Jordanian protesters argue with members of the gendarmerie and security forces during a demonstration outside the Prime Minister's office in the capital Amman late on June 2, 2018.
Hundreds of Jordanians demonstrated in the capital Amman for a third consecutive day on June 2 against price hikes and an income tax draft law driven by IMF recommendations to slash its public debt. / AFP PHOTO / Khalil MAZRAAWI

Caos ad Amman, il primo ministro
si dimette dopo le proteste di piazza

Il primo ministro giordano si è dimesso a seguito delle proteste di piazza esplose contro le misure di austerità volute dal governo.  Hani Mulki si è presentato davanti al re Abdullah II presentandogli le dimissioni. Il sovrano ha chiesto a Omar al-Razzaz, ministro dell’Istruzione, di prendere il posto di Mulki e formare un governo. La rabbia popolare è esplosa contro l’aumento dei prezzi e le tasse sugli individui (5%) e sulle imprese (20-40%), secondo un progetto di riforma fiscale fortemente raccomandato dal  Fondo monetario internazionale.

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Nella capitale Amman l’ultima protesta è andata avanti fino alle 3.30 di notte, in particolare ne quartiere di Tafieh (il più povero della capitale). Ma i giordani sono scesi in piazza anche in altre città: Zarqa, Balqa, Maan, Karak, Mafraq, Irbid e Jerash. La prima manifestazione di protesta, organizzata dai sindacati, si era svolta mercoledì scorso, seguita da una nuova protesta giovedì, dopo l’annuncio dell’entrata in vigore dell’aumento del costo dei carburanti e dell’energia elettrica, aumenti subito dopo congelati per evitare il peggio. Sessanta persone sono finite in manette, negli ultimi giorni, con l’accusa di disordini, violazione della legge o detenzione illegale di armi bianche. Il generale Fadel al-Hamoud , direttore della Sicurezza Pubblica, ha precisato che durante le proteste alcuni manifestanti hanno bruciato copertoni e si sono scontrati con le forze dell’ordine. Sono almeno 40 agenti gli agenti rimasti feriti.

Re Abdallah sta tentando di mediare: ha chiesto a governo e Parlamento “di avviare un dialogo nazionale globale e ragionevole”, e schierandosi dalla parte di chi protesta ha detto che è “ingiusto che il solo cittadino paghi le conseguenze delle riforme fiscali”. Non è escluso che dietro alla protesta ci sia qualcuno che soffia sul fuoco per destabilizzare il governo e lo stesso sovrano. Ma chi potrebbe essere a desiderare il caos?

I sospetti cadono subito sulla  Fratellanza musulmana, che in passato ha già provato a dare la spallata ad Abdallah, considerato troppo filo occidentale. Al re si rimprovera anche la politica filo saudita e l’accordo di pace con Israele, siglato nel 1994 e rivisto nel 2017. È possibile, questo punto, che Abdallah riceva un sostegno tangibile dei sauditi e di altri Paesi del Golfo, per provare a ridare slancio all’economia e neutralizzare le misure impopolari volute dal premier Mulki. Nello scacchiere mediorientale la Giordania è di fondamentale importanza. Lo sanno bene anche Israele, Stati Uniti e Unione europea. Il re può contare su una vasta rete di protezione. L’importante è che le contromisure siano tempestive.