Merkel

“Berlino ha sfruttato la crisi:
ecco cosa ha guadagnato”

Sergio Cesaratto è un fiume in piena nella sua intervista a La Verità in cui ha preso una posizione chiara e netta sulle responsabilità della Germania nella crisi economica dell’eurozona iniziata nel 2008 e inasprita con le tensioni sui debiti del 2010-2011: “La Germania ha guadagnato con la crisi del 2008: l’euro si è indebolito e ha rafforzato le esportazioni tedesche”, ha detto il professore ordinario di politica monetaria e fiscale dell’Unione economica e monetaria europea, economia della crescita e post-keynesian economics all’università di Siena al quotidiano milanese (ripreso da Dagospia).

Secondo Cesaratto, l’insostenibilità dei debiti pubblici dei Paesi periferici dell’area euro è stata dettata da un circolo vizioso autoalimentatosi per anni. “Questi Paesi ricevevano prestiti dalla Germania, che si traducevano in acquisto di beni tedeschi. Una politica mercantilista, quella di Berlino: tenere bassi i salari interni, così i profitti sono alti, e il sovrappiù dei prodotti viene venduto all’esterno. Ma è una politica che ha le gambe corte: i Paesi periferici vedono crescere il loro debito, c’è scarsa fiducia sulla loro capacità di restituirlo e scoppia la crisi. Il modello tedesco è incompatibile con un’unione monetaria. Il problema dell’ Europa è la Germania”.

L’indagine di Cesaratto sulla Germania che non rispetta le regole

L’economista keynesiano, del resto, non è nuovo a critiche sul metodo di conduzione della politica economica tedesca. Il suo ultimo saggio, Chi non rispetta le regole, è stato elogiato da Marcello Foa per la “solidità delle sue osservazioni volte non a denigrare la Germania e nemmeno a nascondere le storture dell’Italia, bensì a osservarla con uno sguardo disincantato e obbiettivo”.

Nietzsche scriveva che “il genio tedesco mescola, media, imbroglia e moralizza” e, secondo Foa, “analizzando il comportamento della classe dirigente di Berlino negli ultimi trent’anni, incluso ovviamente il periodo della moneta unica, vien da pensare che forse quell’aforisma, seppur provocatorio, indicasse la tendenza delle élite tedesche a considerare un solo giudizio valoriale: quello del proprio interesse, ostentatamente e fastidiosamente ammantato di moralismo”. Sottolineata anche dall’ex viceministro delle Finanze tedesco Heiner Flassbeck, che ha definito la Germania “il maggior peccatore economico d’Europa”.

Obiettivo diretto di Cesaratto è l’impostazione della politica commerciale tedesca e il suo “mercantilismo monetario“. La Germania e gli altri Paesi in forte surplus commerciale, come l’Olanda, “hanno approfittato dell’indebitamento e delle importazioni dai Paesi periferici per accrescere le proprie esportazioni e […] ora violano la regola del gioco fondamentale di aiutare il riequilibrio all’interno dell’unione monetaria espandendo la propria domanda interna”. In questo contesto, la Germania, pur criticando il quantitative easing di Mario Draghi, ne ha indirettamente beneficiato grazie al volano garantito dalla svalutazione della moneta unica.

I perni dell’Europa tedesca

Come scrivono Thomas Fazi e William Mitchell in Sovranità o barbarie, la svalutazione competitiva interna ha acuito la proiezione commerciale tedesca: la disciplina imposta ai lavoratori dalle riforme del mercato del lavoro dal Ministro Peter Hartz tra il 2003 e il 2005 “ha permesso alle imprese del Paese di congelare di fatto i salari reali, riducendo in maniera significativa la quota salari sul Pil […] e comprimendo pesantemente la domanda interna” a favore delle esportazioni.

In definitiva “è innegabile che la politica tedesca di compressione dei salari sia uno dei fattori alla base degli squilibri delle partite correnti sviluppatisi in Europa in seguito all’introduzione dell’euro”. Gli squilibri commerciali legati alle scelte interne tedesche si sono ripercosse a cascata su tutta l’Europa, come riportato da Cesaratto, e le élite di Berlino hanno perseguito con tenacia politiche mercantilistiche e di austerità fiscale che hanno moltiplicato le problematiche strutturali, rifiutandosi poi di procedere a piani di espansione della domanda interna capaci di riequilibrare la situazione. Solo di recente Angela Merkel ha impostato una timida espansione della spesa sociale, derivata dalle turbolenze legate al calo di consensi della Grande Coalizione.

La crisi dell’Europa tedesca

Negli ultimi anni, una consistente parte del continente europeo è in “rivolta” contro la matrice tedesca dell’Unione Europea. Non solo la crescita dei partiti sovranisti lo certifica, ma anche la crescente manifestazione di fenomeni critici alla linea del rigore da parte di partiti di destra e di sinistra in tutto il continente e, negli ultimi tempi, nella stessa Germania. La sfida a tutto campo sul piano commerciale con gli Usa di Donald Trump vede la Germania in difficoltà e contribuisce ad accelerare l’emersione di contraddizioni da tempo latenti nell’eurozona.

Non è un caso che Berlino sia all’avanguardia nel discutere di quei “piani B” per la riforma o, in prospettiva, la fine della moneta unica che in Italia sono considerati tabù, come dimostrato dalla vicenda della mancata nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia.

Cesaratto, in un articolo pubblicato su Economia e Politica, ha aspramente criticato un progetto di riforma presentato a giugno da Christian Calliess, giurista tedesco che propone di “combinare il rafforzamento della sanzione di mercato” ai Paesi che violano le regole di Maastricht con “quello del controllo diretto delle istituzioni europee sull’applicazione delle regole fiscali da parte dei Paesi”.

Questo avverrebbe (attraverso il combinato disposto della costituzione di un Ministero del Tesoro dell’euro area (Mte) e della trasformazione del Mes (l’attuale fondo europeo salva-Stati) in un Fondo Monetario Europeo (Fme) con poteri più ampi e intrusivi”, secondo una logica simile alla proposta di riforma franco-tedesca dell’Eurogruppo. La Germania è conscia del ruolo giocato nella crisi di un ordinamento costruito attorno ad essa, e cerca una via d’uscita su due direzioni apparentemente divergenti ma complementari. Da un lato, puntando a rafforzare un’integrazione economica completa. Dall’altro, prendendo in considerazione l’ipotesi di poter, un giorno, saltar fuori dalla barca dell’euro nel modo più conveniente.

Critici come Cesaratto mettono di fronte alla contraddizione insita nella condotta tedesca in Europa. Una condotta troppo a lungo accettata per la mancanza di un’alternativa e che anche oggi, a causa delle schermaglie tra Italia e Francia che potrebbero essere le uniche nazioni interessate a un fronte comune per bilanciare Berlino, rischia di trovare pochi e sparsi oppositori. Consentendo alla Germania di essere la scrittrice di ultima istanza di regole che, in futuro, continuerà ad applicare solo a proprio piacimento.