Sanja Festival (Getty)

Quei festival in Giappone
dove si sfida la vita (e la sorte)

In quel perenne moto di oscillazione tra serio e faceto che è il Giappone, può sembrare difficile riuscire a trovare un senso a tutto. Anzi, non è che può sembrare, lo è. Si pensi alle manifestazioni più pop della cultura del Sol Levante, arrivate in Italia tra gli anni ’80 e ’90: ai due estremi si collocano la superba produzione di film d’animazione dello Studio Ghibli e il più grande e grottesco show d’intrattenimento televisivo della storia, Takeshi’s Castle. Per quale ragione 100 malcapitati concorrenti dovrebbero rendersi ridicoli in diretta tv sottoponendosi a dei giochi in cui vengono colpiti da palle rotanti di cartapesta, ricoperti di fango, messi a mollo nella melma? Non perché fa ridere, ma molto di più. Nella mente di quel genio del regista Takeshi Kitano, più una situazione diventa terribilmente seria, più qualcuno tenderà a scivolare nella comicità. Una sposa che inciampa sull’altare non fa forse più ridere di una che inciampa sulle strisce pedonali? Nell’allegoria dei concorrenti che provano ad espugnare un castello pieno di sgherri del boss esponendosi a delle mezze torture gratuite c’è tutto questo diabolico messaggio: da premesse serie, si finisce col ridere. E viceversa.

Ebbene, pur difficile che sia, tutto in Giappone ha un senso. Perfino Takeshi’s Castle. A un occhio poco attento, allora, i matsuri, le feste tradizionali nipponiche con carri allegorici (i dashi), sfilate in costume, musica di tamburi (i taiko), bancarelle con cibi e bevande (ovviamente il saké), gente per le strade potrebbero sembrare un po’ come tutte le altre feste nel mondo. Solo che il matsuri è una festa in versione giapponese, e quindi cambia tutto. Oltre ai più celebri e solenni Sanja matsuri e Gion matsuri, durante l’anno si svolgono in tutto il Paese infiniti festival davvero ridicoli. Tipo il Somin-sai, il festival dell’uomo nudo. Nel tempio Kokuseki, nella città di Mizusawa, ogni mese di febbraio migliaia di uomini sfidano il freddo vestiti solo col tradizionale perizoma giapponese (fundoshi) e si spingono tra loro per provare ad afferrare un ramo che pende dal soffitto assieme a dei dolci da offrire a una simbolica divinità, rappresentata da uno scelto a caso tra loro. Inutile dire che nella foga in diversi restino feriti, e per riuscire ad avere un “contatto” con il dio di turno alcuni impieghino metà della loro vita. Sembra proprio Takeshi’s Castle. E che dire del Dorome matsuri, un festival che si tiene ad aprile nella città di Akaoka e che altro non sembra che un buon pretesto per sbronzarsi (come se i giapponesi avessero bisogno di cercarne uno). L’evento principale è una competizione di bevute di saké, dove agli uomini viene data una coppa enorme con 1.8 litri di nihonshu (il saké giapponese), mentre per le donne una più piccola ciotola da 900 ml. In questa gara tutti sono invitati a bere tutto il saké nel modo più veloce possibile. Chi lo finisce avrà fortuna durante tutto l’anno a venire. A patto che si riprenda dal coma etilico.

Parimenti grottesco è l’Akutai matsuri, che si svolge nella città di Izumi, Prefettura di Ibaraki. Durante l’evento giovani e meno giovani sono incoraggiati ad  abusare verbalmente di 13 monaci vestiti da tengu (spiriti dal naso lungo). La palma del matsuri più ridicolo dell’anno se l’aggiudica però il Kanamara matsuri, la “festa del pene di ferro”. È in buona sostanza il festival della fertilità che si svolge a Kawasaki ogni prima domenica di aprile. Decine di carri con forme falliche vengono portati in trionfo in nome di una leggenda risalente al ‘600 secondo cui una giovane donna, colpita da una maledizione, nascondesse un demone dai denti aguzzi nelle sue parti intime, e che questi castrasse gli uomini che provavano ad avere rapporti sessuali con lei. La donna chiese allora aiuto ad un fabbro, il quale realizzò un pene di ferro in grado di rompere i denti del demone. Da questa leggenda ebbe origine il santuario di Kanayama, costruito in onore di questo “operaio della fertilità”.

Oggi, oltre al folclore, viene utilizzato come evento di raccolta fondi per la lotta all’Aids, e per secoli è stato luogo di preghiera per tante prostitute che invocavano protezione dalle malattie a trasmissione sessuale. Per quanto bizzarri possano apparire, insomma, sono tutti “mamori”, incantesimi shintoisti consumati come un aiuto in guarigione e protezione.

