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I barconi della morte

Se il ministro Angelino Alfano o qualche altro suo collega europeo vogliono sapere dove sono i barconi degli scafisti da bombardare, Il Giornale è lieto di accompagnarli. La fabbrica o, meglio, il cantiere dei barconi lo conosciamo bene. Si trova poco prima dell’entrata di Zuara, sedici chilometri a ovest di Mellitah, l’enorme complesso petrolifero dell’Eni da cui parte il gasdotto Greenstream.

Riconoscere la fabbrica dei barconi non è difficile. Le imbarcazioni in costruzione sono allineate sul lato destro della strada, due chilometri prima dell’entrata di Zuara con i pancioni appoggiati sui cavalletti che ne sorreggono chiglia e fasciame. Quelli già dipinti nel classico azzurro pastello – tipico di tutte le imbarcazioni utilizzate in Tunisia, Libia ed Egitto – contrastano violentemente con il verde della campagna. Altri ancora in fase embrionale attendono i carpentieri incaricati di terminare la cabina di pilotaggio e il quadrato posteriore. Comunque sia questi scheletri di barconi appaiono inconfondibilmente simili alle carrette dei mari utilizzate dai trafficanti di uomini. «Un tempo – racconta Mohammed – questo cantiere vendeva solo ai pescatori, ma da quando Zuara è diventata il centro del contrabbando di clandestini i suoi affari si sono moltiplicati. Gli scafi di queste barche sono stati messi in costruzione lungo la strada perché da un anno a questa parte la richiesta è continua e nei capannoni non c’è più posto». Mohammed, chiamiamolo così, conosce bene le attività del cantiere e dei suoi clienti. Innanzitutto è un Amazigh, ovvero un berbero, come la totalità degli abitanti e dei pescatori di Zuara. E poi conta tra i suoi familiari molti veterani del settore del «trasferimento uomini». Veterani che hanno iniziato la propria carriera ai tempi di Gheddafi, quando l’attività era un affare serio, riservato a poche famiglie. «Oggi ci provano tutti, ma allora dovevi essere un Amazigh purosangue e la tua famiglia doveva essere abbastanza potente da contrapporsi al regime».

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L’unica cosa rimasta immutata rispetto ad un tempo è il cantiere. «Oggi come allora – ricorda il nostro informatore – molte delle barche usate dai contrabbandieri uscivano da queste officine». Sapere dove vengono costruiti i barconi non basta però a giustificare un’incursione contro questa filiera del contrabbando di uomini. «Voi italiani la fate facile – dice Mohammad – ma qui in Libia non siamo scemi. Gli affari di questo cantiere dal punto di vista legale sono assolutamente puliti. Nonostante i controlli siano molto inferiori rispetto ad un tempo nessuno è così stupido da andare a comprarsi una barca, metterla in mare e riempirla di uomini. Almeno fino ad un certo punto devi rispettare la legge e quindi devi innanzitutto trovare un pescatore disposto a registrarla a proprio nome». Il dettaglio spiega perché molte delle barche usate dagli scafisti arrivino non dalla Libia, ma dalla Tunisia.

«Registrarla in Libia sarebbe scomodo perché comunque lascerebbe una traccia nei registri. Chi fa questo mestiere preferisce restare invisibile. Per farlo basta esportare la barca in Tunisia e registrarla ad una persona di fantasia. Il trucco serve anche ad impedire le operazioni progettate da voi italiani. I barconi immatricolati in Tunisia possono esser tenuti in rada oltre il confine, ad appena 60 chilometri dalle spiagge occidentali di Zuara utilizzate per la partenza. Grazie a questo sistema – spiega Mohammed – gli scafisti possono attraversare il confine solo due o tre ore prima della partenza per l’Italia ed attendere che la massa dei migranti venga traghettata a bordo con dei piccoli gommoni. Insomma due o tre ore prima dell’operazione i vostri militari non troverebbero nessun barcone da distruggere. Colpendo il barcone subito dopo l’attraversamento del confine dovrebbero invece giustificare l’uccisione di due innocenti pescatori, probabilmente di nazionalità tunisina, reclutati soltanto per il viaggio di quella notte. E non ci fareste una grande figura».