A demonstrator holds a french flag among christmas trees during a protest of Yellow vests (Gilets jaunes) against rising oil prices and living costs, on December 1, 2018 in Paris. - Speaking at the Paris police's command centre, French Prime Minister said 36,000 people were protesting across France, including 5,500 in the capital for this 3rd nationwide day of blockade ands demos. (Photo by Alain JOCARD / AFP)

Gilet gialli, ecco chi sono
e cosa vogliono davvero

Hanno scelto di identificarsi indossando pettorine catarifrangenti. E, lentamente, hanno bloccato i principali snodi stradali della Francia. Per protesta. Sono partiti occupando strade in campagna ma, in qualche giorno, hanno raggiunto anche la capitale, Parigi. Di fatto esistono da qualche settimana, ma se sono riusciti a costituire ciò che somiglia a un movimento strutturato lo devono ai social network. E, in particolare, ai gruppi Facebook

Con chi sono arrabbiati

Si fanno chiamare “gilet jaune” e non si definiscono né ricchi né poveri. Sono una parte della classe media francese, proveniente principalmente dalle campagne. E all’inizio hanno dichiarato la loro rabbia  per l’aumento delle tasse sul gasolio. Ma con le settimane, il malcontento ha avuto come unico bersaglio il presidente Emmanuel Macron. Accusato di aver dichiarato una guerra alla fetta di popolazione che, più di ogni altra, potrebbe impoverirsi. 

Le motivazioni dell’aumento del gasolio

Secondo quanto riportato dall’Economist, per l’esecutivo francese, l’aumento di 7,6 centesimi di euro al litro fa parte di un piano per riallineare le tasse sui carburanti e sul petrolio, con il fine di diminuire l’inquinamento dovuto agli scarichi dei veicoli. E un ulteriore aumento di 6,5 centesimi è previsto per il prossimo gennaio. Ma i  gilet gialli vorrebbero che questi sforzi fossero richiesti soprattutto alle grandi compagnie aeree, per esempio. E che non gravassero su di loro. Perché se è vero che nelle grandi aree metropolitane francesi i mezzi offrono buoni servizi (a Parigi, il solo il 13% della popolazione utilizza l’auto per spostarsi), le complessità riguardano tutte le persone che, per lavoro, devono spostarsi dalle zone rurali con la propria automobile.

L’arrivo a Parigi 

Nei primi giorni di proteste, iniziate ufficialmente il 17 novembre, si contavano in tutta la Francia 280mila persone. La settimana successiva i cittadini arrabbiati erano, circa, la metà. Ma le contestazioni giunte nella capitale una settimana fa sono degenerate quando un corteo ha raggiunto gli Champs-Elysées, distruggendo alcune vetrine e scontrandosi con le forze dell’ordine. Che hanno allontanato i manifestanti con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni. Ma le proteste non si sono fermate. E, anzi, avrebbero alzato il tiro.

Un movimento senza leader?

Hanno bruciato manichini e rievocato immaginari rivoluzionari che, dal Settecento, delineano il profilo della Francia. Ma non hanno un leader. Probabilmente per l’eterogeneità che caratterizza le varie formazioni. Che vanno dalla destra di Marine Le Pen a chi ha votato Jean-Luc Mélenchon. Dall’assenza di una figura unitaria nella quale riconoscersi potrebbe dipendere la fine dei movimenti. Oppure la loro sopravvivenza.  Un raggruppamento che raccoglie insegnanti, operai, studenti e impiegati ha, inevitabilmente, rivalità interne, che potrebbero trasformare il gruppo. Allontanandolo da chi, pubblicamente e socialmente, finora lo ha sostienuto.  

La posizione di Macron

Negli ultimi giorni, Macron ha preso l’impegno di ascoltare le istanze di chi manifestava. E, anche se ha confermato la volontà di mantenere in vigore le tasse sui carburanti, ha promesso di ripensare il loro aumento. Ma la percezione, non solo in Francia, è che il gradimento del presidente stia scendendo. Soprattutto a causa dei Gilet gialli.

L’identikit dei manifestanti fermati a Parigi

Ora sembra che tra gli obiettivi del capo dell’Eliseo ci sia anche quello di bloccare l’infiltrazione nelle proteste di manifestanti violenti (i responsabili della guerriglia urbana di Parigi della settimana scorsa). Eppure, secondo il procuratore della capitale, Remy Heitz, molte delle 378 persone fermate nella capitale sono uomini tra i 30 e i 40 anni. Che vengono dalle campagne, appunto, e che per loro ammissione non avrebbero mai partecipato ad altre manifestazioni politiche.

La rivolta di un mondo ai margini

Secondo quanto riportato dal Post, il geografo e autore francese Christophe Guilluy, studioso dell’area periferica francese, ha identificato le zone territoriali e i segmenti demografici  alla base del movimento con quelli che hanno portato al potere i sovranisti in vari Paesi del mondo. Secondo lo studioso, infatti, le diseguaglianze economiche e le fratture sociali che hanno generato le proteste sono il risultato di come le democrazie occidentali si sono adattate al cambiamento dei modelli economici negli anni Ottanta e Novanta che, nonostante abbiano portato a un aumento della ricchezza media, hanno premiato in modo diseguale la popolazione. A scapito delle fasce più deboli. Per Guilluy questi cambiamenti hanno determinato una nuova geografia sociale, dove le grandi città rappresentano il benessere e le aree rurali la stagnazione economica.