Molti di questi matsuri hanno origine dalle feste tradizionali cinesi che però nei secoli sono state inglobate nel concetto di shintoismo. Ogni festival, infatti, anche il più ridicolo, commemora un particolare kami, le figure divine dello Shinto inequiparabili a quelle occidentali. Il concetto di divinità, nell’antica religione giapponese apparsa nel 500 A.C., può essere infatti legato all’adorazione della natura, assoluta reverenza nei confronti degli eroi, ai citati culti di fertilità. Non è un caso che la famiglia sia vista come il meccanismo principale di conservazione delle tradizioni, e che quindi le nascite e i matrimoni siano legami da celebrare come istituti ultraterreni.

Il Tanabata matsuri in questo senso lega astronomia sentimento: il 7 luglio, a Sendai, ovvero il settimo giorno del settimo mese dell’anno, le due stelle Altair e Vega, solitamente separate dalla Via Lattea, si incontrano per festeggiare l’amore eterno. Ma non è un caso nemmeno che nell’adorazione della natura rientrino anche gli animali: dalle volpi, ai gatti, finanche i pesci, se è vero che lo Tsukiji shishi matsuri è un festival ambientato nel santuario sito nel mezzo del quartiere del mercato ittico più grande al mondo, dove ci sono delle lapidi dedicate persino ai poveri pesci raccolti dalle sacre acque giapponesi e trasformati in sushi.

Tutti i kami sono visti come benigni, non esistono concetti comparabili alle credenze cristiane come la collera di dio e il peccato degli uomini. La moralità è basata su quello che è di beneficio alla comunità. Al pari degli eroi, gli antenati vengono venerati come protettori della propria stirpe. Sebbene lo shintoismo non preveda un culto dei morti (durante le cerimonie funebri l’attenzione dei sacerdoti è rivolta al cordoglio verso i familiari più che al defunto in sé) l’Obon matsuri fa eccezione. Corrisponde al nostro “giorno dei morti“, e avviene in corrispondenza del 15 agosto, quando le anime dei morti cercherebbero di riunirsi ai loro cari che puliscono e addobbano le abitazioni per segnare la via del ritorno con le tipiche lanterne giapponesi. Si tratta di una cerimonia di chiara origine buddhista, ma rientra tra i matsuri più sentiti del Sol Levante. Qualche settimana prima, invece, a metà luglio le lanterne danno spettacolo durante il Minama matsuri: ventimila luci rischiarano nella notte il santuario di Yasukuni, che rende omaggio agli oltre 2 milioni di caduti per la patria durante le guerre. Senza distinzioni.

Strettamente connesso a un altro caposaldo dello shintoismo è il rituale di purificazione che si compie al cospetto dei vari luoghi di culto. La pulizia fisica nella cultura nipponica è un aspetto fondamentale, e anzi la tradizione dei bagni termali a fine giornata è una pratica quasi esclusivamente rituale, dacché quando ci si immerge nelle vasche private o nelle terme pubbliche lo si fa già da puliti. Il temizu, la pulizia di mani e bocca che si compie appena prima di entrare nella seconda porta dei santuari (un torii, il punto di passaggio dal mondo limitato a quello infinito dei kami) è un esplicito richiamo alle abluzioni che nell’antichità si compivano nei corsi d’acqua più vicini (misogi).

Il rituale è rigoroso: con la mano destra si riempie un piccolo mestolo di legno con l’acqua che scorre dalla fonte sacra, e lo si usa per pulire la mano sinistra. Poi si ripete l’azione con la sinistra che lava la destra. Poi ancora, con il mestolo di nuovo nella mano destra, si raccoglie un po’ d’acqua sul palmo sinistro da avvicinare per pulire la bocca. Infine, una volta risciacquata la mano sinistra, si pone il mestolo in verticale per far cadere l’acqua rimanente lungo il manico, in modo da rendere il legno pulito per chi compirà il temizu subito dopo. Solo allora si entra nell’ultima porta, evitando di camminare al centro del viale, che è il corridoio percorso dagli dei. Una volta all’interno dei luoghi sacri, l’ultimo rito da compiere è l’hairei: si avanza di fronte alla divinità, ci si inchina profondamente due volte, si battono le mani due volte, ed infine si fa un altro profondo inchino.

Tutto è preciso, schematico, eccezionale nella semplicità. Nulla è contorno, farsa, sterile intrattenimento. Basta solo, si fa per dire, riuscire ad andare oltre i propri occhi.