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Euroscettici troppo divisi rischiano di non incidere nelle scelte di Strasburgo

Contestano l’Unione europea e l’euro, disprezzano i tecnocrati che popolano l’europarlamento e si oppongono con tutte le proprie forze alle scellerate leggi che da Bruxelles incombono sui Paesi membri di quella che non faticano a definire “una vera e propia organizzazione criminale”. Per tutto questo – e forse anche per una più generica insofferenza a stare a Strasburgo – i deputati euroscettici sono tra i meno attivi. Tuttavia, secondo una analisi quantitativa fatta da VoteWatch sulle votazioni nella legislatura che si è appena conclusa, sono anche i più frammentati.

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L’obiettivo di Marine Le Pen è mettersi al timone di un nuovo gruppo parlamentare che dia voce all’euroscetticismo che, dall’Italia all’Inghilterra, dalla Spagna all’Ungheria, sta soffiando in tutto il Vecchio Continente. Ha già stretto delle alleanze. Dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia, per esempio, sono già arrivate risposte affermative. Lo stesso ha fatto l’olandese Geert Wilders. Ma non tutti i movimenti euroscettici sono disposti ad affiancarsi alla Le Pen. Nigel Farage, per esempio, non intende scendere a compromessi con un partito come il Front National che, a suo dire, ha nel dna pericolose spinte anti semite. E tantomeno vuole avere a che fare con il Carroccio: “Certi elementi della Lega sono stati insoddisfacenti, è molto difficile che si possa ancora lavorare insieme”. Per calcoli meramente politici anche Beppe Grillo ha dato picche preferendo tenere il Movimento 5 Stelle fuori dalla partita delle alleanze. A Strasburgo il comico genovese intende, quindi, replicare la fallimentare strategia adottata a Roma. Insomma, sebbene gli euroscettici siano lanciati oltre la soglia del 30%, le probabilità che queste forze politiche riusciranno a parlare a una sola voce è davvero minima. Col rischio di avvantaggiare Ppe e Pse ancor più di quanto non abbiano già fatto nella legislatura che si sta chiudendo.

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Secondo l’analisi di VoteWatch, il gruppo Efd, composto principalmente dallo UK Independence Party e dalla Lega Nord, ha partecipato al 78,6% delle votazioni e solo nel 48,59% dei casi i suoi parlamentari hanno rispettato le indicazioni del gruppo. Viene, invece, premiata la partecipazione dei grandi gruppi tradizionali che supera addirittura l’80% registrando anche un miglioramento nella coesione dei gruppi che nel Parlamento europeo possono essere divisi dagli interessi nazionali. I deputati dei Verdi hanno il più alto tasso di presenza ai voti in plenaria (86,87%), di poco avanti ai popolari del Ppe (84,88%), ai socialisti-democratici dello S&D (84,39%), ai liberal-democratici dell’Alde (83,72), ai comunisti della Sinistra Unitaria (83,01%) e ai conservatori dell’Ecr (81,16%). Sotto la soglia dell’80% ci sono anche i “non iscritti” come i francesi del Front National, gli olandesi del Pvv o gli ungheresi di Jobbik.

L’analisi del voto ha dimostrato l’esistenza di due maggioranze all’Europarlamento. Il Ppe, sostenuto da liberali e conservatori, ha generalmente vinto nei dossier economico-monetari, nelle questioni costituzionali e nelle politiche agricole. Lo S&D è risultato vincente nei temi di cultura e educazione, uguaglianza di genere, libertà civili e pesca. In questo duopolio, che è rimasto a lungo incontrastato, potrebbe essere rotto solo se gli euroscettici dovessero riuscire un’alleanza solida. Ad oggi, però, le possibilità che questo avvenga sono piuttosto risicate.