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Elezioni poco “democratiche”

Tutto è pronto. A due mesi dalle elezioni legislative, che sei terranno in Birmania l’otto novembre prossimo, è iniziata la campagna elettorale. “Per la prima volta dopo decenni il nostro popolo avrà una possibilità reale di provocare un vero cambiamento.

Questa è una chance che non dobbiamo farci sfuggire”.

Così, attraverso un videomessaggio diffuso su Facebook, Aung San Suu Kyi – premio Nobel per la Pace nel 1991 e da quasi trent’anni guida del movimento per la democrazia in Birmania – si è rivolta agli oltre trenta milioni di cittadini chiamati al voto. E ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché le operazioni di voto siano controllate: “Ci auguriamo che il mondo intero comprenda quanto sia importante per noi avere delle elezioni libere e giuste”.

Per il governo birmano e per molti leader mondiali, queste saranno le prime elezioni “democratiche”, simbolo di un reale cambiamento nel Paese che per anni è stato sotto una sanguinosa giunta militare. Nel 2014 Barack Obama, disse che “il processo democratico in Birmania è reale. Sappiamo che il cambiamento è difficile e non segue sempre una linea retta, ma sono ottimista”. Un ottimismo che ha portato, in brevissimo tempo, alla cancellazione di quasi tutte le sanzioni economiche contro il regime. E che, ovviamente, ha anche portato l’apertura della Birmania agli investimenti stranieri.

Il Paese, infatti, è ricchissimo di materie prime: petrolio, gas e legname in primis, ma non solo. Incastrata tra le due grandi potenze della Cina e dell’India, ha un potenziale di mercato altissimo e una manodopera a bassissimo costo. Così, senza pensarci due volte, tutti gli Stati occidentali hanno fatto a gara per assicurarsi questi affari milionari. Stati Uniti compresi che, non a caso, guardavano alla regione Asia-Pacifico da un bel pezzo. Nel 2012, in occasione del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation svolto ad Honolulu, sempre Barack Obama aveva detto che questa regione “è assolutamente importante per la crescita economica degli Stati Uniti”.

Anche l’Italia non è rimasta a guardare. Nel settembre del 2014, Confindustria, in collaborazione l’Agenzia Ice, l’Ambasciata Italiana sul territorio e guidata dal vice-ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, aveva organizzato una missione Government to Government in Birmania perché – si leggeva nel sito della Confederazione Generale dell’Industria Italiana – “esistono grandi potenzialità legate allo sfruttamento delle molte risorse interne e grandi possibilità per progetti infrastrutturali che si stanno pianificando, dai gasdotti alle autostrade”. E ancora: “Il Paese dopo un periodo di isolamento economico e politico, ha dato avvio ad un processo di transazione democratica, accompagnata da riforme economiche”.

Ora, se è pur vero che dal 2011, anno in cui la giunta militare ha lasciato spazio ad un governo “semi-civile” guidato dall’ex generale Thein Sein, parlare di democrazia e di un reale cambiamento è davvero un passo azzardato. Ma andiamo per ordine. I vecchi generali della dittatura controllano ancora la vita sociale e politica del Paese e occupano il 25 per cento del totale dei seggi in parlamento senza neanche partecipare alle elezioni. E continueranno ad occuparlo anche dopo le elezioni dell’otto novembre prossimo. L’“Union Solidarity and Development Party” (USDP), il partito attualmente al governo e il maggior favorito anche della prossima tornata elettorale, è a tutti gli effetti un’emanazione della vecchia giunta. Aung San Suu Kyi, grazie ad una legge fatta appositamente dai militari nel 2008, non può neanche correre per la carica a presidente del Paese. La costituzione, infatti, impedisce la candidatura alla presidenza a chiunque abbia sposato stranieri o abbia avuto figli da quest’ultimi.

E ancora, il presidente birmano, nel luglio del 2013, durante un viaggio diplomatico in Europa, aveva assicurato “entro la fine dell’anno”, di liberare tutti i detenuti politici. Ma così non è stato. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione per i diritti umani “Assistance Association for Political Prisoners”, attualmente “ci sono ancora circa 120 prigionieri politici dietro le sbarre e più di 400 persone sono in attesa di un processo”. Molti altri vengono ancora arrestati. Come è successo agli studenti nel marzo scorso quando manifestavano contro la riforma dell’istruzione. Manganellati nelle strade dalla polizia birmana che aveva vietato qualsiasi forma di protesta, in diversi sono stati arrestati e alcuni, addirittura, si trovano ancora in prigione – in regime di isolamento – senza essere stati processati e dunque condannati.

Ma non solo. Nella Birmania dove sono tutti pronti ad investire e a parlare di “pace” e “democrazia”, la guerra del governo contro le diverse etnie è aumentata notevolmente. Lontano dagli occhi indiscreti dei diplomatici, dei giornalisti e dove le associazioni umanitarie non possono arrivare legalmente, i soldati hanno lanciato offensive su larga scala. Attualmente, ci sono scontri a fuoco nello Stato Kachin, nel nord-est del Paese, al confine con la Cina. Nello Stato Shan e nello Stato Karen. I soldati governativi hanno anche attaccato i villaggi Kokang, una piccola etnia che controlla una striscia di terra lungo il confine sino-birmano. Solo negli ultimi mesi, nelle zone di conflitto, si contano più di novantamila sfollati e centinaia di morti.

Intanto, però, il business deve continuare. Per farlo, bisogna dire che la Birmania attuale sta diventando “democratica”. E anche se di democratico ha poco o nulla, l’Occidente preferisce chiudere gli occhi.

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