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“Dobbiamo essere pronti a tutto”

Almeno una decina di poliziotti armati di tutto punto staziona davanti al cancello del museo del Bardo a Tunisi. “Dobbiamo essere pronti a tutto” mi confida uno di loro tenendo fieramente tra le braccia uno Steyr AUG, il fucile assalto standard delle forze armate tunisine.

All’ingresso del museo, un metal detector controlla gli effetti personali dei turisti, che però sono quasi inesistenti. Il parcheggio dei pullman è desolatamente vuoto e il lavoro delle guardie è limitato all’ispezione di una manciata di visitatori tunisini. È assolutamente vietato fare riprese o foto in quella zona dell’edificio.

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Il Bardo è ancora nel mezzo della sua crisi più nera, seppur sia passato quasi un anno dall’attentato che è costato la vita a ventiquattro persone, tra cui quattro turisti italiani e i due attentatori. Questa istituzione tunisina si appresta a commemorare l’episodio più tragico della sua storia, da quando fu fondato il 7 maggio del 1888. Esso è il più importante museo della Tunisia e il più antico di tutta l’Africa e del mondo arabo. Per la commemorazione è prevista un’orchestra sinfonica, la presentazione di un libro sulla storia del museo e l’inaugurazione di un nuovo mosaico.

Un gruppo di bambini, appartenenti a una scuola elementare della capitale, arriva davanti l’ingresso. Indossano tutti degli abiti tradizionali e cantano a più riprese l’inno nazionale, sventolando la bandiera della Tunisia. Una sola comitiva di turisti proveniente da Hong Kong entra nel museo. Forse sono ignari dell’attacco avvenuto il 18 marzo del 2015.

Il direttore del museo, Moncef Ben Moussa, è impegnato con l’ambasciatore del Brasile per una visita ufficiale, dicono.

Dopo circa una ventina di minuti di attesa arriva Hanen Srarfi, responsabile della comunicazione per il museo. Ci dirigiamo nell’ala dove ci sono gli uffici. Mentre attendiamo che il direttore si liberi, Hanen parla degli ultimi fatti accaduti a Ben Garden, di come la popolazione abbia respinto i terroristi che hanno attaccato la città. Il discorso si sposta anche sul caos libico. “I libici sono stati comandati con il pugno di ferro da Gheddafi. Adesso che hanno la libertà non sanno come gestirla. In Tunisia è diverso” sintetizza.

Quando entriamo nell’ufficio, il direttore è ancora impegnato in una conversazione in italiano. I modi sono molto affabili, da uomo di cultura e di diplomazia.

“Questo genere di attacchi possono capitare anche nella nazione più forte e difesa. Però, non si può dire che non fossimo preparati all’attacco, tutti avevamo visto cos’era successo a Parigi, ma anche al museo di Mosul o in altri luoghi artistici in Sira” racconta “Tuttavia, non eravamo psicologicamente preparati a questo.”

Il Bardo confina direttamente con il parlamento e una base militare, e questa vicinanza a dei luoghi così importanti, con tutto l’apparato di sicurezza che questo comporta, aveva dato una sensazione di invulnerabilità.

Il discorso si sposta sul peso della cultura, “un mezzo per creare ponti” come la definisce il direttore. “Proprio per questo motivo i terroristi detestano la cultura, per la sua capacità di collegare le persone e le civiltà.” Il popolo tunisino non può considerarsi come estraneo alla cultura, anzi, secondo il direttore questa è innata nei tunisini, popolo con una storia millenaria.

Tuttavia, un pensiero va anche ai foreign fighter tunisini. “C’è comunque molta ignoranza, che, come vediamo oggi, si può ritrovare sui campi di battaglia in Iraq e in Siria.”

Ben Moussa ritorna poi sull’importanza del sistema educativo, che per lungo tempo è stato strumentalizzato in Tunisia dai regimi e governi che si sono succeduti, come la risposta più efficace agli estremismi.

Non si può tralasciare un cenno al turismo, vitale per l’economia tunisina e ora in grande crisi. “Il turismo è per noi una fonte fondamentale di entrate. Purtroppo, il 2015 è stato un anno orribile per la Tunisia. L’attacco al nostro museo è stata una grande batosta ma il colpo di grazia è stato dato a Sousse, con l’attentato sulla spiaggia. Tuttavia, questa non è la normalità in questo paese. Questa non è una zona di guerra”