Syrian Kurdish members of the People's Protection Units (YPG) attend the funeral of a slain Kurdish commander in the northeastern city of Qamishli on December 6, 2018. (Photo by Delil SOULEIMAN / AFP)

I curdi siriani: un rompicapo per Erdogan e Putin

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è volato a Mosca per incontrare il proprio omologo Vladimir Putin. All’ordine del giorno la Siria, martoriata da otto anni di guerra civile. Una questione spinosa nelle discussioni tra i due capi di Stato è rappresentata dal futuro dei curdi siriani, che vivono nel nord del Paese.

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Sostenitori di due parti avverse nel conflitto siriano – la Turchia appoggia i ribelli, la Russia il governo – Erdogan e Putin sono chiamati a trovare un compromesso per garantire la pace in Siria, tutelando in primo luogo i propri interessi.

I curdi siriani

I curdi, minoranza etnica in un Paese a maggioranza araba, sono uno dei protagonisti nel conflitto siriano. Sull’esempio di altri gruppi etnici e religiosi siriani, combattono per vedere riconosciuta l’autonomia del proprio territorio.

La fluida situazione siriana ha offerto loro margini più ampi di manovra, soprattutto negli ultimi anni. Sfruttando i disordini della guerra civile, il 17 marzo 2016, i curdi hanno proclamato unilateralmente un sistema federale curdo nel nord della Siria, mai riconosciuto dal governo di Bashar al Assad, che lo ha definito “senza base legale”.

Durante la guerra, la minoranza curda si è contraddistinta anche per aver partecipato alla lotta contro lo Stato islamico. Organizzati nelle People’s Protection Units (Ypg) e sostenuti dalla coalizione internazionale a guida americana, essi hanno combattuto strenuamente contro i militanti dell’Isis, contribuendo in maniera decisiva alla liberazione delle principali roccaforti del califfato.

Il timore della Turchia

Considerate da Washington un alleato fondamentale nella lotta all’Isis, le People’s Protection Units (Ypg) sono state etichettate come terroristi dalla Turchia. Le milizie curde farebbero parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), un partito politico e para-militare curdo, considerato illegale da Ankara.

Ciò che Erdogan vuole evitare è la creazione di uno Stato curdo indipendente nel nord della Siria, al confine con la Turchia, nel timore che le conquiste ottenute dai curdi in Siria possano galvanizzare la popolazione curda che risiede in territorio turco.

Le tensioni tra Turchia e Usa

Il futuro dei curdi siriani ha da sempre rappresentato un punto di frizione tra Stati Uniti e Turchia. Ankara pretende che le People’s Protection Units (Ypg) abbandonino l’area ad est del fiume Eufrate e minaccia di intervenire militarmente, nel caso questo non avvenga. Washington cerca di proteggere le milizie curde, vincolando la decisione di ritirare le proprie truppe dalla Siria alla garanzia che non verranno toccate.

Un punto di incontro tra le due parti sembrerebbe essere la creazione di una “security zone” nel territorio nord-orientale della Siria, al confine con la Turchia. Questa proposta, lanciata da Donald Trump il 14 gennaio scorso, prevedrebbe la creazione di un’area cuscinetto della profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano, sotto il controllo turco.

I curdi e il governo siriano

L’asse tra Turchia e Stati Uniti deve fare i conti, tuttavia, con due attori imprescindibili del conflitto siriano, il presidente Bashar al Assad e il suo sostenitore, Putin.

Il governo siriano si è più volte espresso contro l’ingerenza turca all’interno del suo territorio nazionale. Recentemente, sabato 26 gennaio, il ministero degli Esteri siriano ha dichiarato che la Turchia “sta occupando i territori siriani, sia attraverso organizzazioni terroristiche affiliate, sia direttamente, attraverso le forze militari turche”.

Secondo il ministero, a partire dal 2011, Ankara avrebbe supportato il terrorismo “finanziando, addestrando e facilitando il passaggio dei terroristi in Siria”.

In questo modo, la Turchia avrebbe violato l’accordo di Adana del 1998, che le riconosceva un certo potere di intervento in territorio siriano, qualora si fosse presentata una minaccia al confine, impossibile da fronteggiare dal governo di Damasco.

Erdogan stesso ha evocato l’accordo di Adana il 25 gennaio scorso, per ribadire il proprio diritto a penetrare in territorio siriano in caso di pericolo per la sicurezza. Al contrario, il governo siriano ritiene illegittimo l’intervento turco, ponendo il ritiro delle truppe turche dal Paese come condizione imprescindibile per collaborare con Ankara.

La condotta turca ha contribuito ad avvicinare le milizie curde al capo di Stato siriano. Dopo l’annuncio di Trump di ritirare le sue truppe dalla Siria, infatti, il Consiglio Democratico Siriano (Sdc) curdo ha chiesto il sostegno delle forze governative per mantenere al sicuro la regione. Si è trattato di un importante passo che ha consentito l’apertura dei negoziati fra le due parti.

La posizione della Siria

Le trattative tra curdi e forze governative si svolgono sotto l’egida della Russia. Interrogato sul futuro dei curdi siriani, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha dichiarato che “l’unica soluzione è il trasferimento di questi territori sotto il controllo del governo siriano”.

A questo proposito, Lavrov si è espresso favorevolmente nei confronti delle recenti trattative tra le People’s Protection Units (Ypg) e il governo siriano, affermando che la Russia “sostiene e supporta i contatti iniziati tra i rappresentanti dei curdi e le autorità siriane, in modo che possano tornare a vivere sotto un unico governo senza interferenze esterne”, riferendosi implicitamente alla Turchia.

Il futuro dei curdi siriani

In questo complesso mosaico, che è la Siria, l’incontro tra Putin ed Erdogan potrebbe rappresentare un passo avanti verso la stabilizzazione del territorio.  

Secondo l’analista politico turco, Mensur Akgun, l’area cuscinetto voluta dalla Turchia costituirà un’importante merce di scambio nelle trattative tra i due capi di Stato. La Russia, infatti, non ha un particolare interesse né nel realizzare la cosiddetta security zone né nell’impedirla.

Ciò che interessa davvero a Mosca è il governatorato di Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli.                                                    Teatro di continui scontri tra i ribelli siriani e i jihadisti di Hayat Tahrir Al-Sham (Hts), Idlib è l’ultimo ampio territorio ancora fuori dal controllo del governo siriano.

Nonostante faccia parte di una “de-escalation zone”, il governatorato vede peggiorare le proprie condizioni di giorno in giorno. Idlib è ormai completamente sotto il controllo di Hayat Tahrir Al-Sham (Hts), un’organizzazione militante del salafismo jihadista coinvolta nella guerra civile siriana.

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Nel settembre 2018, Russia, Iran e Turchia avevano raggiunto un accordo mirato a stabilizzare la situazione del governatorato, che appunto aveva previsto a Idlib la creazione di una de-escalation zone demilitarizzata, controllata dalle truppe russe e turche. Idlib è cara alla Russia in quanto simbolo di una restituzione completa del territorio siriano al presidente Assad.

Ottenuta, dunque, l’approvazione della Russia a stabilire una zona cuscinetto turca nel nord della Siria, Ankara potrebbe essere maggiormente disposta a lasciare spazio ai progetti russi nel governatorato di Idlib.