norvegia) per raffreddare lo «spirito di Barents» e quella visa free zone istituita nel 2012 per agevolare i rapporti nella regione e che ha visto aumentare gli ingressi giornalieri dei russi dai duemila del 1990 ai 320mila del 2013, ma anche crescere il coinvolgimento oltreconfine delle Ong norvegesi, perlopiù ambientaliste.

«Berg è stato usato per alzare il livello di tensione», assicura Rune. «Le Ong sono ora viste come cavalli di Troia della Nato». Secondo il politologo Lars Rowe, del Nansen Institute di Oslo, «si tratta del primo arresto per spionaggio di un norvegese in Russia dai tempi della Rivoluzione». Una vicenda che a Kirkenes viene associata alla stretta dell’Fsb sui media norvegesi. Emblematico il caso di Thomas Nielsen, direttore del quotidiano online The Independent Barents Observer, diffuso in inglese e in russo (molto seguito quindi anche oltreconfine), fondato il 7 ottobre del 2015, compleanno di Putin e anniversario dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja. Thomas ha seguito, anche con l’aiuto di satelliti, varo dopo varo, bunker dopo bunker, la trasformazione della penisola di Kola in una santabarbara artica. Con le sue fonti ha documentato come oggi, complessivamente, piazzate a circa 60 chilometri dal confine Nato, vi siano 1388 testate nucleari russe. Ha anche scoperto l’esistenza, a venti chilometri dal centro minerario di Olenegorsk, di un deposito atomico segreto: nome in codice Unità 62834, ma in gergo militare è chiamata La Città degli Zar, perché chi vi risiede vive di eccezionali privilegi. «Dipende direttamente dalla Dodicesima direzione generale della Difesa, quella responsabile di tutte le armi atomiche russe. Nella Città degli Zar», spiega, «si trovano probabilmente tutte le testate non strategiche». Nielsen di punto in bianco, lo scorso anno, si è visto annullare, senza spiegazione, il visto d’ingresso in Russia.

Cresce la tensione con la Nato, che rafforza la sua presenza nel mare di Barents, ma la militarizzazione dell’Artico russo occidentale è soprattutto uno scudo a difesa delle immense risorse di gas e petrolio sempre più accessibili a causa del riscaldamento dell’oceano polare, doppio rispetto agli altri mari del globo. Al largo dei seimila chilometri di costa russa – dove sono stati costruiti 12 porti in 10 anni – passa inoltre la nuova rotta commerciale marittima, utilizzata dalle petroliere russe per il trasporto domestico, ma diventata per i cinesi parte cruciale della Via polare della Seta, sulla quale Pechino intende dirottare via via una grossa porzione del traffico Asia-Occidente, in alternativa al tragitto tradizionale via Suez. La Cina detiene il monopolio del commercio marittimo mondiale, l’85 per cento del quale riguarda gli scambi Asia-Europa-Stati Uniti, e l’Artico, sempre più navigabile, è la bretella naturale. Percorso più breve e al sicuro da terroristi e pirati. Giro d’affari intorno al miliardo di euro al giorno.

«Kirkenes», ha detto il suo omologo di Shanghai al sindaco Rune, «è la città occidentale più vicina alla Cina». Difatti questo angolo appartato di Norvegia, e quindi di Europa, sta diventando il centro geostrategico dello sviluppo della regione artica. Un immenso cantiere, terminale della Via polare della Seta in Europa. Si sta costruendo un porto in grado di ospitare i grandi bulk asiatici, tre distretti dirigenziali per le multinazionali, impianti di rigassificazione, terminal per le pipeline, depositi di stoccaggio del greggio con una capacità di 20 milioni di tonnellate: «Prevediamo che in pochi anni il 10 per cento dei container provenienti in Europa da Cina, Taiwan, Sud Corea e Giappone transiteranno per la via marittima artica e arriveranno a Kirkenes», dice Kenneth Stålsett, 35 anni, a capo della municipalizzata Arctic Smart Cities che gestisce le grandi manovre logistiche. La ferrovia che collegherà Kirkenes al centro dell’Europa è invece un progetto a traino finlandese. Si chiama Corridoio artico, i container asiatici verranno caricati sui vagoni: «Cinquecento chilometri di binari da qui a Rovaniemi, 700 vagoni al giorno». La Finlandia sta intanto siglando accordi con Russia e Cina, attraverso la società Cinia, per stendere 10mila chilometri di cavo a fibra ottica sotto l’Oceano artico, da Kirkenes fino all’Hokkaido giapponese. E nell’epoca delle cyber war è chiaro come l’operazione è una sfida non solo tecnologica ma soprattutto politica.

Marzio G. Mian