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Gli elettori con Abe

Questione di tempismo. Il Giappone avrebbe dovuto eleggere la Camera bassa alla fine del prossimo anno, ma il Premier Shinzo Abe gioca il suo poker senza troppo azzardo. L’opposizione è debole e divisa, il gradimento sale e poi c’è l’effetto «rocket man», cioè l’incubo Kim Jong-un che minaccia la stabilità della regione con i suoi missili che sorvolano i cieli nipponici. Serve un governo più stabile e forte. Una scelta che ricorda Theresa May, con la sua mal calcolata decisione d’andare a elezioni anticipate per poter trattare la Brexit con maggiore fermezza. Sappiamo com’è andata. Abe tuttavia, secondo tutte le previsioni, il 22 ottobre dovrebbe vincere la partita. Si diceva della Nord Corea: ebbene la linea dura del liberaldemocratico Abe dovrebbe pagare. Ha mostrato fermezza contro Pyongyang, ma non sudditanza verso l’alleato americano; anzi, sulla questione del trattato sul nucleare iraniano, non ha seguito il contrordine di Trump, nonostante il rapporto tra i due sia particolarmente sereno. Meno popolare la sua intenzione d’aumentare le tasse per far fronte a welfare e debito pubblico, mitigata però con la promessa di finanziare un pacchetto per infanzia, istruzione e anziani. La sfidante è Yuriko Koike, governatora di Tokio e già ministra della Difesa del primo governo Abe. Corre con una lista civica – Kibo no To, Partito della speranza – che qualcuno ha paragonato a En Marche! di Macron. Ciò che le viene rimproverato e di avere lanciato la sfida a livello nazionale senza lasciare la carica di capo del governo di Tokyo, una città di 14 milioni di abitanti che non può permettersi una guida a mezzo servizio. I commentatori le danno poche chance, ma la indicano comunque come la nuova stella del Levante. Ex mezzobusto tv, parla l’arabo e si presenta come una «conservatrice riformista»; il suo riferimento è la Thatcher, soprattutto sul fronte economico. La «Yuronomics» promuove gli investimenti privati con una combinazione di deregulation, tagli alla spesa pubblica e tassazione dei profitti delle grandi compagnie. La questione nucleare, a sette anni dal disastro di Fukushima, è centrale nel dibattito: Abe vuole riavviare i reattori per alleggerire la dipendenza energetica dall’estero, l’agenda di Koike promuove un’uscita dal nucleare entro il 2030 e investimenti sulle rinnovabili. A parte poche sfumature, i programmi dei due contendenti non sono molto diversi, e gli elettori liberaldemocratici dovrebbero confermare in massa il proprio candidato. Ovvio che il convitato di pietra di queste elezioni è il bombarolo coreano che ha spedito due missili balistici sui cieli dell’isola di Hokkaido. Per il Giappone è una «questione nazionale». E la maggioranza segue Abe nel programma di rafforzamento delle difese, ma soprattutto in un cambio radicale della dottrina nucleare. «Dobbiamo poter colpire la Corea del Nord in ogni momento», ha detto Abe. L’obiettivo è di mettere mano alla riforma costituzionale, figlia della guerra persa e di un «pacifismo» imposto dal vincitore e ritenuto anacronistico. Senza dire che la performance economica del Paese promuove la politica del governo; la borsa di Tokyo, dopo due decenni di stagnazione, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Novanta. E il quotidiano economico Nikkei scommette sulla vittoria della coalizione al governo.

Marzio G. Mian

  • Demy M

    Nell’articolo non si citano le manifestazioni contro Abe per aver militarizzato il Giappone come mai accaduto. Okinawa ne è un esempio taciuto dai giornalisti.

  • Luigi Biasini

    Speriamo che sia una fermezza con la testa sul collo