I trafficanti di uomini

In ogni città turca c’è un centro pulsante – l’otogar, o stazione degli autobus – da cui passano ogni giorno viaggiatori, merci, turisti e criminali.Bodrum non fa eccezione.
I pullman di linea attraccano di continuo alle banchine, facendosi largo a colpi di clacson fra decine di taxi impazziti.

Portatori e facchini corrono qua e là trascinando il proprio carico da un camion all’altro, mentre i dolmuş – i minibus – vomitano senza sosta i turisti di ritorno dalle spiagge.

Non è difficile individuare le grandi masse di profughi, raccolti intorno alle salmerie che si trascinano fin dalla Siria. Cercare Abdul e gli altri rifugiati che ho conosciuto ieri, però, non è impresa facile. Nella bolgia dell’otogar, però, c’è comunque molto da fare e da vedere. Di qui partono i migranti che tentano la traversata verso la Grecia, notte dopo notte finché non ci riusciranno.

Fuori dal deposito bagagli, una decina di ragazzotti accumula sul piazzale il necessario per montare un gommone fuoribordo. I remi, la struttura in gomma, il motore. Alla chetichella, i pacchi avvolti nella plastica nera vengono caricati su un taxi che sparisce nel buio. Scatto qualche foto, ma nessuno sembra preoccuparsene. Di poliziotti, intanto, nemmeno l’ombra.

Mentre i natanti di fortuna vengono caricati sulle macchine, cammino alla ricerca dei “miei” siriani. Provo a chiamarli, ma tengono il telefono staccato. Mi avevano avvertito, gli scafisti impongono a tutti di spegnere i cellulari per non essere intercettati dalla guardia costiera.

Lascio passare un’altra ora, quindi decido di andare direttamente alle spiagge. Con me c’è una collega, fotografa della Reuters. Dalle informazioni che ho raccolto, i gommoni dovrebbero partire intorno alle due del mattino dalle spiagge vicino a Fenerburnu – la punta ovest della penisola di Bodrum, il lembo di terraferma turca più vicino a Kos.

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In meno di un’ora di macchina arriviamo su una spiaggia spazzata dal vento, con le luci di un ristorante in fondo alla baia. Pochi passi sulla sabbia e raccolgo una scarpetta da neonato, oltre a un paio di salvagenti modello bambino. Non molto tempo fa, i profughi sono passati di qui.

Non vi è alcuna galleria selezionata o la galleria è stata eliminata.

Fino all’una di notte la polizia turca batte la spiaggia, da terra e dal mare. Le camionette passano a sirene spiegate, al largo un motoscafo della guardia costiera illumina le spiagge con un riflettore. Anche noi, acquattati tra le dune, veniamo fermati un paio di volte ma quando vedono i passaporti europei ci lasciano andare con un sorriso.

L’attesa prosegue, i tavoli del ristorante si chiudono, gli ultimi nottambuli se ne vanno a dormire. Dal mio punto di osservazione – una svolta della strada che domina le spiagge di Fenerburnu – posso tenere sotto controllo tutto quello che avviene nel raggio di un chilometro. All’orizzonte, vicinissime, le luci tremolanti di Kos.

Non è una buona notte per attraversare, ieri c’era la luna piena e i trafficanti preferiscono l’oscurità. Eppure c’è movimento, ogni seicento metri c’è una piazzola affacciata sul mare con una macchina parcheggiata e un uomo che fuma. Saranno le sentinelle degli scafisti, penso.

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Non ci sono andato molto lontano. Quando mancano pochi minuti alle tre del mattino, dalla macchia che circonda la litoranea esce una lunga fila di uomini. Portano dei fagotti, un canotto gonfiabile trasportato a spalla. Quasi tutti indossano il salvagente.

Accelero, parcheggio la macchina dietro una curva e scendo in spiaggia. Nascosto dietro gli ombrelloni di uno stabilimento, inizio a riprendere la scena.

I trafficanti stipano quaranta persone su un gommone che potrebbe portarne sì e no sette, lo vedo dalla linea del galleggiamento che raggiunge quasi il bordo superiore del canotto. A pochi metri da riva, un uomo – l’ultimo scafista – salta in acqua e torna a terra immerso nelle onde fino alla cintola.

Al largo, il gommone inizia a girare su se stesso, si capisce che gli occupanti non sanno minimamente come governarlo. Provano a remare verso la costa greca, ma si muovono con lentezza esasperante.

Dalla strada arriva un altro rumore, è la seconda barca pronta a salpare. Mi muovo per avvicinarmi ancora un po’, quando alle mie spalle sento dei passi. Tre metri dietro di me c’è un uomo in camicia, che fuma. Sicuramente è uno degli scafisti. Ecco, penso, adesso viene qui e come minimo mi butta la telecamera in acqua.

Invece si limita a fissarmi senza una parola. Tira una boccata alla sua sigaretta e prosegue la sua passeggiata. Questo è pazzo, penso, oppure molto molto sicuro del fatto suo.

Altri due gommoni partiranno da questa spiaggia, anche se stavolta posso osservare le partenze allo scoperto. Sulla battigia lavora una ventina di persone, caricano i profughi sui gommoni e lanciano a bordo i bagagli. Sono turchi ma anche afghani e pachistani: si dice che alcuni profughi, una volta sbarcati a Kos, tornino indietro e si uniscano alla mafia dei trafficanti. Non parlano inglese, ma ci dicono solo di essere “amici del popolo siriano”. Non hanno vergogna e quel che è peggio non hanno paura.

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A un tratto, mentre riprendo la partenza dell’ennesimo gommone, qualcosa va storto. Quei trafficanti talmente pacifici da spingersi addirittura ad offrirmi una sedia iniziano a sbraitare in turco: no foto, andate via, il significato è inequivocabile. Un tipo dall’aria truce mi segue fino alla macchina, continuando a minacciarmi.

Per qualche ragione che non conosco, i passeggeri di quest’ultima imbarcazione non andavano ripresi. Forse erano criminali, forse terroristi, forse trasportavano materiale proibito. Questa sera non lo scoprirò, non è bene mettere troppo alla prova i nervi dei trafficanti. La polizia intanto sembra sparita, quasi come se limitasse i controlli, in questa zona, alla prima metà della notte. Se fermasse davvero tutti i migranti, Bodrum ne sarebbe invasa nel giro di pochi giorni e il turismo affonderebbe più velocemente di un gommone bucato. Agli scafisti, con discrezione, sembra quasi che sia stato dato il permesso di lavorare indisturbati.

Con mille dubbi nella mente, riprendo la via dell’ostello. La mattina ricevo un messaggio da Abdul Fatah. Ce l’ha fatta, è arrivato a Kos. Domani proverò a raggiungerlo.