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Così gli Stati Uniti lasciano
il Pakistan in mano alla Cina

Persa la Turchia, sembra che anche il Pakistan stia ormai uscendo dalla sfera d’influenza di Washington. Il pomo della discordia è in questo caso l’Afghanistan, teatro di una guerra infinita che  dura per gli Stati Uniti da ormai sedici anni.

Un’alleanza che dura da sedici anni

Il Pakistan sin dall’immediato post 11 settembre 2001 era divenuto una sorta di avamposto logistico per le operazioni americane in territorio afghano, in particolare sul cosiddetto confine “afpak”. Luogo dove inizialmente si pensava fosse nascosto Osama Bin Laden. L’accordo siglato tra George W. Bush e l’ex Presidente pachistano Pervez Musharraf includeva un aiuto economico di 23 miliardi di dollari per il Paese. Nonostante la presenza americana non sia mai stata vista di buon occhio dalla popolazione legata all’Islam più tradizionale, l’alleanza è durata fino ad oggi. Lo scorso agosto è stata però lanciata una dura accusa da parte del Presidente americano Donald Trump contro il Pakistan.

Trump accusa il Pakistan di supportare i terroristi

Il tycoon ha infatti dichiarato che tra Afghanistan e Pakistan ci sono “le più alte percentuali di terroristi al mondo” e a questi il governo pachistano offrirebbe “rifugio”. Trump ha espresso inoltre preoccupazione per la possibilità che l’arsenale nucleare pachistano possa finire nelle mani dei terroristi. Accuse che sono state immediatamente rimandate al mittente da parte del Governo di Islamabad. Come riportava Al Jazeera, il Ministro degli Esteri pachistano ha così risposto a Trump: “Nessun Paese al mondo ha sofferto più del Pakistan a causa della piaga del terrorismo. E’ spiacevole che la dichiarazione politica statunitense ignori gli enormi sacrifici profusi dalla nazione pachistana in questo sforzo”.

L’ambigua relazione tra Pakistan e talebani afghani

Trump, senza entrare nello specifico, fa evidente riferimento alla possibile connessione esistente tra il Governo di Islamabad e il gruppo Haqqani Network, legato ai talebani afghani. Vi è tuttavia una ragione dietro questo supposta collaborazione. Il Governo di Islambad, come scriveva  Nicola Pedde direttore dell’Institute for Global Studies, aveva la necessità di combattere le cellule terroristiche in casa propria. Quelli che vengono chiamati talebani pachistani, autori del massacro avvenuto nella scuola di Islamabad lo scorso gennaio 2016, ma che nulla hanno a che vedere con i talebani afghani. Anzi il Pakistan averebbe finanziato questi ultimi proprio in contrapposizione ai “propri” talebani.

Sta di fatto che a seguito delle dichiarazioni non proprio accomodanti di Trump, Washington ha deciso di fare sul serio. Sono stati infatti sospesi i 225 milioni di dollari che dovevano, secondo i piani, finanziare l’esercito pachistano per le operazioni in Afghanistan.

La Cina pronta a sostituire Washington

C’è chi però ha intuito questo vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti e ha colto la palla al balzo. La Cina ha infatti immediatamente invitato, in maniera inaspettata, il Pakistan al summit dei BRICS, tenutosi la scorsa settimana. In seguito il Ministro degli Esteri pachistano Khawaja Asif ha effettuato questa settimana un viaggio a Beijing per discutere con il suo collega cinese proprio della strategia in Afghanistan.

“É nostra ferma visione che non ci può essere una soluzione militare in Afghanistan, l’attenzione deve essere spostata su un tavolo di negoziati politici. La Cina sta giocando un ruolo molto costruttivo a questo riguardo”, ha detto lo stesso Ministro pachistano al termine dell’incontro con il collega.

Una dichiarazione che potrebbe sancire in maniera definitiva la fine dell’alleanza tra Islamabad e Washington. Gli Stati Uniti hanno infatti da poco annunciato l’invio di 3.500 soldati in aggiunta ai già presenti effettivi in Afghanistan, con l’intento di arrivare fino “sconfitta finale dei terroristi”, sia talebani che uomini di Daesh. Dall’altra parte Cina e Pakistan si dicono pronte ad organizzare un tavolo di dialogo proprio con i talebani, una forza che, pur dopo la perdita del suo leader spirituale, il Mullah Omar, continua a controllare il 40% circa del territorio. Gli Stati Uniti sono pronti a giocarsi il tutto per tutto, per ora, però, hanno perso un prezioso alleato.