Cheesemaker Singh Taljit, member of the Indian Sikh community, uses a hammer to tap the cheese and listen for tones indicating whether the cheese has aged at a Parmigiano Reggiano factory in the Dall'Aglio Farm on September 1, 2018 in Gattatico, near Reggio Emilia. - Cheesemaker Singh Taljit,  who has been doing this job for 16 years makes cheese according to the millennial tradition method. Italy has a large hidden community of Sikh migrants mostly present in farms in the North of Italy, working as agricultural workers. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP)

Perché l’Italia è il Paese dove si lavora di più in Europa

Gli ultimi dati forniti dall’Ocse sul numero di ore lavorate in Europa danno ragione all’Italia, smentendo quella che è stata fino ad oggi la narrazione dominante. È innegabile come tale notizia abbia un significato profondo rispetto a quello che è diventato l’utilizzo dei dati.

I dati come strumento politico

I dati sono ormai diventati uno strumento non più collaterale, ma necessario a veicolare un messaggio politico. L’assenza di dati rappresenta ormai un’aperta ammissione di colpe, mentre d’altra parte il loro utilizzo maniacale è sinonimo di credibilità politica. Quello che sfugge al pubblico è che i dati non rappresentano nient’altro che una lettura parziale della realtà e si prestano dunque perfettamente come arma di legittimazione di una certa politica.

L’equivoco di fondo sta nel’interpretare i dati come punto di arrivo del discorso. È la cifra che chiude il ragionamento, quando invece dovrebbe essere il contrario. Il dato scarno non significa nulla, ma è punto di partenza per completare la propria analisi della realtà, che comunque rimane parziale. In questo senso la recente pubblicazione dell’Ocse è emblematica.

I dati discordanti dell’Ocse

Qualche settimana fa infatti la stessa organizzazione pubblicava un rapporto in cui si criticavano aspramente le misure economiche proposte dall’esecutivo italiano e si poneva l’accento sul fatto che il Pil italiano fosse fermo dal 2000. L’Ocse invitava quindi l’Italia a intraprendere la via delle riforme strutturali, ovvero volte ad abbassare il livello di debito pubblico.

Insomma, i dati forniti dal’Ocse ad inizio aprile sembravano indicare la solita Italia pronta a spendere oltre le sue capacità. Una narrazione già ben conosciuta e collaudata a livello europeo, che sembrerebbe confermata dai dati sul debito pubblico e sul Pil. Ecco che però la stessa Ocse dopo un paio di settimane pubblica altri dati che, pur non avendo la stessa eco tra i media nazionali, risultano fondamentali per avere un quadro meno parziale della realtà.

In Italia si lavora molto di più che in Germania

“L’Italia insieme a Grecia ed Estonia è il Paese dell’area euro dove si lavora per più ore a settimana”, così segnala l’Ocse. Sarebbero 33,3 le ore di lavoro in media in Italia, contro una media dell’area euro pari a 30. Ancor più larga diventa la forbice se confrontata con la Germania, che in media lavora sette ore in meno rispetto all’Italia.

Non trova riscontro dunque quella narrazione che vorrebbe i tedeschi iper stakanovisti contrapposti agli italiani fannulloni e spendaccioni. Se tuttavia in Italia si lavora di più rispetto al resto d’Europa, come mai non c’è la stessa crescita? Per rispondere a questa domanda apparentemente semplice occorre analizzare altri dati.

Salari stagnanti, ecco il motivo della decrescita italiana

Secondo l’European trade union confederation, l’Italia avrebbe conquistato un record negativo in termini di potere d’acquisto dei salari, che sarebbe calato dell’1% rispetto a dieci anni fa (2009). Ecco tenendo dunque a mente che i consumi rappresentano un fattore determinante per l’aumento del prodotto interno lordo (Pil) di un Paese, risulta piuttosto semplice comprendere la correlazione tra diminuzione del potere d’acquisto e stasi del Pil. Sembrerebbe quindi che in Italia le persone lavorino tantissimo per produrre beni e servizi che sempre meno gente si può permettere di comprare.

Un quadro che viene confermato tra le righe anche da Confindustria, nel cui rapporto si legge con chiarezza come la stessa produzione industriale sia in leggero aumento, ma non è adeguatamente supportata dalla “domanda interna”. Ecco che l’analisi economica dell’Italia cambia forma. Da Paese poco produttivo e troppo propenso alle spese, il nuovo quadro ci descrive come economia leader per dedizione al lavoro, ma frenata da una stagnazione degli stipendi che non permette di allocare la produzione. Insomma l’antitesi di quanto dichiarato dalla stessa Ocse qualche settimana prima. Un’ulteriore prova di come i dati prima di poter rappresentare una qualche verità, devono essere analizzati con la consapevolezza della loro natura parziale.