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Giocatrici della nazionale afghana
sono state sistematicamente abusate

Caduto il governo dei talebani nel 2001, lo spot di un Afghanistan “moderno” e democratico ha subito preso spazio tra i meandri dei circuiti mediatici internazionali. Prime donne senza il burqa, primi palazzi di stampo occidentale in grado di modificare per sempre lo skyline di Kabul, primi elettori in fila in seggi elettorali con il dito sporcato dall’inchiostro volto ad identificare chi ha votato. Tanti piccoli simboli spacciati per importanti segnali di cambiamento. Uno spot appunto, che è servito (ma solo in parte) per giustificare una lunga permanenza di soldati Usa e della Nato in un paese dove però, nella realtà, di progressi politici e militari se ne sono visti ben pochi. Ad essere “assoldate” in questa campagna di promozione per il “nuovo” Afghanistan anche le ragazze della nazionale di calcio femminile. Le didascalie delle foto delle giovani donne che giocano a pallone a Kabul, hanno sempre parlato di esempio di progresso e di emancipazione femminile nel paese. Pochi per la verità in questi anni hanno fatto riferimento agli insulti, alle minacce ed ai soprusi subiti dalle ragazze. Adesso, a venire a galla, è anche la rivelazione di abusi sessuali perpetuati da vertici e responsabili della federazione calcistica afghana. 

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Gli abusi sessuali diventati “sistema” nel calcio afghano 

A far saltare il tappo è stata Khalida Popal, ex capitano della nazionale femminile di calcio. Quando sono caduti i talebani, lei aveva solo 14 anni. Da adolescente ha potuto quindi iniziare a giocare e si è subito distinta per il suo talento, di gran lunga superiore rispetto a quello di altre ragazze che si avvicinavano a questo sport nella Kabul dei primi anni 2000. Inizia quindi una buona carriera che la porta a diventare una delle bandiere della nascente nazionale femminile afghana, fino ad esserne anche il capitano. Un’icona dunque, l’ennesima ad uso e consumo di quei media che si sforzano a dipingere l’Afghanistan come un paese in grado di correre verso la normalità. Ma in realtà Khalida Popal è costretta a convivere con minacce e tentativi di aggressione. Non da parte dei talebani, ma di quella fetta di popolazione che non ha mai accettato l’idea che delle donne possano indossare delle divise e fare attività sportiva. E così dal 2011, per assecondare la sua passione, Khalida Popal è costretta a vivere in esilio in Danimarca. 

Ed è da lì che, a distanza di anni dalla sua prima denuncia, parla alla Bbc di come veniva gestito il sistema del calcio femminile in Afghanistan. Ragazze costrette a non uscire dagli alberghi dei ritiri, ad assecondare le velleità sessuali di dirigenti ed accompagnatori. Durante gli allenamenti, sovente gli uomini presenti allungavano le mani. In questa maniera si svolgevano anche le “selezioni”: chi si opponeva ad andare a letto con alcuni vertici della federcalcio, non entrava in squadra. A volte per molte ragazze essere nella nazionale afghana non è soltanto motivo di gloria, bensì anche unica fonte di reddito per sé o per la famiglia. Ed è proprio anche in base a questo stato di necessità che, dirigenti ed allenatori della nazionale, riuscivano ad esercitare pressioni tali da portare all’abuso di carattere sessuale. “Ho denunciato tutto anni fa – racconta Popal – Ma non è servito. Anzi, gli uomini che ho denunciato hanno poi fatto carriera”. 

Dopo aver visto l’intervista dell’ex capitano, sia le ragazze oggi all’estero che quelle ancora in patria hanno trovato coraggio. Ed anche loro hanno denunciato. Le autorità hanno trovato riscontri alle parole di Khalida Popal, adesso in tutto l’Afghanistan si parla degli abusi attuati all’interno della nazionale femminile. 

La forza delle denunce

Ed in tutto questo, in tutta una storia fatta di finta modernità e veri quanto atroci abusi, esce allo scoperto un aspetto positivo. Il punto di vista dell’Afghanistan si è ribaltato: non sono più “folli” le ragazze che giocano e che per giunta denunciano i loro vertici, adesso il paese appare indignato per gli abusi scoperti. Il caso è diventato nazionale e politico. Ne ha parlato il presidente Ghani, il quale ha assicurato giustizia e, con riferimento alle denunce delle ragazze, ha affermato di essere di fronte ad un autentico shock collettivo. Indagano anche le procure di Kabul, inchieste sono state aperte da più tribunali per rintracciare i colpevoli. Anche la Fifa, a cui alcune ragazze si sono rivolte, vuole vederci chiaro e minaccia di far saltare alcune teste della federazione calcistica afghana.

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Il caso quindi, ha ricevuto un clamore del tutto inaspettato o comunque non molto atteso. Quanto perpetuato contro queste ragazze non è più una “solita” storia di abusi, è adesso anche in Afghanistan considerato come un crimine e come tale da perseguire. Un risultato dunque per chi ha denunciato. E, si spera, anche un possibile primo passo avanti concreto, e non solo mediatico, su un tema che nel paese asiatico rimane molto delicato.