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Una guerra fra contadini e operai
I dazi di Trump dividono gli Usa

L’odore del sangue si sente già uscendo da Dakota City sulla highway verso la zona industriale. Un odore rugginoso e dolciastro. Da fuori la Tyson sembra un’immensa fabbrica di elettrodomestici, ma è il più grande mattatoio del mondo, quattrocento manzi squartati ogni ora. Quando chiuse il macello di Chicago, raccontato nel celebre libro di Upton Sinclair, La Giungla, quest’angolo di Nebraska che confina con l’Iowa si è trasformato nel distretto mondiale della bistecca: in un territorio di una ventina di chilometri lungo le sponde del Missouri River, messi insieme i manzi e i polli di Dakota City con i maiali di Sioux City, si lavora la metà della carne degli Stati Uniti, dove ogni cittadino ne mangia in media 125 chili l’anno, contro i 70 chili degli europei. Siamo nel Granaio d’America, di erba nella prateria del Nebraska se ne vede poca: mais, soia, soia e mais. Una parte va in biofuel, una parte in pancia agli angus, il resto, quasi il 70%, all’estero, perlopiù in Cina.

Li chiamano feedlot, sono le fattorie dove ingozzano i manzi, li «finalizzano», e raggiungono quasi 800 chili in 145 giorni. Ve ne sono sei milioni e mezzo in questo Stato che non arriva a due milioni di abitanti, 24 persone ogni dieci chilometri quadrati. La contea di Stanton vanta la maggior concentrazione di bovini del Pianeta. «Noi siamo l’America!», s’infervora Josh Alexander, giovane titolare di una delle poche aziende famigliari: da qui arrivano al macello di Dakora City 12.500 animali l’anno. «Siamo noi quelli che garantiscono proteine sulla tavola degli americani, altro che gli operai dell’Ohio e della Pennsylvania, altro che l’acciaio e l’alluminio. Anche Donald Trump ci ha fregato come tutti gli altri. Qui l’abbiamo votato tutti, anche se non c’entrava nulla con noi, sapevamo che era uno di Manhattan, che non ha mai annusato merda di vacca in vita sua. Ma speravamo che avrebbe ridato dignità all’America rurale. Non chiedevamo aiuti federali, ma riforme e contrasto alle multinazionali che distruggono le nostre comunità. Invece saremo ancora noi a pagare».

Contrordine sul Missouri. I giornali la chiamavano Trump Valley, la «Val Trumpia» della rivoluzione anti establishment che ha sconvolto gli equilibri mondiali. Ma del patriottismo economico promesso dal presidente, il popolo della «Corn Belt», la cintura agraria e conservatrice che l’ha votato in blocco, non ha visto neanche l’ombra; anzi rischia di subire gli effetti della politica protezionista lanciata da Trump per corteggiare i pochi reduci (e profughi dem) della «Rust Belt», l’arrugginita cintura industriale sfasciata dal globalismo di Clinton, Bush e Obama. «Gli presenteremo il conto alle elezioni di mid-term a novembre», promette Scott Kinkaid, quarta generazione di farmer a Hurtington, che praticamente da solo coltiva 13.500 acri di mais e soia, l’equivalente di 4.500 campi di calcio. Stalle contro fonderie. L’annuncio di alzare le tariffe del 25% sulle importazioni dell’acciaio e del 10% su quelle di alluminio «per ragioni di sicurezza nazionale» ha provocato l’immediata reazione della Cina che ha promesso ritorsioni durissime sui prodotti agricoli americani: più della metà della soia importata da Pechino, destinata all’allevamento di quasi un miliardo di maiali, arriva dagli Usa, cioè dagli Stati repubblicani e trumpisti del Midwest. «Parliamo di un valore di 14 miliardi di dollari l’anno», dice Scott. «Ma complessivamente le esportazioni agricole in Cina raggiungono i 22 miliardi. Sarebbe un suicidio. Senza dire che il settore agricolo americano è l’unico a vantare un surplus commerciale con 138 miliardi di export».

Ma non c’è solo la Cina. Il paradosso è che il 70% delle esportazioni della Corn Belt interessano proprio i Paesi che potrebbero essere colpiti dai dazi «industriali» di Trump: Canada, Messico, Russia, Germania. «Pura demagogia», dice Clay S. Jenkinson, scrittore e studioso dei movimenti agrari americani alla Bismarck University, in Nord Dakota. «Trump sa benissimo che non riuscirà mai a rianimare l’occupazione in un’industria morta da vent’anni, lo fa per sparigliare gli schieramenti, ma non si rende conto che le vittime di questa guerra sono le comunità che ancora garantiscono cibo e identità al Paese. L’America sa produrre bene mais e soia, la Cina sa fare industria pesante. Punto».

Erano 216mila gli operai dell’acciaio nel 1998 e oggi sono 120mila, erano 13mila quelli dell’alluminio nel 2013 e sono 5mila quelli rimasti. Delle 23 fonderie di alluminio nel 1993, sono sopravvissute solo quattro. Il 90% dell’acciaio è importato, e il resto si produce ormai con i robot: «Nel 1990 per produrre una tonnellata di acciaio ci volevano dieci ore di un operaio, oggi ne basta una», dice il professore. Altro paradosso, i tagli alle tasse praticati da Trump offrono agevolazioni alle industrie che investono in tecnologia e robotica e quindi nel taglio alla manodopera. «Non basta: gli operai impiegati negli altiforni tradizionali sono solo il 3%. Ormai l’unico acciaio e alluminio made in Usa deriva dagli impianti di riciclo. Si calcola che ogni posto di lavoro recuperato nelle acciaierie tradizionali grazie ai dazi, produrrà cinque licenziamenti in quelle di nuova generazione». E quale sarà il prezzo pagato per l’industria che ora acquista acciaio straniero, come quella dell’auto? «Goldman Sachs ha calcolato che Ford e General Motors perderanno un miliardo di dollari l’anno ciascuna, che significa licenziamenti».

Il barometro dell’ottimismo nei campi va a picco: con l’elezione di Trump, secondo un indice curato dalla Chicago University, era ai massimi storici, dopo un anno è crollato ai livelli dell’era Obama. Ha deluso soprattutto l’uomo piazzato da Trump all’Agricoltura, Sonny Perdue, l’unico dell’Amministrazione a essere finora risparmiato dagli strali del presidente. «Ha smantellato alcune buone norme ambientali di Obama sul benessere animale e sugli scarichi agricoli, ha tolto ai piccoli allevatori il supporto legale contro le imposizioni della grande distribuzione», dice Clay, «per il resto mai nessuno aveva così danneggiato le fattorie famigliari a vantaggio delle multinazionali».

Marzio G. Mian