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Far salire il prezzo del petrolio
Cosa c’è dietro l’attacco in Siria

Dietro a un intervento militare si celano sempre altri fronti paralleli, così è sempre stato in passato e così è oggi in Siria.

Le cose che non tornano

La rappresaglia contro l’utilizzo delle armi chimiche è infatti una motivazione che da sola non può reggere il peso di una mobilitazione militare, seppur limitata come è avvenuta adesso. Sia perché, come già testimoniato su questo portale, ancora non si sono prodotte prove ufficiali circa la colpevolezza del Governo siriano sull’utilizzo di armi chimiche a Duma. Sia perché le intenzioni americane, fino a qualche settimana fa, erano in netto contrasto con quanto fatto nella notte di venerdì.

Sono infatti passate troppo facilmente nel dimenticatoio generale le dichiarazioni di Donald Trump, datate 3 aprile 2018, in cui esprimeva il suo desiderio di lasciare una volta per tutte la Siria. “Voglio uscire dalla Siria, è arrivato il momento, è ora di investire i soldi nel nostro Paese”.  Dichiarazioni che, come sempre scritto su questo portale, non erano andate per nulla a genio ai vertici del Pentagono e della Cia. La strana concomitanza di tempo tra la dichiarazione di Trump, il presunto attacco chimico a Duma e il conseguente re-interventismo americano farebbe pensare che qualche altro interesse si nasconda, dietro alla semplice difesa dei “diritti umani”.

Interessi militari? Forse. In effetti sarebbe difficile pensare a un Pentagono che accetti supinamente il nuovo ruolo che il Presidente avrebbe in serbo per le sue truppe. Non più gendarmi del mondo, ma semplici custodi dei confini nazionali.

Non solo interessi militari dietro ai missili angloamericani

C’è poi dell’altro in questa strana storia di coincidenze temporali. In aiuto ci viene l’autorevole Bloomberg che in un editoriale uscito in data 15 aprile spiega le dinamiche del prezzo del petrolio a seguito dell’attacco angloamericano in Siria. “Le crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno già aumentato i prezzi del petrolio e c’è ancora molto spazio per farli salire ancora”. Così comincia l’enigmatico editoriale del quotidiano finanziario americano. Ciò che si evince da queste prime righe e dai paragrafi successivi è che il lancio missilistico occidentale avrebbe provocato un rialzo del prezzo del petrolio.

Per Bloomberg però questo non sarebbe sufficiente, perché l’editorialista qualche riga più avanti suggerisce infatti agli Stati Uniti di prendere “serie azioni” anche contro gli alleati chiave della Siria, Russia e Iran, per continuare a far crescere il livello del prezzo dell’oro nero. Qualcuno potrebbe giustamente far notare che un innalzamento del prezzo del greggio favorirebbe proprio Russia e Iran, in quanto produttori ed esportatori di petrolio. Ci sono però delle sottigliezze da chiarire.

Il prezzo del petrolio occidentale è aumentato dopo l’attacco in Siria

Il petrolio non è uguale in tutto il mondo. O meglio in ogni zona estrattiva il greggio, oltre a portare un proprio nome specifico segue un andamento del prezzo che può discostarsi dalla media generale. Se l’andamento del prezzo è in generale positivo, è il petrolio del Brent ad aver registrato un netto aumento negli ultimi giorni. Lo testimonia Oilprice, il principale portale d’informazione al mondo sul mercato petrolifero, “la rapida escalation della situazione in Siria ha spinto i prezzi del greggio Brent a 72 dollari USA al barile”. Il Brent è il petrolio estratto nel mare del Nord, gestito prevalentemente dalla Shell Oil Company e dalla British Petroleum. Ora questo petrolio è a 72 $ contro i 68 $ del petrolio prodotto dai Paesi OPEC.

Un vantaggio economico cui si deve aggiungere il rinnovamento delle sanzioni occidentali a Iran e Russia che, de facto, mettono in pericolo oltre un quarto dei rispettivi mercati di esportazione petrolifera. Non si può dunque escludere che il Regno Unito abbia calibrato la sua vena interventista in Siria ben conoscendo anche le ricadute positive per l’oro nero della Corona.

