A soldiers of the NATO-led peacekeeping mission in Kosovo (KFOR) secures the area near the village of Rudare in northern Mitrovica  during a protest of Kosovo Serbs on November 23, 2018, following Kosovo's move to slap Serbian imports with a 100 percent tariff. - Kosovo's move has triggered a new surge of tensions between the former war foes on November 22. Kosovo announced the tariff on both Serbian and Bosnian goods  -- though excluding international brands -- on November 21 after accusing Belgrade of sabotaging its bid to join Interpol, the international police organisation. Serbia has long fought to thwart Kosovo, which is home to an ethnic Albanian majority, from joining international organisations like the United Nations. (Photo by Armend NIMANI / AFP)

Tensione tra Serbia e Kosovo:
“Opzione militare sul tavolo”

Non si attenua la tensione nei Balcani: tra Serbia e Kosovo al momento è guerra di nervi e di provocazioni, ma il pericolo è che si passi anche alle “maniere forti”. Da quando Belgrado e Pristina hanno interrotto il dialogo sullo scambio di territori lungo il confine, non passa settimana senza novità da un fronte per il momento fermo ma non assolutamente in pace. Prima gli screzi sull’Interpol, con il Kosovo che accusa la Serbia di aver fatto pressioni affinché nell’ultima assemblea tenuta a Dubai si votasse contro l’ingresso di Pristina. E proprio dalla capitale kosovara il governo ha risposto imponendo pesanti dazi sulle merci serbe e bosniache, le quali dal 10% sono passate al 100% in poche settimane. Infine i presunti movimenti di “forze albanesi verso il nord”, denunciato direttamente dal presidente serbo Vucic. L’ultimo episodio di questa inquietante saga, è dato dalla possibile formazione di un esercito kosovaro. 

“Difenderemo i serbi in Kosovo” 

Il capo di Stato serbo prova a smorzare gli animi: “Non si arriverà all’uso della forza in Kosovo – dichiara ad un’emittente televisiva – Non credo ce ne sarà bisogno”. Ma quando è proprio il presidente a dover ribadire la volontà attuale di non usare la forza, vuol dire che ad essere latente nei Balcani è molto più di una semplice tensione. Ma lo stesso Vucic però, sembra voler lanciare un serio avvertimento: “Non lasceremo da soli i serbi, ovunque essi siano. Intravedo delle difficoltà per i serbi del Kosovo, da Belgrado si farà di tutto per salvaguardarli”. L’uso della forza dunque non è all’ordine del giorno, ma non è nemmeno un’ipotesi da scartare a priori. Il concetto è lo stesso ribadito dal primo ministro Ana Brnabić. Il capo dell’esecutivo però si spinge oltre: “L’opzione militare è sul tavolo“, dichiara nel corso di una conferenza stampa in cui si è fatto il punto su quella che viene definita la più grave delle provocazioni da parte del Kosovo, ossia la formazione di un esercito.

Il 14 dicembre infatti, il parlamento di Pristina è chiamato ad esprimersi su una proposta di legge volta alla trasformazione della Kosovo Security Force in vero e proprio esercito. Attualmente la forza kosovara ha funzioni di protezione civile e di controllo del territorio, secondo la costituzione del 2008 le funzioni di difesa non possono spettare ad un esercito. Anche perchè da questo punto di vista, a garantire protezione al Kosovo ci sono gli uomini del contingente della Nato stanziati dal 1999 con la missione autorizzata dalla risoluzione Onu 1244. Non a caso è lo stesso segretario dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, a definire “inopportuna” l’eventuale scelta di costituzione dell’esercito da parte di Pristina. Se per la Nato è inopportuna, per i serbi invece sarebbe indice della volontà, tramite un esercito, di aumentare le provocazioni e spingere i serbi fuori dalla regione. Ecco perchè Ana Brnabic parla apertamente della possibilità di mobilitare l’esercito di Belgrado. Il ruolo istituzionale più alto e rappresentativo impone a Vucic di negare questa opzione, ma nella sostanza il discorso è lo stesso: proteggere i serbi. 

Ai timori di Belgrado da Pristina risponde il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj: “L’esercito servirà per collaborare meglio con le forze Nato in Iraq ed Afghanistan – precisa in un’intervista – Non verrà impiegato nel nord del Kosovo”, lì dove cioè vive gran parte della minoranza serba. Ma la tensione monta, i timori continuano a serpeggiare da una parte e dall’altra. Per la verità un confronto militare diretto appare molto lontano, ma i passi indietro nelle relazioni tra Belgrado e Pristina sono evidenti e non appaiono affatto una buona notizia. 

L’intervento di Lavrov: “A rischio credibilità dell’Ue”

Sulla questione nelle scorse ore interviene anche il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Intervistato dal quotidiano greco Efimerida ton Sintakton, in vista del vertice tra Tsipras e Putin a Mosca, il capo della diplomazia russa lancia un monito all’Ue e sembra difendere la posizione serba: ” Pristina non solo sabota apertamente l’attuazione degli accordi raggiunti attraverso la mediazione dell’Unione europea nel dialogo con Belgrado, ma intraprende anche nuovi passi provocatori”. E tutto ciò minerebbe la credibilità delle istituzioni comunitarie di Bruxelles: “L’Ue non riesce a far rispettare gli accordi presi dal Kosovo ed a far adempiere Pristina ai suoi obblighi”. 

Le nuove tensioni nei Balcani non mancheranno, nelle prossime settimane, di tenere alta l’attenzione sulla regione in gran parte delle cancellerie del vecchio continente.