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Gerusalemme, altri Stati pronti a seguire Donald Trump

L’annuncio di Trump sullo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme ha scatenato un effetto-domino non soltanto in Medio Oriente, ma in tutta la politica mondiale. Dopo il voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (atteso, vista la composizione, ma forse non così compatto), gli Stati Uniti e Israele sono apparsi isolati sotto questo aspetto, in tutti i continenti. È mancato il sostegno dei Paesi a maggioranza islamica (come da copione), ma è mancato anche il sostegno delle potenze asiatiche, della Russia, dei Paesi africani ed è mancato l’appoggio dei partner europei e di molti Stati dell’America latina. Ma proprio da queste due arre del mondo, sembrano arrivare i primi segnali dell’avvio di certi effetti da parte del pressing diplomatico asfissiante messo in atto da Washington e da Tel Aviv sul fare in modo che altri Paesi del globo seguano la via intrapresa dal presidente Trump e decidano di spostare la propria ambasciata nella città di Gerusalemme. A Natale è arrivato il primo annuncio, quello del Guatemala, che riporterà la propria ambasciata a Gerusalemme dopo 37 anni. Jimmy Morales, “il Trump del Guatemala”, come viene ironicamente soprannominato dai media internazionali e nazionali, ha comunicato, attraverso il proprio profilo Facebook di aver dato ordine al ministero degli Esteri per iniziare le operazioni tecniche per lo spossatamente dell’ambasciata a Gerusalemme, rivolgendosi al popolo guatemalteco e parlando degli “eccellenti rapporti” con Israele dai tempi della nascita dello Stato israeliano. Il ministero degli Esteri dell’Anp, appresa la notizia, ha definito la decisione del Guatemala “una vergogna ed un atto illegale che va contro i desideri dei leader di tutte le chiese a Gerusalemme”, facendo leva dunque sul sentimento cristiano delle comunità che caratterizzano la società del Guatemala. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha invece lodato la scelta del presidente Morales, dicendo che “altre nazioni riconosceranno Gerusalemme” come capitale una ed indivisibile di Israele e che “annunceranno lo spostamento delle loro ambasciate. Un secondo Paese (dopo gli Usa) lo ha fatto ed altri, lo ripeto, seguiranno”.

Secondo i media israeliani, il Guatemala sarà presto seguito da un altro Paese dell’America centrale, l’Honduras, il cui governo è stato uno dei nove a votare contro la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni unite che censurava la decisione di Donald Trump su Gerusalemme e l’ambasciata americana in Israele insieme a Togo, Micronesia, Nauru, Palau e Isole Marshall. La viceministra degli Esteri di Israele, Tzipi Hotovely, ha detto che “ci sono contatti in corso con una decina di Paesi”, precisando che attualmente ciò che si valuta non è tecnicamente lo spostamento delle ambasciate quanto il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. La Repubblica Ceca, astenutasi durante il voto dell’Assemblea Generale, ha riconosciuto Gerusalemme ovest come capitale di Israele. Azione di per sé non risolutiva, dal momento che anche la Russia ha sempre sostenuto il riconoscimento della parte ovest della Città santa come capitale dello Stato di Israele, pur votando a favore della risoluzione che condanna il riconoscimento di Gerusalemme come capitale. Mosca, infatti, sostiene la soluzione politica dei due Stati, e il riconoscimento della parte occidentale quale capitale israeliana è sempre stato messo in parallelo con il riconoscimento di Gerusalemme Est quale capitale dello Stato di Palestina. Ma oltre alla Repubblica Ceca, in Europa sembra che anche Slovenia e Romania siano in procinto di sostenere la decisione di riconoscere la città quale capitale di Israele. Se fosse confermata questa operazione diplomatica, la breccia all’interno del blocco europeo sarebbe evidente. L’Unione europea ha contrastato la decisione di Trump e così anche gli Stati più importanti appartenenti all’Ue. Il fatto che tre Stati del sistema di Bruxelles decidano di andare contro questa volontà politica di evitare di schierarsi apertamente con Usa e Israele, comporta una nuova frattura in un sistema della politica estera comunitaria già abbastanza effimero, se non quasi nullo sotto molti aspetti. Ancora una volta, l’Europa dell’Est potrebbe assestare un duro colpo alla già fragile impalcatura della politica comune.