epa04192317 An Ukrainian soldier uses his binoculars at a checkpoint not far of Slaviansk, Ukraine, 05 May 2014. At least five pro-Russian activists were reported badly injured in fighting in the outskirts of the eastern Ukrainian city of Sloviansk, a rebel representative told the Interfax news agency Monday, as fighting flared anew in the troubled region. The pro-Western government in Kiev on 02 May started a fresh attempt to quash the rebellion, which it says is actively supported by Russia. Commanders say that Ukrainian army and Interior Ministry troops have fully encircled the city of more than 100,000 inhabitants.  EPA/ROMAN PILIPEY

Filorussi e ucraini al fronte con l’ossessione delle spie

Il ragazzino, esile, di vent’anni trema dalla paura. I miliziani filorussi sulla prima linea l’hanno preso mentre lungo i binari nella terra di nessuno. I volontari della Repubblica di Donetsk, che vuole andarsene dall’Ucraina, si insospettiscono perché non è del posto. La fobia delle spie, vere o presunte, ammorba ancor più la guerra civile strisciante nell’Est del Paese. Per non parlare del macabro balletto sulle cifre dei morti gonfiate o ridotte a seconda della propaganda. È la paranoia della provocàzia, sempre dietro l’angolo, che magari si risolve in una bolla di sapone.
Ad Andrievka, periferia di Slaviansk, dove lunedì si è combattuto, corre il fronte con l’esercito ucraino che ha riconquistato la collina dove spunta un’altissima antenna. Losfortunato ragazzino scambiato sul primo momento per spia viene legato con i lacci di plastica ad una ringhiera. Scoppia a piangere e farfuglia giustificazioni poco chiare sul perché girasse per la terra di nessuno. Uno dei miliziani gli tira una sberla e poi infila il pollice nell’occhio del malcapitato. La presenza di un giornalista serve ad evitare un trattamento peggiore. Il ragazzo è terrorizzato e alla fine i miliziani si convincono.
«Probabilmente non è una spia, ma un drogato. Lo portiamo al comando per controllare che i documenti siano a posto e poi lo lasciamo andare» spiega serafico Anatoly. Denti d’oro e occhi azzurri comanda il manipolo sulla prima linea di Andrievka. Tutti volontari di Slaviansk simili ad un’armata Brancaleone. Qualcuno in mimetica, altri in abiti civili e in ciabatte, che non vogliono farsi fotografare. Il fronte corre lungo i binari della ferrovia dove dei vagoni merci abbandonati fanno da barricata. «Lunedì mattina le truppe ucraine ci hanno attaccato con elicotteri, blindati e cecchini. È stato un inferno, ma non hanno sfondato» racconta Anatoly. I suoi uomini sono distesi sui binari, al riparo dei vagoni, armati di kalashnikov e binocoli per controllare le posizioni dei cecchini ucraini a duecento metri.

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Un paio di raffiche sparate da un altro lato della città assediata ci fanno sussultare, ma l’impressione è che sia in atto una fragile tregua. Ieri l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ha lanciato l’appello ad un cessate il fuoco in vista delle elezioni presidenziali del 25 maggio. Il governo ucraino ha chiesto alla comunità internazionale un aiuto «per monitorare il voto». Dalle parti di Slaviansk vogliono invece organizzare ilreferendum sull’indipendenza della Repubblica di Donetsk l’11 maggio, in alternativa alle presidenziali.

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La fobia delle spie si alimenta con le notizie opposte di agenti russi infiltrati fra i ribelli, che probabilmente ci sono, ma nessuno ha mai visto. L’altra faccia della medaglia è la cinquantina di agenti della Cia e dell’Fbi, che sono sbarcati a Kiev per aiutare il governo.


Un altro gioco sporco è il macabro balletto sulle cifre dei morti. I combattimenti di lunedì a Slaviansk hanno provocato secondo l’ufficio stampa della Repubblica di Donetsk 8 morti e 16 feriti.
La milizia filorussa del Donbass parla di 30 vittime, come il ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov. L’impressione sul terreno è che si tratti di una cifra gonfiata.
Propaganda opposta ad Odessa dove si cerca di sottostimare la strage dei filorussi morti nel rogo del 2 maggio. Adesso le vittime ufficiali sarebbero 46, ma 48 persone mancano all’appello. E negli obitori diversi cadaveri non sondo stati identificati: da 8 a 20, secondo il balletto delle fonti.
Nel clima da guerra civile la provocàzia è la parola più usata dai miliziani filorussi. Secondo loro è sempre dietro l’angolo e fa il paio con pravda, la verità, che i giornalisti occidentali non racconterebbero. Ad un controllo a Slaviansk, uno dei difensori della barricata si insospettisce per il nostro computer «nascosto» sotto il sedile, chissà per quale motivo. Alla fine riusciamo a spazzare via la paranoia della provocàzia o delle spie spiegandogli che è semplicemente il posto più sicuro.