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Dove gli animali sopravvivono solo con la scorta

Se ne sono andati anche gli animali. «E quelli che restano spiega Maki Soumaré dobbiamo pure farli scortare dai soldati, come fossero uomini». Anzi, come valessero più degli uomini. E, forse, è tristemente così in Mali: già il nome del Paese significa «ippopotamo» e porta con sé il ricordo di una delle antiche ricchezze che non ci sono più. Dall’Europa sogniamo la «nostra Africa» anche per vedere i big five, la natura at its best, nel suo fulgore. E invece: leoni, leopardi, rinoceronti, bufali, sono, per colpa di un insensato sfruttamento intensivo del terreno, tutti estinti da anni, in questo scampolo di Africa nera anche nel destino. Qui, dove si vive con meno di 2 dollari al giorno, resta qualche ippopotamo che ancora occhieggia lungo il delta interno del Niger e rovescia stanco, quasi per contratto, qualche pinasse nei mesi di secca.

Ora anche agli elefanti hanno messo «la scorta» anti bracconaggio: sono meno di 300 esemplari del tipo nordico con zampe grosse e zanne piccole ma ambitissime per l’avorio. Vivono migrando nel sud est di questo Paese, disegnato sulle mappe a forma di papillon, dove però certe raffinatezze non servono. Basta alzare la voce e ognuno si prende ciò che vuole. Soumaré, ha studiato, ha lasciato il suo villaggio anche se non ha scordato che da piccolo chiedeva ai turisti anche le bucce della frutta che non mangiavano perché così gli aveva insegnato sua madre. Oggi, o meglio fino a qualche tempo fa, era guida turistica e ogni giorno controlla ancora sui siti per constatare che il suo Pase resta fra quelli sconsigliati anche ai più avventurosi dei viaggiatori. Lui ci prova e gira intorno al problema: parla degli animali per raccontarti «la crisi di fascino» – dice lui – in cui versa il suo Mali. Ma al colpo di Stato del 2012, alla guerra civile, all’intervento militare francese del 2013, agli attentati del 2015 e dello scorso giugno, non fa cenno. Per lui esiste solo un ricordo. «E tu ne fai parte pesta il pugno via skype -: fino a 5 anni fa arrivavate. Non in tanti. Ma sempre di più: francesi, italiani, sì per lo più europei».

È vero: il Mali, pur essendo uno dei paesi più poveri dell’Africa subsahariana e, quindi, del pianeta, stava sviluppando un promettente volume di turismo. Avventura, spirito di adattamento, pazienza (tanta) andavano impacchettate nello zaino, insieme a repellenti robusti, zanzariera e antimalarici. Poteva capitare di navigare un paio di giorni senza acqua potabile per scoprire ora possiamo dirlo con cognizione di causa – che l’acqua del fiume bollita non fa poi così male. Via terra, invece, un viaggio in Mali somigliava sempre a una danza ritmata a bordo di 4×4 scalcinati a sobbalzare per giorni, accarezzati solo dalla sabbia rossa del Sahel, fra distese di baobab che sembrano grandi carcasse di un passato abbandonato, mai rottamato davvero. Poi però arrivavi. Ed era ancora più bello di come te l’eri immaginato: Moptì, col suo mercato del giovedì dove la vita ha sempre una buona ragione e un buon affare per essere vissuta, a partire dai colorati bogolan, tessuti dai maschi, ma dipinti ad acqua, argilla e fantasia dalle donne. Djenné, con le sue moschee di fango solcato da impalcature di legno per una continua manutenzione: Come l’opera del Duomo», aveva imparato a dire la gente a tutti gli italiani fermi naso all’insù. Poi lei, la regina del deserto: Timbouctou dove, nei giorni spazzati dal vento di harmattan, c’è più nebbia che in Brianza e allora capisci perché Walt Disney, nel cartone animato tutto jazz e Parigi, ci voleva spedire, in punizione, quegli adorabili smorfiosi degli Aristogatti. Più remoto di così.

