Gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria

La conferma del Pentagono:
Usa via dalla Siria entro aprile

Via dalla Siria entro aprile. È questa la novità più importante emersa nelle ultime ore dal Pentagono. A riferirlo, nella giornata di venerdì, è un articolo di Dion Nissenbaum sul Washington Post. Nel quotidiano della capitale statunitense, vengono riportate alcune dichiarazioni riferibili a funzionari o ex funzionari del Pentagono, lì dove ha sede il dipartimento della Difesa. A meno di diverse decisioni della Casa Bianca, il piano per ritiro dalla Siria dovrebbe essere ultimato ad aprile. Due però le incognite: la fine della battaglia definitiva contro l’Isis e l’accordo con la Turchia sui curdi. 

L’ultima battaglia contro l’Isis

La cronaca di queste ultime ore, riferisce degli scontri in corso nella provincia di Deir Ezzor per la capitolazione del califfato. Una cronaca che riguarda da vicino anche l’Italia, visto che un reporter nostro connazionale risulta ferito gravemente proprio nella zona dove infuriano i combattimenti. A contendere all’Isis l’ultimo lembo di terra rimasto in mano al califfato, sono le forze filo curde dell’Sdf. Si tratta della coalizione che raggruppa i miliziani curdi dello Ypg ed alcune formazioni arabe locali. A sostenere dal 2015 l’Sdf sono gli americani, i quali aiutano negli anni questo raggruppamento a conquistare gran parte della Siria orientale a partire dai territori ad est dell’Eufrate. Raqqa ed il confine tra Siria ed Iraq sono le principali zone che l’Sdf strappa all’Isis. Per completare l’opera, serve l’occupazione di un fazzoletto di terra sulle sponde orientali dell’Eufrate occupato da almeno 600 irriducibili jihadisti. 

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Qui in queste settimane sta accadendo di tutto: si parla, in particolare, di miliziani islamisti pronti a scambiare ostaggi, come nel caso dell’italiano Padre Dall’Oglio, così come di presunte lotte intestine all’Isis volte a far fuori lo stesso Al Baghdadi. Di certo c’è che questa sacca del califfato ha pochi giorni di vita, i terroristi qui presenti sono a corto di viveri e munizioni. Per questo motivo già a dicembre Trump parla di vittoria definitiva contro l’Isis in Siria e dunque necessità di ritirare le truppe Usa a sostegno dell’Sdf. Adesso occorre però vedere se, per ultimare il ritiro, gli americani aspettano l’esito anche dell’ultima battaglia oppure se quest’ultima è ininfluente circa il cronoprogramma del ritiro stilato dal Pentagono (ma fortemente voluto dalla Casa Bianca). 

La trattativa sui curdi 

Come detto, l’altra incognita riguarda l’intesa con la Turchia proprio per le Sdf. La presenza americana ad est dell’Eufrate, in questi mesi contribuisce a far desistere Erdogan dal replicare tra Manbji ed Al Hasakah quanto già visto ad Afrin e Jarabulis, ossia un’operazione turca volta a far indietreggiare i curdi. Secondo l’attuale numero uno di Ankara, le forze curde anti Isis sono anch’esse terroriste e forniscono appoggio logistico al Pkk, principale formazione curda in Turchia. Ecco perchè Erdogan vorrebbe penetrare nel nord della Siria per la terza volta. Con il ritiro degli Usa dal paese, è chiaro che Ankara avrebbe mano molto più libera per mandare in avanscoperta propri soldati e milizie ex Fsa stipendiate dal governo turco. Ed è proprio questo il principale elemento su cui al momento si discute lungo l’asse Washington – Ankara.

Trump vorrebbe della rassicurazioni dalla Turchia circa la possibilità di evitare un attacco ai curdi. Erdogan ovviamente vuol rendere cara la pelle: già nei mesi scorsi il presidente turco afferma esplicitamente di avere pronti i piani di attacco contro l’Sdf, un’eventuale sua rinuncia sarebbe frutto di un importante compromesso. Si parla, in particolare, di una zona di sicurezza di 32 chilometri lungo il confine siriano che il governo di Ankara avrebbe chiesto come garanzia dagli americani per evitare l’attacco ai curdi. Ma contatti in tal senso sarebbero ancora ben frenetici, con entrambe le parti non ancora d’accordo. Chiaro comunque come, di fatto, prima del completamento del ritiro Usa, da Washington fino alla fine si cercherà un’intesa con la Turchia. Senza di essa, il ritiro americano potrebbe anche avere ritmi più lenti.