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Così l’Isis recluta con un clic

I social network sono lo strumento preferito dai reclutatori del Califfato.

La maggior parte dei ragazzi ceceni che hanno deciso di partire per unirsi ai combattimenti sono stati infatti avvicinati così: con un messaggio su Whatsapp, su Facebook, o sul social russo VKontakte. Basta un clic per spingerli a partire e a cambiare per sempre la propria esistenza. Storie così sono molto comuni tra i giovani ceceni. Come nel caso di Shamil, un ragazzo di Grozny, che a 19 anni, dopo uno scambio di messaggi su internet, nel giugno dello scorso anno ha deciso di raggiungere la Siria. Non tutte queste storie però, si concludono nel Califfato. Quella di Shamil, per fortuna, si interrompe prima, quando decide di tornare sui suoi passi e a Nevinnomyssk, nel territorio di Stavropol, a pochi chilometri da Grozny, scende dal bus che lo stava portando verso Mosca. Shamil, è tornato in Cecenia e ora sta scontando una pena di cinque anni in carcere per aver pensato di arruolarsi nelle fila di Daesh.

Incontriamo la madre e la sorella di Shamil nel loro appartamento al quinto piano di uno dei palazzoni rossi della periferia di Grozny. Ci accolgono nel loro salotto e ci raccontano di come Shamil abbia maturato una scelta così radicale. “Non abbiamo notato nulla di strano in casa”, racconta la madre, “anche il giorno in cui è partito è andato al lavoro normalmente, come sempre”. “Mio figlio è cresciuto senza il padre”, continua la donna, “e per questo motivo era molto controllato, conoscevo i suoi spostamenti e tutti i suoi amici: nessuno di loro aveva queste idee radicali, per questo l’unica possibilità è che qualcuno lo abbia contattato via internet”.

https://www.youtube.com/watch?v=1_kT688L6cw&feature=youtu.be

Ed infatti, ci dice la madre, questo è quello che successivamente confermerà anche il ragazzo, ovvero di essere stato reclutato tramite il social network russo VKontakte. Ci dice di aver sentito dire che anche altri ragazzi sono stati reclutati così. Le tecniche di persuasione usate sui social dagli uomini del Califfato secondo il racconto della donna, non sono per nulla improvvisate, anzi. I reclutatori sono dei veri professionisti. “Quando ho chiesto a Shamil se non aveva pensato a me o a sua sorella, a chi si sarebbe preso cura di noi”, racconta la donna, “lui mi ha detto che non ne aveva avuto il tempo, perché erano stati talmente veloci e professionali, che lo avevano trasformato in uno zombie”.

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“Penso che usino delle tecniche particolari”, racconta la donna, “ad esempio, gli dicevano che lì si sarebbe sposato, che avrebbe studiato, che avrebbe vissuto secondo la Shari’a, gli parlavano degli ideali, non accennavano minimamente alla guerra, al fatto che avrebbe dovuto combattere e morire: gli hanno fatto il lavaggio del cervello”. E se lo hanno fatto ad uno come Shamil, continua la madre, che lo descrive come un ragazzo educato e seguito dalla famiglia, dev’essere davvero facile per gli uomini di Daesh convincere questi ragazzi ad unirsi alla Jihad. La madre di Shamil incontra suo figlio in carcere una volta al mese. Pensa che cinque anni siano una pena troppo lunga per suo figlio. Vorrebbe una pena più breve perché, dice, suo figlio è pentito e si è fermato prima di commettere reato. “Voglio solo dire ai ragazzi, non fatelo, pensate alle vostre madri”, si raccomanda.

Ma i social network non sono solo uno strumento di reclutamento. A volte sono anche uno strumento per cercare di tornare indietro e per chiedere aiuto. In Siria, al momento ci sono infatti altri ragazzi ceceni pentiti che vorrebbero tornare a casa, ma non lo fanno perché hanno paura sia della reazione dei jiahdisti, sia di finire in prigione al loro ritorno. L’incaricata della Federazione Russa per i diritti umani a Grozny, Xeda Saratova, dell’agenzia “Objectiv”, ci ha detto di essere in contatto attualmente con almeno due persone di età compresa tra i 25 e i 30 anni che vorrebbero fuggire dallo Stato Islamico in Siria. Una è una ragazza cecena, che era sposata con un jihadista originario del Tatarstan, morto in battaglia. La Saratova spiega che in questo caso il governo dovrebbe facilitare il ritorno di questi ragazzi, perché non si tratta di cosiddetti “jihadisti di ritorno”, ma di giovani pentiti che chiedono aiuto per fuggire dal Califfato. Ci mostra lo scambio di messaggi tra lei e la ragazza su Whatsapp. In un messaggio la giovane scrive che vorrebbe scappare, ma che ha paura delle ritorsioni dei jihadisti: “vorrei andare via, ma non so come fare, ho paura di essere scoperta, se mi prendono mentre cerco di scappare per me è finita”.

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  • ramspa@hotmail.it

    Ma coa raccontate alla gente, come la favola del non prendere caramelle dagli sconosciuti che ti danno la droga!
    Possibile che pur di fare un servizio che venda, raccontate le favole.
    Sarà pure un caso vero questo, ma una rondine non fa primavera, chi parte deve essere molto motivato con una storia alle spalle affine a certi ideali, e con motivazioni religiose estreme.
    Perche voi giornalisti tendete sempre a tirar fuori il caso per generalizzare banalmente.