Qui, alla fine degli anni Ottanta ci venivano anche gli scalatori, pardon grimpeur, più freak di Francia. Su tutti arrivò lei, la divina, Catherine Destivelle a girare un film. Basta gole del Verdun, Kathmandu era superata: la nuova dimensione della verticalità erano le falesie di Bandiagara e il prodigio del granito fra Gao e Hombori. La chiamano mano di Fatima, ma somiglia più alle cime di Lavaredo. Fate voi. Però oggi è difficile sentirsi a casa in Mali. E queste storie fanno parte del suo passato: il presente ha altre cifre. Sono quelle di 12 milioni di persone che il destino non sa lasciare stare. Raccontano i cantori di griot locali del re mandingo Sundiata Keita: nato storpio a fine XI secolo, in realtà assommava in sé la forza di bufalo, pantera e leone. Ma gli imperi gloriosi del passato, il colonialismo francese e un’indipendenza sempre fragile hanno regalato al Mali ben altra eredità: solo il 19% della popolazione legge e scrive e solo 2500 km di strade sono asfaltate. Il resto è sabbia. O, meglio, sta sotto di essa. È qui che, fra giacimenti di oro, gas e petrolio, vide lungo Gheddafi.

«Il copione fino all’ottobre 2011 è stato comune a molti altri stati africani entrati nella costellazione libica», spiega Maki. Dietro alla proliferazione di tozzi grattacieli che svettavano sopra lo slum della capitale, c’era lui, il raìs, capace di succhiare una linfa che il Paese, da solo, non era in grado di valorizzare. Così Bamako, «lo stagno del caimano», è divenuto uno sgangherato bozzetto di futuro. Che si è arrestato subito dopo la fine del regime libico: in un Mali dove il 75% della popolazione è musulmana, i terroristi, quelli di Al Qaeda e del colpo di Stato del 2012, hanno avuto gioco facile, dissotterrando l’ascia di guerra a partire dal nord e da quel deserto dove, da secoli, si incrociano affari, carovane e lotte per l’indipendenza. Il terrorismo internazionale ha trovato sabbia fertile, stringendo alleanze con gruppi di sostenitori locali come i miliziani dell’Ansar Dine e il Mujao, movimento per l’unicità e il jihad dell’Africa occidentale. Non solo: a dar man forte si sono risvegliati anche i tuareg, da sempre in prima linea nei tentativi di ribellione e secessione. Oggi non vendono più formaggi, accampati ai margini di Timbouctou, non favoleggiano più sul méchou, il leggendario piatto tipico che è una sorta di matrioska gourmand composta da un cammello ripieno di montone, a sua volta imbottito di pollo farcito al piccione. Il business ora è un altro e ha spesso visto gli uomini blu del deserto contro i caschi blu dell’Onu: un contingente di 15mila uomini che in 4 anni si è già meritato sul campo il titolo di «missione di pace più pericolosa» con le sue 122 vittime ufficiali.

La guerra ha rischiato di cancellare la «città dei 333 santi» che sarebbe pure patrimonio dell’Unesco, ma che, invece, è sopravvissuta, pur con ferite inguaribili, protetta dalla tenacia dei suoi abitanti. «Moschee, madrasse, biblioteche: hanno spento ogni simbolo di un Islam illuminato: molto di quello che hai visto non c’è più, ma lo ricostruiremo per intero», ammette Soumaré. Dice che nemmeno i bimbi hanno potuto giocare per strada per lungo tempo. I grandi, però, tutti quei libri, manoscritti che da secoli attiravano gli studiosi e che ancora andrebbero compresi e studiati appieno, sono finiti nascosti, in salvo in cantina o sotto la sabbia. Mito o verità, spunto per «un turismo che tornerà», assicura l’amico maliano, recuperare la memoria non è ancora la priorità, quando la sicurezza resta un bene così fragile. «Ricordi come si arrivava a Timbouctou?», domanda secco. Per traghettare l’enorme ansa del Niger occorreva solo attendere che la chiatta si riempisse. Per questo poteva passare anche un giorno e l’unica speranza era che qualcuno stesse male: accodandosi all’ambulanza si sarebbe approfittato dell’urgenza di far partire la barca. Ora, invece, tutti i mezzi sono scortati e Timbouctou è come isolata per davvero. Eppure la gente non si arrende: in Africa non ti è permesso. Resilienza? La guerra distrugge anche le case? Loro le hanno sempre fatte in bancò, un misto di fango, argilla cotta e paglia che a ogni pioggia si scioglie e va ricostruita. «Faremo così anche stavolta». E quando «les etrangers» vorranno tornare, assicura lui, «saremo qui ad attenderli».

Lucia Galli

  • Jexm

    …i cinesi credono che zanne di elefante, tigri e altre parti di animali vari, servano come ”medicinali miracolosi” contro le più svariate debacle…. quindi, basta far fuori qualche miliardo di cinesi e il problema è risolto……..