RamNathKovind

Così New Delhi cambia volto

È partito da lontano Ram Nath Kovind. Strada in salita, sudore e tenacia. Non aveva niente, ma proprio niente, neanche una bicicletta per andare a scuola nel villaggio vicino al suo. «Da dove vengo io eravamo tutti talmente poveri che nessuno ne aveva mai vista una». Oggi ha il Paese in mano. Ricopre la più alta carica dello Stato: Presidente. Una scalata dal basso che è ancora più miracolosa se pensi che è successo in India dove le classi sociali si chiamano ancora caste e da lì facile uscirne non è. Questione di religione, ma anche di cultura e di testa; millenaria, stratificata, entrata sotto pelle di ogni indiano. E qui, più che altrove, tutto dipende dalle carte che gioca per te il destino, e se nasci come Ram sei un «dalit». Un intoccabile e non è che ti è andata tanto bene. Anzi. Peggio di così non poteva andare. Sei considerato talmente miserabile che non sei neppure degno di essere toccato. Ma il destino, Ram, ha saputo fregarlo. Aggirarlo. E fa niente da dove arrivi, l’importante è raggiungere la meta, non importa la fatica. Pedali e sali. Sali e vinci, e comandi. Ti volti indietro e lo vedi ancora quel villaggetto sperduto e pulcioso da dove è iniziato il viaggio. E ci ripensi ogni mattina perché sono le radici che ti danno la forza, e lo tieni bene a mente che tu sei quello. Fango mischiato al sogno.

Lui è nato numero primo nell’esercito infinito di paria, i fuori casta a cui sono destinati i lavori più degradanti. A loro il compito di rimuovere carcasse delle vacche sacre dalle strade, pulire escrementi considerati impuri dalla società. Sono anni che i 200 milioni di «intoccabili» lottano e combattono. La maggior parte delle volte perdono, raramente ottengono qualche diritto, come quello di studiare e laurearsi, sancito recentemente dalla Costituzione. In forza di queste minime garanzie che il neo eletto presidente ha potuto diventare avvocato presso la Corte suprema. Kovind si è diplomato in Commercio all’Università di Kanpur. Avvocato del governo centrale nell’Alta Corte di Delhi dal 1977 al 1979 e consulente permanente nella Corte Suprema dal 1980 al 1993. E nel tempo libero è diventato famoso per il suo impegno sociale: forniva assistenza legale gratuita nelle zone più disagiate del Paese, specialmente alle donne.

Ecco perché quando Ram sente parlare di gavetta gli viene un po’ da ridere. «È tutta la mattina che a Delhi piove- ha detto sorridendo alla nazione il giorno della sua elezione. Questo mi fa venire in mente la mia infanzia, nella casa del mio villaggio, dove con i miei fratelli e le mie sorelle ci incollavamo alle pareti per non prenderci l’acqua che colava dal tetto». Eccola la vita grama di Kovind, 71enne, sposato con Savita e padre di due figli maschi, lunghissima carriera politica di basso profilo alle spalle. Capo del movimento degli oppressi, è uno dei pochi «intoccabili» che il partito Alleanza democratica, capitanata dal partito conservatore e nazionalista indù del primo ministro Narendra Modi, può vantarsi di avere nell’India settentrionale. Il neo presidente ha ottenuto il 65 per cento, e sarà il quattordicesimo presidente dell’India dall’indipendenza dal dominio coloniale inglese ma solo il secondo «intoccabile» a sedere al Rashtrapati Bhavan, la residenza presidenziale che con le sue 340 stanze e i 130 ettari di giardini moghul, rappresenta la terza più estesa dimora di un capo di stato al mondo, dopo il palazzo del Quirinale e Ak Saray ad Ankara. Fu Kocheril Raman Narayanan il primo intoccabile a ricoprire l’incarico.

È l’India degli anti-sistema che sta prendendo potere. Storie straordinarie, fatte di un mix perfetto di smisurato talento condito da inossidabile volontà. Kovind, candidato del partito nazionalista hindu del premier Narendra Modi, è stato eletto il 20 luglio scorso dal collegio elettorale che riunisce Parlamento e assemblee statali, in tutto 4.896 persone. Il neo presidente ha surclassato la rivale Meira Kumar, prima donna presidente del Parlamento e sostenuta dal partito del Congresso. E anche lei un «dalit». Per questo le elezioni presidenziali sono state definite dai media «la ribellione degli intoccabili». Esclusi dalle quattro caste che compongono l’organizzazione sociale induista, i paria hanno subito per migliaia di anni discriminazioni e povertà estrema. Nonostante le caste siano vietate dalla Costituzione e malgrado 70 anni di politiche di sostegno, con quote riservate per l’accesso a scuole e lavoro, i paria restano tuttora ai margini della vita economica, sociale e politica, finendo per svolgere le mansioni più umili e degradanti agli occhi degli induisti ortodossi, che li considerano appunto «intoccabili», «impuri». Secondo la Commissione nazionale per i diritti umani, ogni 18 minuti un «dalit» è vittima di un crimine e ogni giorno tre donne «dalit» vengono stuprate e due uccise. Una strage più o meno silenziosa.

Che entrambi i candidati siano membri di questa classe deve però stupire solo fino a un certo punto. Il Congresso, di ispirazione più laica, si è sempre posto come punto di riferimento per i paria: 200 milioni di voti potenziali. Ma lo stesso partito conservatore, da almeno un decennio, cerca di far breccia in questo decisivo bacino elettorale, anche se con coerenza e sorti alterne. Da quando il partito nazionalista hindu ha assunto la guida del Paese, nel 2014, le violenze nei loro confronti – e dei musulmani – sono andate aumentando. Così, la scelta di Kovind come candidato per la più alta carica dello Stato è stata considerata da diversi osservatori come un tentativo di migliorare l’immagine del partito e di difenderlo dall’accusa di non tutelare le minoranze sociali e religiose.

Lui, quando è salito sul palco, commosso ha detto: «La mia lotta per gli oppressi e gli emarginati continua». Ora può fare la differenza davvero.

Manila Alfano