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31-01-2005 Ali Al Salem, Camp Buhering, Kuwait
Esteri
Soldati USA della 42ma Military Police Company nella base militare di Camp Buhering in Kuwait attendono di essere trasferiti in Iraq
Nella foto: soldati seduti nel C-130 che li porterˆ in Iraq
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“Gli Usa lasceranno la Siria:
ritiro delle truppe completo”

Donald Trump lo aveva annunciato durante la sua campagna elettorale: i soldati americani impegnati in Siria avrebbero dovuto lasciare il Paese mediorientale il prima possibile. Questa intenzione è rimasta fino ad ora lettera morta, ma qualcosa potrebbe cambiare.  Secondo quanto riporta il New York Times, infatti, l’amministrazione Trump sarebbe pronta a ritirare gli oltre 2mila militari impiegati in Siria nelle operazioni contro il sedicente Stato islamico. Lo stesso presidente, oggi ha twittato: “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, la mia unica ragione per rimanere lì durante la presidenza Trump”. La notizia è stata poi confermata dalla Casa Bianca: “Cinque anni fa, l’Isis era una forza molto potente e pericolosa in Medio Oriente, ora gli Usa hanno sconfitto il califfato territoriale. Queste vittorie sull’Isis in Siria non indicano la fine della coalizione globale o della sua campagna. Abbiamo iniziato a riportare i militari statunitensi a casa, mentre portiamo avanti la transizione alla prossima fase della campagna”. 

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Come lasciare la Siria?

Abbandonare il Paese mediorientale non sarà facile. Gli Usa sono impegnati attivamente in Siria sin dall’inizio della guerra civile, nel 2011. Prima per sostenere i ribelli – la stessa Hillary Clinton lo racconta nelle sue memorie – e poi al fianco dei curdi, impegnati nella lotta contro le bandiere nere dell’Isis. E proprio le Forze democratiche siriane adesso potrebbero avere la peggio. Anche perché il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato una nuova offensiva militare dopo Ramoscello d’olivo, iniziata lo scorso gennaio. Proprio ieri, il giornale turco Yeni Safak annunciava che Ankara è pronta a schierare oltre 24mila soldati contro le milizie curde per eliminare i tunnel del Pyd, che i turchi considerano un movimento terroristico affiliato al Pkk. L’operazione militare, ha fatto sapere il presidente turco, potrebbe iniziare “da un momento all’altro”. E quest’azione militare, ha fatto sapere lo scorso 17 dicembre Erdogan, sarebbe stata concordata con gli Stati Uniti.

Lasciare il Paese, dicevamo, non sarà per nulla facile. Da una parte l’apparato militare chiede più tempo a Trump, dall’altra lo stesso presidente americano preme affinché i militari se ne vadano il prima possibile. In mezzo, rimangono gli alleati sul campo, ovvero i curdi che in queste ultime settimane hanno perso moltissimi uomini combattendo contro l’ultima sacca di resistenza dello Stato islamico a est del fiume Eufrate.

Il Wall Street Journal fa inoltre sapere, citando fonti ben informate, che l’esercito americano avrebbe informato i suoi alleati nella regione di voler iniziare “immediatamente” le operazioni di ritiro delle truppe. Così facendo, però, Trump contraddirebbe il suo consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, che aveva detto che le gli Stati Uniti avrebbero mantenuto la loro presenza militare nella regione fino  quando le forze iraniane non avessero lasciato la Siria. 

Nelle prossime ore, quindi, vedremo se vincerà la linea Trump, ovvero l’addio immediato delle truppe dalla Siria.

Cosa succederà in Siria?

L’eventuale allontanamento delle truppe Usa dalla Siria cambierà, e non poco, gli equilibri all’interno del Paese. Soprattutto i curdi, lasciati soli, dovranno necessariamente trovare un accordo con il governo di Bashar al Assad se non vorranno cadere sotto i colpi di Erdogan. Resta da capire, però, perché gli Usa hanno deciso di lasciare proprio ora la Siria. E, soprattutto, cosa hanno chiesto in cambio.

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