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Firmata la tregua in Birmania

Quest’anno la stagione delle piogge tarda a finire. La strada per entrare nei territori controllati dalla guerriglia Karen è un fiume di fango. A tratti, il vecchio pick-up con il quale sto viaggiando, si impantana e bisogna scendere per spingere. Per i combattenti Karen che vivono in questa striscia di terra tra le vallate e le montagne dell’est della Birmania è una cosa normale.

Ed è sicuramente l’ultimo dei loro problemi.

Il trattato mai riconosciuto e l’inizio del conflitto

In queste zone si combatte la più lunga guerra di liberazione del mondo. Dal 1949, un anno dopo l’indipendenza dall’impero britannico, i Karen imbracciano le armi per richiedere la propria autonomia e la salvaguardia delle proprie tradizioni. Lo fanno a ragion veduta: Aung San, il presidente del Paese di allora e padre del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più grandi etnie che vivono nel Paese, attraverso il «Trattato di Planglong», la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale. Ma dopo l’uccisione di Aung San il potere è passato al generale Ne Win e alla sua sanguinosa dittatura militare, che ha annullato l’accordo e ha iniziato sistematiche violenze nelle zone etniche.

Il business dei militari nei territori etnici

Violenze che, a «Kawthoolei», la «Terra senza peccato» come amano chiamarla i Karen, non sono mai cessate. Neanche oggi, a meno di un mese da quelle elezioni legislative che il governo birmano e molti leader mondiali stanno definendo democratiche. Ma qui, in realtà, non c’è niente che fa pensare ad un cambiamento reale. La vecchia giunta militare ancora al potere ha simbolicamente deposto l’uniforme in armadio per vestirsi elegantemente e parlare di affari milionari con i governi e le grandi multinazionali del mondo. Non è cambiato però il suo modus operandi conto i dissidenti politici e le etnie: attacchi armati, carcere e repressione sono all’ordine del giorno.

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Il soldato con il sorriso

Saw Khu, un volontario dell’Esercito di liberazione Karen di circa trent’anni pieno di tatuaggi tradizionali è il mio accompagnatore. L’avevo conosciuto qualche anno fa e mi era rimasto impresso per il suo sorriso. In un inglese quasi perfetto imparato nella jungla, mentre mastica la sua noce di betel che in lingua Karen si chiama tablula, mi dice di abbassare la telecamera perchè stiamo per passare l’ultimo check-point dell’esercito thailandese. Poco dopo questo posto di blocco, con il pick-up che fa fatica ad ingranare le marce, entriamo nella fitta vegetazione e arriviamo ad Oo Kray Khee, il primo villaggio Karen dopo una frontiera fantasma. «Bentornato a Kawthoolei!», esclama sorridendo.

Il cessate il fuoco che nessuno vuole

La situazione è molto tesa. Queste zone sono controllate dal generale ribelle Nerdah Mya – figlio di Bo Mya, leggendario eroe della resistenza Karen scomparso nel 2006 – contrario alla fine delle ostilità finchè non ci saranno i requisiti. L’avevo incontrato nei giorni scorsi a Mu Aye Pu, il quartier generale della Karen National Defence Organisation (KNDO) a circa trecento chilometri da qui, dove si può arrivare attraversando il fiume Moei, il confine naturale che divide la Thailandia dalla Birmania. In realtà, a parte la leadership che qua viene additata come traditrice che ha venduto il suo popolo per un guadagno personale, la maggioranza dei Karen, sia civili che militari, sono contrari alla firma. «I birmani sono quelli che hanno sempre voluto annientarci», mi dice Klee Moo, un capitano fedelissimo a Nerdah Mya. «Sono quelli che hanno ucciso i nostri figli, violentato le nostre donne e bruciato i nostri villaggi. Ancora oggi lo fanno. Come pensi sia possibile fare una pace reale con loro in queste condizioni?». Per questa parte dei Karen non è possibile attualmente firmare un cessate il fuoco finchè il governo birmano non porrà delle solide basi per farlo.

«Mentre parlano di pace», mi aveva sottolineato Nerda Mya, «i birmani continuano a rifornire le loro basi nei nostri territori e a comprare armi in giro per il mondo. Non vogliono un reale dialogo politico, vogliono solo arricchirsi con le nostre risorse naturali e fare affari con i potenti del mondo. Ma la nostra terra non è in vendita».

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Un popolo pacifico costretto alla guerra

Oo Kray Khee è un villaggio immerso nella jungla, tra la natura che ancora non conosce i mali della modernità. Un paesaggio quasi magico che rispecchia l’indole di questo popolo pacifico originario della Mongolia e del Tibet che si è ritrovato a dover combattere per proteggere la popolazione e la terra dei prori avi, arrivati in queste zone dopo una lunga migrazione nel 730 Avanti Cristo. Nel villaggio, che è stato bruciato dai militari birmani diverse volte e sempre ricostruito, sono tornati a vivere molti Karen che erano stati costretti a scappare dalle violenze della giunta sanguinaria. Prima di tornare nelle loro zone di origine vivevano in condizioni fatiscenti in uno dei numerosi campi profughi nel territorio di confine thailandese, dove ancora oggi sono circa 130 mila. Oltre ai 500 mila sfollati interni, quelli che nel gergo delle Nazioni Unite vengono chiamati Internally Displaced People (IDP).

La onlus italiana che aiuta i Karen

In queste zone di guerra poco raccontate è attiva la Onlus italiana Popoli, che dal 2001 porta aiuto e sostegno alla popolazione civile costruendo villaggi, scuole ed ospedali. Ma non solo: si occupa anche di formare paramedici e insegnanti, oltre a fornire le medicine necessarie in tutto il distretto. «Grazie al loro intervento», mi spiega Diamond Khin, il vice direttore del Karen Department of Health and Welfare (KDHW), «la malaria è stata quasi debellata». Prima di entrare nel villaggio, mi avevano informato che la zona era stata colpita da un’epidemia di colera. «La situazione ora sembra che si stia stabilizzando, per fortuna. Nei giorni scorsi sono morte sedici persone».

La resistenza continua

È sera e continua a piovere ininterrottamente da due giorni. Tho Thee Tho, il responsabile del campo militare poco sopra il villaggio dove vivono circa cento famiglie, suona per me una chitarra e canta le canzoni tradizionali Karen. Mi chiede una sigaretta e, mentre sto per darla, mi versa del Jungle Whisky in un bicchiere di bambù. Il Whisky della Jungla è un fermentato di riso che qui usano solo in occasioni particolari. Questa sembra esserlo, è la mia ultima notte qua. La mattina dopo, mentre sto tornando in territorio thailandese sempre accompagnato dal «soldato con il sorriso», in un pick-up ancora più vecchio che ci lascerà a piedi a metà strada, incontro nuovamente Nerdah Mya che mi ribadisce il suo secco no al cessate il fuoco. Ed ora che è stato firmato, per i seguaci del generale ribelle inizierà una nuova e ancor più dura battaglia, che potrebbe vedere fronteggiarsi Karen contro Karen, i patrioti di Nerdah Mya contro chi ha accettato le condizioni imposte dai birmani. Una nuova, sanguinosa pagina di una guerra che dura da più di sessant’anni e che sembra non voler finire mai.

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