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Cosa ha significato il 2018
per il popolo della Siria

“La prima notizia è che in Siria si può fare”: il 2018 del paese entrato nel suo settimo anno di guerra si può sintetizzare con questa espressione di Fulvio Scaglione, contenuta in un articolo scritto nello scorso mese di giugno da Damasco. Si descrive, in particolare, una città dove si torna a vivere, dove mercati e locali tornano ad essere frequentati e dove si può registrare anche un piccolo incremento del traffico. Spariti molti checkpoint, molti posti di blocco, strade prima trasformate in trincee tornano adesso percorribili. È lo specchio di un paese ancora in guerra, ma dove ogni piccolo gesto di normalità riconquistato è un grande passo in avanti verso il ritorno alla vita. Il 2018 non è l’anno della fine del conflitto per la Siria, tuttavia è quello dove lo spauracchio dei combattimenti appare allontanarsi e diradarsi dalla quotidianità. Questo perchè ad Aleppo cominciano a vedersi piccoli spiragli positivi sul fronte della ricostruzione, mentre a Damasco nello scorso mese di maggio il conflitto sparisce del tutto dopo la caduta della Ghouta e di Yarmouk. Una guerra che sparisce pure nel sud della Siria, con la liberazione della provincia di Daraa. 

Il lento ritorno alla normalità

La Siria dunque vive il 2018 quasi come un paradosso che ha, in parte, il sapore di una dolce novità: ben si è coscienti del fatto che la guerra ancora continua, ma al tempo stesso una buona parte del paese entra già nel dopoguerra. Basta vedere la differenza tra i reportage realizzati a marzo da Gian Micalessin, nel pieno della battaglia per la Ghouta, e quelli sopra citati di Fulvio Scaglione scritti invece a giugno, quando oramai Damasco appare quasi come una normale e caotica capitale mediorientale. Terminano di colpo le ansie e la paure di uscire di casa, di camminare lungo le strade con lo spauracchio di ricevere in testa un missile sparato dai territori occupati dai terroristi, così come finisce il disagio di dover percorrere lunghi giri con la macchina solo per spostarsi da un punto all’altro dello stesso quartiere. Si ritorna alla vita di tutti i giorni, con la consapevolezza di essere ancora nel pieno del conflitto, ma allo stesso tempo con la guerra che lentamente abbandona il monopolio delle menti dei siriani.

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Accade a Damasco, ma come detto tutto ciò è possibile riscontrarlo anche in altre città del paese. Da Daraa ad Aleppo, fino alla “città martire” di Deir Ezzor, che in questo 2018 ricorda il primo anno dalla fine dell’assedio dell’Isis durato qualcosa come quattro anni. Lo sgretolamento del califfato e l’estinzione delle sacche islamiste in buona parte del territorio occidentale della Siria, ridanno anche la possibilità di spostarsi lungo le principali arterie del paese in condizioni di sicurezza tutto sommato normali. Come racconta sempre lo stesso Fulvio Scaglione, è possibile da Damasco raggiungere Aleppo in cinque ore, con annessa anche la fermata per far colazione o merenda. Sempre dalla capitale, si può andare ad Homs in tre ore di autostrada, una parte della quale peraltro riaperta dopo la fine di alcuni lavori di ricostruzione. Piccoli obiettivi, gocce in un oceano di una Siria che necessita di imponenti opere di ricostruzione, ma dal grande significato simbolico che ne fanno la notizia più importante di questo 2018. In Siria si può fare, come detto ad inizio articolo, ed è questo l’elemento da cui il paese riparte pensando all’anno che si sta chiudendo. 

La guerra continua

Non solo la ripresa dei territori, ma anche l’attenuazione dei combattimenti lì dove ancora trincee e filo spinato fanno da contorno ad un paesaggio dove la guerra è ben presente. Dopo l’apice mediatico raggiunto con i raid di Usa, Francia e Gran Bretagna ad aprile, l’attenzione internazionale sulla Siria si è lentamente spenta. Il conflitto non è affatto entrato nel dimenticatoio, ma al tempo stesso non occupa più le prime pagine. L’attenzione si sposta su altri fronti, questo perchè tutti gli attori operanti in Siria nella seconda parte di questo 2018 sembrano essersi presi una sorta di “pausa di riflessione“. Assad e Putin sembrano voler rifiatare e far rifiatare le proprie truppe al fronte, dopo aver raggiunto i principali obiettivi nella prima parte dell’anno. Sul versante opposto, gli Usa cercano ancora di capire cosa fare: l’annuncio di Trump di appena pochi giorni fa circa il ritiro delle sue truppe presenti ad est dell’Eufrate, sarebbe la decisione definitiva della Casa Bianca, pur se al momento tutta da verificare sul campo. Anche Iran ed Hezbollah appaiono accodati alla fase di ridimensionamento dei combattimenti, in attesa di nuovi sviluppi. L’unico impaziente appare Erdogan, che scalpita per lanciare le sue truppe e le milizie da lui pagate contro i curdi.

La Siria è un conflitto che non si può dimenticare. E noi vogliamo tornare per raccontarveloScopri come aiutarci

Se il 2018 vede dunque una lenta ripresa della normalità e si chiude con il 70% della popolazione siriana tornata ad essere amministrata dal governo del presidente Assad, il 2019 potrebbe essere quello delle svolte politiche accompagnate a mirate operazioni militari lì dove la situazione è ancora da chiarire. In particolare, Damasco potrebbe provare un negoziato con i curdi non più appoggiati dagli Usa per chiedere un ritorno dentro le fila del governo di Assad in cambio del riconoscimento di ampia autonomia. Allo stesso tempo, la Russia potrebbe fare da mediatrice per la riproposizione di un dialogo costituzionale sotto egida Onu. E, in tal senso, potrebbero essere fatte concessioni ai turchi per quanto concerne la questione curda. Sotto il profilo militare, il conflitto vero e proprio dovrebbe riguardare invece la provincia di Idlib, l’unica rimasta sotto il controllo islamista. Appare indubbio che Assad voglia far sventolare la bandiera siriana anche qui, il 2019 farà capire in che modo questo accadrà: se per vie politiche, oppure se bisognerà impiegare fino in fondo un esercito che nel frattempo, negli ultimi mesi del 2018, ha avuto modo di rifiatare.