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Cosa vuole Erdogan dalla Turchia

Il referendum del 16 aprile sarà per la Turchia un momento storico della sua storia repubblicana. Il popolo turco non dovrà soltanto scegliere se concentrare il potere nelle mani del Presidente della Repubblica, ma tra il consegnare la Turchia a Recep Tayyip Erdogan o finirla con il suo potere. Non si può negare, infatti, che questo referendum rappresenterà quello che il Sultano ha voluto che diventasse: un plebiscito sulla sua persona.

Il presidente turco regna ormai su Ankara dal 2002. Un quindicennio di protagonismo assoluto del leader del Partito Akp, prima come premier e poi, dal 2014, come Presidente. Adesso vuole raccogliere quanto seminato nel corso dei suoi anni alla guida della Turchia. Per completare la sua strategia ha, infatti, un’ultima necessità: l’approvazione della sua riforma costituzionale. Ma cosa chiederà Erdogan al popolo turco domenica prossima?

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In sostanza, un completo accentramento di potere nelle mani del presidente della Repubblica, che diventerebbe un vero e proprio monarca repubblicano. Il perno della riforma ruota, infatti, sulla rimozione della figura del primo ministro e sul passaggio dei suoi poteri alla figura del presidente. Quest’ultimo avrà il potere di nominare i ministri e di scegliere anche viceministri e i vicepresidenti.

Un potere che si estenderà inoltre non soltanto sul potere esecutivo ma anche su quello giudiziario. Nelle mani della sua figura, infatti, saranno concessi due poteri molto importanti per il controllo della magistratura turca: quello di nominare dodici membri della corte costituzionale, su un totale di quindici di cui è composta; e quello di nominare sei dei tredici membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri, con gli altri sette di nomina parlamentare. In particolare, quest’ultimo organo ha un’importanza capitale essendo quello deputato ai trasferimenti, rimozioni e promozioni del personale giudiziario.

Il Parlamento sarà espanso da 550 a 600 parlamentari, ma sarà fortemente connesso alla carica del presidente. In pratica, la volontà di Erdogan è di fare in modo che il parlamento appaia come espressione della volontà popolare, ma sia costretto a seguire le vicissitudini del leader del Paese. Questo verrebbe ottenuto tramite una serie di riforme presenti nel pacchetto. Innanzitutto, il parlamento e presidente avranno la stessa durata e lo stesso inizio di mandato. Dureranno entrambi cinque anni e saranno eletti nelle stesse elezioni. La logica di quest’osmosi fra le due elezioni è che si crei una tale sinergia fra le due differenti scelte per cui, alla fine, la personalizzazione dell’elezione presidenziale prevalga sulla scelta ragionata del parlamento. Inoltre, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, il Presidente rimetterà il proprio mandato andando di nuovo a elezioni, in modo da non avere mai un Parlamento con un colore politico diverso da quello del Presidente.

Un altro fondamentale passo verso questa sorta di monarchia repubblicana è dettato inoltre dalla possibilità concessa al presidente di decidere in qualunque momento lo stato di emergenza. Secondo la riforma della Costituzione richiesta da Erdogan, il presidente potrà ordinare lo stato di emergenza ogni volta che vi sarà una sollevazione contro la repubblica oppure una minaccia o azioni violente tali da mettere a repentaglio la sicurezza della nazione. La discrezionalità di questa decisione spetterebbe al presidente, che dovrebbe poi passare per l’approvazione di un parlamento tendenzialmente sempre favorevole o dello stesso identico partito.

Quest’ultima riforma è quella che in particolare desta preoccupazione perché l’utilizzo del terrorismo o della strategia della tensione sarebbe un mezzo efficace ed estremamente semplice da parte di Erdogan per imporre lo stato d’emergenza continuo. Uno stato d’emergenza che potrebbe, di fatto, essere attivato in ogni caso di attentato, minaccia terroristica, o anche nel caso di feroci proteste da parte delle opposizioni o dei curdi. Se si pensa all’ultima bomba esplosa a Diyarbakir, si comprende come questa potrebbe essere in futuro una tipica situazione in cui il presidente turco potrebbe approvare la sospensione di molte garanzie costituzionali, aggrappandosi alla minaccia della sicurezza nazionale.

Infine, l’ultimo non da sciogliere è quello della durata dei mandati da presidente dello stesso Erdogan. Secondo la riforma costituzionale, il presidente dura in carica cinque anni, e può essere eletto per due mandati. Erdogan, quindi, non potrebbe a una prima lettura essere eletto un’altra volta, perché già in carica. C’è però un dubbio, e ciò che Erdogan e la sua nuova Corte Costituzionale possano pensare di far ripartire il conteggio dei mandati da zero il giorno delle prime elezioni sotto la nuova riforma. Elezioni che hanno già una data: 3 novembre 2019.

Il rischio è quindi Erdogan abbia intenzione di ritenere questa riforma come l’anno zero della nuova Turchia ed eliminare tutto ciò che c’era prima facendo ripartire la Turchia dal nuovo mandato presidenziale. Potenzialmente, le intenzioni di Erdogan sarebbero di farsi eleggere altre due volte, mantenendo un regno incontrastato fino al 2029. In pratica una carica a vita. Una carica che cesserebbe di essere paragonata a quella di un normale presidente della repubblica, elevando Erdogan a quello cui sembrava dovesse solo aspirare: essere il sultano.

  • http://www.af.mil/AboutUs/Biographies/Display/tabid/225/Article/104769/general-philip-m-breedlove.aspx M. P. Breedlove ☆☆☆☆

    Spero davvero che la popolazione turca bocci ‘sto soggetto. Certo che se continua a mettere in galera tutti i “golpisti” ….

  • Renault Laguna Initial

    Io non capisco cosa guadagni se perde o vince Erdogan