Una donna palestinese riprende le proteste al confine con Gaza

L’ira di Erdogan per i morti di Gaza non “brucia” gli accordi con Israele

“Evviva la Palestina, evviva Gerusalemme”. Si conclude così una dichiarazione che porta in calce i nomi dei capigruppo di tre dei quattro partiti che siedono al parlamento di Ankara, in cui si condanna con forza l’uccisione di 61 palestinesi nelle proteste che sono tornate lunedì a infiammare la zona al confine con la Striscia di Gaza.

Si è macchiata di sangue la giornata in cui Israele ricordava i 70 anni dalla dichiarazione d’indipendenza e in cui a Gerusalemme si tagliava il nastro della nuova ambasciata statunitense, trasferita da Tel Aviv con una decisione presa dall’amministrazione Trump alla fine dello scorso anno.

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Il malcontento che si era percepito allora in Turchia è trasversale ed è lo stesso che martedì ha permesso a un campo politico che va dall’Akp di Erdoğan alla maggiore forza d’opposizione parlamentare di sottoscrivere le stesse parole, nella giornata in cui il presidente ha convocato ad Ankara l’ambasciatore israeliano Eitan Naeh, chiedendogli di “tornare per un po’” in Israele.

La reazione della Turchia a quanto avvenuto è apparsa subito come la più netta. Già lunedì, con il bilancio di morti e feriti che saliva drammaticamente, era arrivata la decisione di richiamare momentaneamente il più alto diplomatico inviato negli Stati Uniti e il collega della missione a Tel Aviv, Kemal Ökem, atterrato ad Ankara poco dopo le dodici del giorno successivo. Una serie di iniziative a cui Israele ha risposto espellendo il console turco a Gerusalemme Gürcan Türkoğlu, incaricato dei rapporti con i palestinesi. E a cui Ankara ha di nuovo replicato mercoledì, chiedendo di lasciare il Paese anche al console a Istanbul, Yossi Levi-Sfari.

È attesa a Istanbul per questo venerdì, il primo del mese di Ramadan, una manifestazione di massa a supporto dei palestinesi convocata da Erdoğan, a cui ne seguirà una domenica nella città a maggioranza curda di Diyarbakir, nella zona sudorientale della Turchia. Venerdì saranno a Istanbul anche i membri dell’Organizzazione per la cooperazione dei Paesi islamici, che già si era ritrovata dopo la scelta di Trump di spostare l’ambasciata statunitense.

Il presidente turco è tornato ad accusare Israele di “terrorismo di Stato” e di “genocidio”. Parole a cui martedì il premier Benjamin Netanyahu ha replicato in un tweet, definendolo “uno dei maggiori sostenitori di Hamas”, e sostenendo che “comprende bene il terrorismo e i massacri” e per questo non può permettersi “prediche moraliste”.

Con tutti i partiti turchi impegnati nei preparativi per l’election day di fine giugno, in cui si voterà per il presidente e per rinnovare il parlamento, quanto avvenuto tra Gaza e Israele ha fatto irruzione nella campagna elettorale.

Il candidato repubblicano Muharrem İnce (Chp), che non ha mai lesinato critiche a Erdoğan, lo ha attaccato duramente in un comizio nella città di Konya, luogo di nascita dell’ex premier Davutoglu dove alle ultime elezioni l’Akp del presidente prese il 70% dei consensi. “Dal 2013 ripete che andrà a Gaza e non ci è mai andato. Fatemi presidente e andrò a Gaza”, ha promesso, mentre il segretario del suo partito compariva in parlamento con una kefiah al collo.

Da una riunione del partito filo-curdo e di sinistra Hdp è arrivato anche il duro commento del co-segretario Sezai Temelli. Da un lato la condanna a Israele, ma dall’altro un dito puntato contro il governo. “Quello che state facendo ai curdi – ha detto – le autorità israeliane lo fanno al popolo palestinese. Non potete risolvere un problema di cui siete parte”. “Erdoğan convoca un raduno come se la Mavi Marmara fosse stata dimenticata, come se ci fossimo scordati degli accordi presi con il governo israeliano”, ha aggiunto.

Per anni le relazioni diplomatiche con la Turchia, primo tra gli Stati a maggioranza musulmana a riconoscere Israele, rimasero al palo dopo che nove attivisti – di cui otto turchi – persero la vita sulla Mavi Marmara, quando l’imbarcazione fu abbordata dagli israeliani mentre tentava di forzare il blocco navale imposto a Gaza. Fu solo nel 2016 che i Paesi tornano a parlarsi e scambiarsi gli ambasciatori.

Il gelo durato anni e il sostegno morale che Ankara accorda ad Hamas e in generale ai palestinesi, non si è finora mai trasformato in una crisi su tutti i fronti. La retorica, per quanto violenta, non ha impedito lo sviluppo di proficui rapporti commerciali. Nella serata di martedì l’Akp e gli alleati ultra-nazionalisti hanno boccato in parlamento la proposta di stracciare una serie di accordi con Israele.