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Ecco la vera vita negli Emirati Arabi

Voi andate pure lentamente. A correre ci pensa già il mondo che avete intorno. Corrono i taxisti indiani, sorridenti anche quando perdono la strada; corrono, appesi nel vuoto, i lavavetri pachistani che lucidano i grattacieli; corrono nelle infradito gli expat europei col caffè di Starbucks in mano; corre l’ascensore che, in meno di tre minuti, porta alla vetta del mondo, quel Burj al Khalifa, solo 10 volte più basso dell’Everest: «Sono 830 metri, niente natura, tutto fatto dall’uomo in meno di 5 anni», spiega Ahmed, che di mestiere fa cento volte al giorno (in ascensore) questa scalata terra-cielo, strano «sherpa» d’alta quota in abito scuro.

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Corrono tutti a Dubai. E allora rallentate voi. Perché fa troppo caldo per fare in fretta. E per non domandarsi, in fondo, dove stiano andando tutti. La risposta del momento è a 4 cifre: anno di grazia 2020, anzi 1444 dall’Egira di Maometto, quando Dubai, che ha appena raccolto il testimone da Milano, ospiterà il prossimo Expo. No, non è tutto pronto, perché se lo fosse, non ci si fermerebbe e si costruirebbe ancora. Qui a dettare le regole sono la caccia al prossimo record e soprattutto l’ottimismo di «Big Mo», al secolo Mohammed Bin Rashid al Maktoum, emiro della «locusta» dal 2006. Il suo motto? «Nulla è impossibile». Per il 50simo compleanno degli Eau, i sette Emirati arabi uniti, fondati nel dicembre 1971, Dubai si regalerà 10 nuovi progetti fra immobiliari, commerciali e turistici. Si va dalla ruota panoramica, al museo del futuro, da «The frame» due grattacieli collegati da un passerella a incorniciare lo skyline della città, passando per un nuovo canale d’acqua e il Mall of the world, l’ennesimo centro commerciale monstre. Ma soprattutto arriverà questo Expo da 25 milioni di visitatori e 483 ettari nuovi di zecca nel quartier di Jebel ali, vicino al secondo aeroporto. «Connecting minds» è il claim dell’evento che intende portare avanti i concetti di sostenibilità, mobilità e opportunità. Ed è allora che è meglio rallentare: perché queste tre «virtù» Dubai sembra fuggirle, piuttosto che rincorrerle. Le gru di Emaar, Nakheel, Meraas e degli altri imperi dell’immobiliare sono enormi bacchette magiche in grado di realizzare ogni cosa, prima ancor che la si possa anche solo immaginare. Lo sci al coperto quando fuori ci sono 40 gradi? Basta andare allo Ski Dubai: a fondo pista c’è anche uno chalet stile svizzero, fonduta compresa. Pattinare sul ghiaccio in bermuda? Si va al Mall of Emirates, 1000 vetrine nel centro commerciale (per ora) più grande al mondo. Immergersi in un acquario fra squali e barracuda, mentre la gente paga pure un biglietto per vederti? Si fa all’Atlantis hotel sulla leggendaria «palma», dove anche Maradona ha preso casa. Un hotel a sette stelle che, per mancanza di competitor, è derubricato a cinque? La chiamiamo «Vela» ma dovrebbe ricordare lo scafo di un sambuco impennato nel mare. È il Burj Al Arab: bello fuori, kitsch e quasi democratico dentro perché con 300 dirham (circa 80 euro) di spesa minima, permette a chiunque di accomodarsi per un drink. Niente «argent de poche»? No problem, ci sono bancomat che erogano lingotti d’oro. Tutto da mille e una notte? Eppure Sherazade ce le aveva raccontate diverse le notti d’Arabia.Oggi, sul Golfo Persico, Oriente e Occidente fanno prove tecniche di integrazione nel nome del business esentasse. Dubai conta 2 milioni di abitanti, ma solo 200 mila sono «locals». Gli occidentali ci arrivano per scelta e per soldi (tanti); anche gli orientali (dai vari «sud» del mondo) ci arrivano per soldi (pochi), ma senza scelta. Una vita in caste: un britannico vale molto, un italiano un po’ meno soprattutto ora che la crisi spinge molti connazionali a trasferirsi con minori benefit di un tempo -, un pakistano poco o nulla. Tutti però respirano la stessa aria. Condizionata. Si vive in auto e taxi eppure il metrò c’è ed è bellissimo: ha carrozze gold per chi non si mischia alla manodopera, vagoni per signore, ma usarlo è già dichiarare un basso profilo. Meglio tutti perennemente incolonnati sulla Sheikh Zayed road, la madre di tutte le strade, con 14 corsie che scorrono fra due quinte di grattacieli sempre più futuristici. A