1399798882-referendum-ucraina

Est dell’Ucraina, si vota per dire “addio” a Kiev

Donetsk – Nella fetta ribelle e filo russa dell’Ucraina orientale si tiene il referendum più pazzo del mondo. Le regioni di Donetsk e Lugansk con 7,3 milioni di abitanti hanno proclamato, armi in pugno, un voto sull’ “autogoverno”. L’ardito sogno di un’indipendenza del Donbas, l’area mineraria ed industriale dell’Ucraina vicina a Mosca, che nessuno riconoscerà.

Oggi si va alle urne improvvisate (1527 seggi in 53 circoscrizioni) in un clima da guerra civile alle porte. L’ultima battaglia di venerdì fra filo russi e guardia nazionale ucraina a Mariupol, la seconda città della regione di Donetsk, ha visto testimone anche un italiano, Uber Pomini. “Sono arrivato in Ucraina 8 mesi fa a vivere in pace e serenità, perché la mia pensione in Italia non basta. E ho trovato la guerra civile” racconta a il Giornale il connazionale di Verona. (Guarda il video)

LEGGI ANCHE
"Io cecchino per il mio Paese"

Il capo dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha annunciato che il referendum si terrà “nel 90 per cento delle città della regione”.

Gli elenchi dei votanti sono vecchi di almeno due anni e gli organizzatori del referendum hanno preso possesso dei seggi previsti per le elezioni presidenziali del 25 maggio. Il quesito referendario prevede solo un sì o no all’ “autogoverno” della Repubblica di Donetsk e di quella di Lugansk. Nessuna annessione alla Russia o possibilità di scegliere chiaramente l’integrità territoriale ucraina. L’obiettivo degli organizzatori è accontentare tutte le anime dei filo russi. Solo un 20% vuole l’annessione a Mosca, come la Crimea. Gran parte della popolazione del Donbas, che non ama Kiev, si accontenta del federalismo.

Il problema vero è che nessuno sa quanta gente andrà a votare. Ovviamente non è prevista una soglia minima per la validità. E sicuramente le urne saranno boicottate da chi vuole un’Ucraina unita.

I seggi aprono alle 8 fino alle 22, ma oltre agli inevitabili timori di brogli le urne con i voti dovranno arrivare a Donetsk e Lughansk, i capoluoghi, lungo strade piene di posti di blocco sia dei filo russi, che delle truppe ucraine.

Osservatori internazionali indipendenti non sono stati invitati e le intimidazioni si sprecano. Venerdì, a Donestsk, per la festa della vittoria sovietica della seconda guerra mondiale, il direttore della banda ha osato intonare l’inno ucraino. Due energumeni in mimetica l’hanno malmenato e fatto scappare urlandogli “provocatore”. (Guarda il video). La notte di venerdì sono stati sequestrati sette volontari della Croce rossa, compreso un francese, per la fobia delle spie. Ieri li hanno rilasciati, ma uno è stato picchiato di brutto e si trova all’ospedale.

La guardia nazionale ha abbandonato la grande città di Mariupol in mano ad un’armata Brancaleone di filo russi. La caserma delle truppe di Kiev è stata saccheggiata, il municipio dato alle fiamme ed i filo russi sono riusciti a far esplodere il blindato ucraino che avevano catturato per un’incendio fortuito. (Guarda il video)

Il bilancio dei morti degli scontri è stato ridimensionato a 7 e 39 feriti, ma lo steso ministro dell’Interno di Kiev ha parlato di 21 e sul sito della città è saltata fuori la cifra di 46 vittime. (Guarda il video). “Sotto casa mia ho visto i separatisti prendere bracciate di kalashnikov da un deposito e metterle nel baule di una macchina, prima dell’inizio degli scontri” racconta Pomini, l’italiano di Mariupol. “Davanti al teatro i manifestanti cadevano come birilli colpiti dalla guardia nazionale, ma per me sono stati i cecchini filo russi a sparare per primi ed attaccare la stazione di polizia” dichiara il pensionato veronese, che avrebbe visto “una quindicina di cadaveri”.

In città starebbero arrivando tre camion di armi dalla milizia del Donbas. Per l’italiano di Mariupol “siamo all’inizio della guerra civile e andrà a finire molto male”.