La traballante tesi della difesa dei diritti umani

Così come non si può escludere che a Washington sappiano molto bene che nell’ottobre 2017 si è registrato il record delle esportazioni del petrolio americano, 1,7 milioni di barili al giorno. Una cifra che ridisegna la posizione statunitense sul mercato, non più semplice importatore, ma grande esportatore. E come ogni grande esportatore che si rispetti anche gli Stati Uniti ben accolgono un aumento del prezzo del petrolio, con un conseguente aumento dei profitti. Resta da capire se tutte queste ricadute positive sui mercati angloamericani siano una semplice conseguenza inaspettata dell’intervento militare in Siria oppure una delle cause scatenanti. Certo i curricula degli alleati fanno venire più di un dubbio circa la motivazione “dirittoumanista”. 

  • Lucio

    l’economia ha sempre mosso le guerre moderne. Ovvio che ora non sia diverso. I discorsi sui diritti umani con tanto di foto di bambini morti e sofferenti sono solo propaganda per giustificarsi davanti ai popoli. Meno male che c’è internet a consentirci un informazione più varia da quella dei mass media.

  • Antonio Faulin

    errore, chiedo venia

  • Ragnal

    Oltre a British Petroleum (GB) e Shell Oil Company (NL) c’è un altro operatore nel Mare del Nord che beneficia dell’aumento dei prezzi Brent. La norvegese Statoil che, zitta zitta, incamera dollaroni e gongola.

  • ponkio

    Quando ci sono crisi di questo tipo l’effetto sui prezzi del petrolio dura due o tre giorni, poi torna a comandare le legge di domandaofferta. Negli ultimi anni il prezzo è rimasto basso perché c’è stato un boom nella produzione di shale oil in USA e Canada, e gli States sono diventati il maggior produttore mondiale. Inoltre la Siria non è un paese petrolifero come la Libia, ma a chi vi affidate per fare le ricerche prima di scrivere articoli di questo tipo? Assurdo

  • giuseppe 97

    io spendo 300 euro all’anno di carburante, pensate che me ne faccio un problema anche se raddoppiasse? Il problema è di quelli che non rinunciano tutti i weekend a fare 200- 300 km andata e ritorno per andare in villeggiatura. Andate un po’ in Liguria, tanto per fare un esempio oppure o nei paesi montani. Poi quelli irrinunciabili dei centri commerciali, che arrivano da più parti anche facendo dai 60 ai 200 km andata e ritorno. Poi capisco che il centrocittà è spoglio o i giardini vicino casa.

    • Luigi Zambotti

      io spendo 300 euro all’anno di carburante, pensate che me ne faccio un problema anche se raddoppiasse?

      Il problema che tu sembri ignorare ce l’hanno invece coloro che coi raffinati del petrolio consegnano anche a te i loro prodotti coi quali ti nutri, ti riscaldi e fai quasi tutto.
      Quindi alla fine sarà anche un problema tuo.

      • giuseppe 97

        àù+à+

        ù+
        bbbbbbb

        • virgilio

          hahahahahaha…….mi fatte riddere con certi vostri commenti……comunque io ho conservato le mutande lunghe di lana di mio bisnonno che a suo tempo le aveva consarvate lui da suo nonno…….hahahahahahaha……sono tranquillo per questo prossimo inverno!

          • giuseppe 97

            se è pe questo io ho ancora quello di mio padre, che uso per lavoro all’esterno con zero gradi. A proposito di lana, io dormo con i materassi di lana dei miei genitori. Da quando ho lasciato gli ortopedici, dormo che è una meraviglia ma su reti quelli di una volta (siediti altrimenti ti viene un coccolone ed ascolta)anni ’50, ripeto anni ’50, quelli a ricciolino. Altro che i memory. Seguite pure le mode.Ho 2 bici del 1963 una moto degli anni ’50 (pure questa) . Ho una bici Graziella di quegli anni lì, un giorno scappò la sella, ed iniziai a cantar così….anima mia, torna a casa tuaaaaa….Mo’ sì che ridi.hehe

  • deadkennedy

    ARAMCO deve andare in IPO….le casse dei Saud piangono, il prezzo dell’IPO è direttamente collegato al petrolio! MR Saud fa road show nei giorni che precedono il falso attentato e nei giorni che vedono gli occidentali attaccare la Siria… guardatevi un grafico del prezzo del petrolio e magari anche le stecche ad economie disastrate dell’occidente….

  • johnny rotten

    Principalmente è la pazzia la prima motivazione del fake raid sulla Syria, poi in misura minore sono molti i fattori che concorrono a tali demenziali decisioni, tanti quante sono le parti in gioco, gli usa sono un esempio eclatante della miriade di interessi, sovente in contrasto, all’interno di una sola parte.