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Tra i curdi che combattono l’Isis

“Pare che il costruttore sia scappato. Di punto in bianco, senza completare gli edifici e i quartieri. È rimasto così: sospeso! Il Ministero dei Peshmerga, quindi, ha pensato bene di acquisirlo e di utilizzarlo come campo addestrativo”. È la voce di Giacomo P. (la privacy e la sicurezza impongono l’utilizzo di nomi fittizi) uno dei soldati italiani impegnato in Kurdistan nella missione “Prima Parthica”.

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“Sospeso” è l’aggettivo migliore per descrivere questo spazio urbano informe avvolto da una nebbia pallida, fatto di villettine a schiera abbozzate e cumuli di sabbia da cantiere, una vera e propria città fantasma dove avviene la formazione dei militari Peshmerga. La chiamano Tiger Town. Si trova a qualche chilometro a est di Erbil. Qui i trainers italiani della Task Force “Erbil”, diretti dal Comando multinazionale Kurdish Training Coordination Center a guida italiana insegnano le procedure sull’individuazione di ordigni esplosivi improvvisati (Counter-IED), sul primo soccorso sanitario ai feriti e sull’irruzione in sicurezza all’interno delle abitazioni liberate dalla presenza nemica.

“L’urbanistica e la tipologia degli edifici di Tiger Town sono molto simili a quelli conquistati dal nemico e con cui dovranno fare i conti. Questo spazio, infatti, è molto adatto anche sotto la prospettiva della simulazione psicologica” continua a raccontarmi Giacomo, mentre aspettiamo nella nebbia delle 6 del mattino l’arrivo dei militari curdi.

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Il termine Peshmerga trascina un significato nobile e profondo: “Fino alla morte”. Sono soldati votati al sacrificio, la cui dedizione alla causa è totale. Si tratta di combattenti la cui motivazione alla battaglia riposa sul solido movente nazionalista, movente che si trasforma in impulso all’azione e a non cedere mai.

Mentre ricevono gli insegnamenti dei formatori italiani, mi avvicino verso di loro per parlarci. Non leggo sui loro volti la sicurezza di un soldato preparato e competente: quello che vedo, invece, sono facce di ragazzi e ragazze, di uomini e donne semplici e comuni ma dallo sguardo attento e concentrato, come quello di uno allievo appassionato che cerca di assorbire al massimo il sapere del proprio maestro.

“Daesh ha stravolto la mia vita, mi ha tolto tutto quello che avevo di più caro: la mia famiglia, la mia casa, la mia dignità” mi racconta Kordo, giovane combattente che prima di arruolarsi come volontario faceva il fabbro nel cantone di Kobanê. “Mia madre e mia sorella più piccola sono state fatte a pezzi da un’autobomba a Kirkuk: erano al mercato per fare la spesa” afferma Zilan, 23 anni, mentre stringe al petto il kalashnikov in dotazione che oramai considera una protesi del suo corpo.

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Sono persone comuni, divenuti volontari per difendere il proprio Paese e per soddisfare un desiderio di rivalsa, per colmare il vuoto generato nelle loro vite dalle atrocità del sedicente Stato islamico.

“La loro origine umile, l’amore che nutrono nei confronti del proprio Paese e del proprio territorio e l’essere legati al conflitto da questioni personali conferiscono a questi uomini una dedizione molto sentita. Ci sono profonde radici culturali, quindi, che avvantaggiano la loro crescita tattica e operativa”. Mi risponde così Giulio M., anche lui impegnato nella formazione militare di questo esercito di umilissimi.

Fabbri, agricoltori, fattori, operai ma anche ragazzi e ragazze disoccupati a causa della guerra e della crisi economica ed energetica che affligge il Kurdistan, prendono posto tra le file di questo esercito che ogni giorno tenta di dissolvere la follia jihadista e di liberare la propria terra.

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