volte Dubai può sembrare una scenografia. Prendi la zona un poco più antica di Al Fahidi e i suq di Deira: fra spezie, oro e tappeti perfino le botteghe hanno pavimenti di marmo lindissimi e nessuno insiste se tiri dritto senza badare agli acquisti. Gli afrori di Marrakech, il caos del Cairo sono una versione lontana di questo aggiornamento 2.0 del concetto di guazzabuglio orientale. Anche alla moschea di Jumeirah, l’unica che Dubai apre ai turisti, tutto è molto rassicurante. Sei vestito «modestly» e hai un foulard per il capo? Tanto basta per evitare di bardarti con veli o dishdasha. Poi spunta lei, una guida occidentale intabarrata però in un’abaya nerissima che lascia scoperto solo il volto: microfonata, ha tempi quasi teatrali, ti spiega i cinque pilastri dell’islam e ha una risposta spiazzante anche alla domanda più scomoda sul perché le signore si agghindino in total black. «La seta ripara dal caldo e il nero, rispetto ai colori, va in lavatrice». Insomma, o l’abaya o una tuta: la libertà e il futuro forse passano anche dalla compresenza di minigonne e burqa. Intanto il deserto cerca, a ogni tempesta di sabbia, di riprendere spazi su grattacieli e antenne, la spiaggia è off limits per almeno 5 mesi l’anno: Dubai Marina e Jumeirah beach sono bellissime: musica, wi-fi diffuso, locali eleganti. Sembra un’edizione ripulita di Venice beach o anche solo del lungomare di Jesolo. Dove tutto va la contrario: «Aspettiamo l’inverno per fare il bagno e cenare all’aperto, e la sera per fare jogging», spiega Stefano, manager romano nel campo del «fine dining». L’estate è, invece, il tempo dello shopping al gelido condizionato dei mall: «Una volta per noia mi son comprata una play station e una lavatrice in poche ore», aggiunge Grace, manager londinese. Per il resto del tempo libero ognuno vive nel suo grattacielo: negozi, uffici, appartamenti, palestra, e via salendo fino alla piscina sul tetto. Torri d’avorio dove, in certi giorni, pur di non uscire, ci si fa consegnare qualunque cosa, dal cibo alla tintoria. Il segreto di questo incontro di civiltà sul Golfo si basa su un giochetto delicato: il paese è islamico e non fa che ricordartelo a ogni angolo. Spacchi e décolleté si possono esibire, eppure in spiaggia i cartelli mostrano un eloquente «cuore barrato»: vietate le effusioni d’affetto. Vietati anche gli alcolici, a meno di non aver un «lasciapassare» del datore di lavoro, una card che ti rende libero di fare quel che a casa tua nessuno si permetterebbe di impedirti. I supermercati? Chi cerca maiale sgattaiola furtivo nelle zone no muslim, paradiso, pardon inferno, di salsicce e braciole. È il prezzo richiesto dall’islam per questa esperienza tax free. Possibile che ad Allah importi di un bacio o di una costina di troppo? Difficile crederlo se poi in spiagge molto pop, come Barasti, quando viene il fine settimana, capita di ritrovarsi in tendoni dove si spilla come all’Oktober fest e la battigia sembra quella di Mykonos. Già, il venerdì, giorno del signore, gli expat hanno un solo obiettivo chiamato brunch: sciamano nei grandi hotel tutti impomatati, in abito da sera, perché, infatti, mangeranno dall’alba al tramonto, in un ramadan al contrario, sfinendosi di gin tonic. C’è spazio anche per queste «enclave» del peccato in questo nonluogo globale, sintesi perfetta tra un outlet grandi firme, un parco giochi, un villaggio vacanze e un aeroporto. In fondo Dubai è la metafora di un grande terminal: «Non si sopravvive per più di 5 anni», sussurra Sherry da Manila che accompagna i turisti sui bus a due piani. Qui si vive di passaggio. Un’attività? Serve un partner locale al 51%. Perdi il lavoro? Hai 30 giorni per fare i bagagli. Gli stranieri pagano l’affitto anticipato di un anno, ma non possono (per ora) comprare casa se non in alcune zone con usufrutto a 99 anni. Non è un paese per vecchi: Dubai vuole il meglio. Benvenuti sì, ma non affezioniamoci. Saluti e baci, proprio come in aeroporto. Non a caso il vero business del futuro «terziario» è fare di questa città un gateway, un transito per il resto del mondo. Lo vedi dalla qualità delle compagnie aeree emiratine, leader sul mercato. Perché in fondo Dubai è un viaggio ed è in viaggio, verso un futuro, sempre un po’ più in là. Bella? Sì, ma senz’anima o con troppe anime che stanno qui per non stare altrove.