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“Così difendo Kabul e il mondo occidentale”

Herat Barbone folto e nero da pasthun, divisa mimetica e telefonino che squilla di continuo, pure nel blindato che ci porta al fronte dei soldati afghani. Il generale Ziarat Shah Abed è una sorpresa: parla italiano e considera il nostro paese la sua seconda casa.
Dove non gli dispiacerebbe trovare moglie, la terza, come è permesso ai musulmani. Comandante della prima brigata del 207° Corpo d’armata di Herat, combatte da 40 anni.

Generale, con il ritiro della truppe della Nato, compresi gli italiani, non teme che i talebani marceranno su Kabul?

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«Loro certo lo vorrebbero, ma penso che non ne abbiano la forza. Oggi il nostro esercito ha la capacità di fermarli. A patto che la comunità internazionale non dimentichi l’Afghanistan. Guai a ripetere l’errore degli anni Novanta. Dopo il ritiro dei russi i paesi occidentali ci hanno abbandonato ed è scoppiata la guerra civile».

Cosa vi serve per sopportare l’urto dei talebani?

«Forza aerea e armi pesanti. Se difendo il mio paese difendo anche voi occidentali. Con la globalizzazione il mondo è diventato un unico villaggio. Il nemico dell’Afghanistan è anche vostro nemico. Come il Daish (lo Stato islamico nda ) in Iraq, che è contro l’umanità ed un giorno vi arriverà in casa. Lo stesso discorso vale per Al Qaida presente nella regione di Herat con arabi e ceceni, che addestrano e finanziano i talebani».

Come ha stretto i legami con l’Italia?

«Kabul nel 2006 mi ha mandato nel vostro paese per la prima volta a frequentare un corso di alti studi della Difesa e di lingua italiana a Cesano. A Roma sono rimasto per quasi un anno. L’Italia è diventata la mia seconda casa, dove potrei trovare una nuova moglie (ride). E nell’Afghanistan occidentale abbiamo condotto con le truppe italiane tante operazioni militari assieme».

Lei è un veterano. Quando ha cominciato a combattere?

«La mia è una famiglia di militari. Portavo i gradi di capitano quando mi hanno sbattuto in galera a Kabul perché non ero comunista. Una volta rilasciato sono fuggito in Pakistan per unirmi ai mujaheddin nella guerra santa contro gli invasori sovietici degli anni Ottanta. Poi ho combattuto i talebani e dopo l’11 settembre sono stato il primo ad entrare a Kabul liberandola».