Migrants run towards Gevgelija in Macedonia after crossing Greece's border, Macedonia, August 22, 2015.Thousands of rain-soaked migrants stormed across Macedonia’s border on Saturday as police lobbed stun grenades and beat them with batons, struggling to enforce a decree to stem their flow through the Balkans to western Europe. Security forces managed to contain hundreds in no-man’s land. But several thousand others – many of them Syrian refugees - tore through muddy fields to Macedonian territory after days spent in the open without access to shelter, food or water.  REUTERS/Ognen Teofilovski

Confini Ue senza controlli: così entrano i clandestini

Ásotthalom, Ungheria – Zoltán ci passa a prendere alle 4.40 del mattino con la sua Lada Niva, un piccolo fuoristrada prodotto in Unione Sovietica per la prima volta nel ’76. Il suo avrà almeno quindici anni, ma ancora assolve bene il suo compito: quello di pattugliare circa venti chilometri di confine che si snoda tra i fitti alberi di una foresta che divide l’Ungheria dalla Serbia nei pressi della cittadina di Ásotthalom, un comune di 4.000 abitanti che da circa un anno è salito all’onore delle cronache per essere diventato il crocevia di transito di centinaia di migliaia di migranti che da Afghanistan, Pakistan, Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, attraversano i Balcani e, nascosti tra la fitta vegetazione, entrano nell’Eurozona.

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Lui ha 24 anni ed è uno dei tre ragazzi che il sindaco di Ásotthalom, Lazslo Toroskay, ha assunto per vigilare sulla frontiera ungherese. “Ieri è stata una giornata tranquilla, ne abbiamo fermati solo cinque”, ci dice Zuli, ormai lo chiamiamo così, mentre saliamo in macchina, “afghani”, precisa. “Di norma però sono in centinaia, a volte migliaia ad attraversare il confine ogni giorno: vengono dalla Siria, dal Mali, dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia, molti scappano dallo Stato Islamico”. “Per la maggior parte sono giovani uomini che hanno dai 18 ai 40 anni. Solo pochi arrivano con le famiglie, e sono soprattutto quelli che vengono dal Kosovo” ci spiega mentre mette in moto. “Solo di tanto in tanto capita di trovare qualcuno aggressivo, di solito sono quelli che becchiamo di notte, o i trafficanti, che tentano di reagire ai poliziotti che li fermano”.

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“A volte”, ci confessa, “quando sono solo e mi trovo davanti a gruppi di 250 o 300 persone ho paura, mi sento in pericolo”. Zoltán pattuglia tutte le notti, a volte anche per intere giornate, questo confine dell’area Schengen completamente solo. L’Unione Europea, in concreto, non sa cosa sia, non l’ha mai vista. Per lui ha la faccia di due o tre poliziotti austriaci, mandati come rinforzi dopo che il sindaco ha reso pubbliche delle foto con i migranti sulla sua pagina Facebook, che hanno fatto scandalo in Ungheria. Dopo lo scandalo sono arrivate la BBC e Al Jazeera, ma la situazione è cambiata poco.

“Quando li vedo chiamo la polizia, che arriva, li carica e li porta a Röszke, dove c’è un campo per i migranti in cui le autorità verificano se hanno diritto all’asilo oppure no”, continua Zuli, “lì dovrebbero stare 3 mesi per i controlli, ma in realtà ci restano massimo una o due settimane: sono tantissimi e gli uomini che controllano sono pochi, il campo è sempre sovraffollato e così quasi tutti riescono a scappare. La maggior parte verso la Germania, la Svezia, l’Italia”. D’un tratto si ferma e ci mostra i segni delle ruote di un auto e delle impronte sulla terra bagnata: “devono avere appena fatto un carico” ci dice. “Di solito i trafficanti li caricano sulle auto e da qui in pochi minuti prendono la superstrada che va a Szeged o a Budapest. Per il ‘servizio’ chiedono circa 200 euro a persona. Agiscono in gruppi di 5 o 6, sono quasi tutti serbi o ungheresi e sono molto organizzati: gli danno appuntamento qui, alcuni gli indicano la strada da fare, altri li caricano nelle macchine. Con un gruppo di 20 o 30 persone guadagnano circa 6 o 7 mila euro”.

Dalla Siria, dal Nord Africa e dal Pakistan: tutti in Europa passando per l’Ungheria
Ormai Zoltán guida da venti minuti dentro la foresta. Ci siamo appena immessi in una strada poco più grande quando vediamo un furgone della polizia con i lampeggianti accesi. Al lato della strada ci sono sei o sette ragazzi. I poliziotti sono ungheresi, non vogliono essere ripresi e non vogliono rilasciare dichiarazioni. Alla fine riesco a strappargli un “sì, è il nostro primo fermo di oggi”. Sono le 5.30 e il loro ‘primo fermo’ sono un gruppo di siriani che hanno dai 20 ai 30 anni, tremano dal freddo e aspettano in cerchio sul bordo della carreggiata. “Veniamo da Damasco e da Yarmouk, siamo arrivati a piedi dopo aver camminato per un mese e mezzo” mi dice uno di loro, “siamo scappati da Daesh”. Da dove siete passati? “Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia”, elenca in inglese. Nessuno vi ha mai fermato alla frontiera? Nessun controllo? “Nessuno”. “Vogliamo andare in Germania, lì ci sono le nostre famiglie che ci aspettano, lì vogliamo studiare” mi ripete infinite volte, come una litania.

Le famiglie di alcuni di loro però, in realtà, sono nel furgone della polizia, poco più avanti: ce le indica un poliziotto. Ci sono donne e bambini piccoli. Uno di loro si attacca al vetro, mi sorride e inizia a salutarmi. Dopo di lui iniziano anche gli altri a spalmarsi sul finestrino sorridendo e saltellando sui sedili. Per loro le telecamere, i microfoni e i lampeggianti delle auto, per fortuna, sono solo un gioco entusiasmante. Il bimbo, forse avrà tre anni, appoggia la manina sul vetro del furgone per salutarci e ci segue con lo sguardo curioso mentre ce ne andiamo. Proseguiamo il nostro giro. Zuli si ferma per mostrarci delle tracce del passaggio di un altro gruppo e dopo pochi minuti arriva la telefonata della polizia: esattamente dall’altra parte del bosco “c’è un gruppo di una decina di africani che sta camminando verso il centro del paese”.

Li raggiungiamo e scopriamo che in realtà vengono dal Pakistan. Questa volta sono tutti uomini, dai 20 ai 40 anni, musulmani sunniti, probabilmente, date le barbe lunghe. Sono piuttosto malconci e uno di loro ha visibilmente un braccio rotto. Dicono di essere in cammino da tre mesi e una settimana. Il percorso è più o meno lo stesso che hanno fatto i siriani: dalla Turchia si entra in Grecia per un breve tratto e poi su per la Macedonia e la Serbia, senza incontrare nessun ostacolo. Gli chiedo perché vogliono entrare nell’Unione Europea e dove vogliono andare: “In Italia, a Bologna”, mi risponde deciso senza pensarci due volte.

Se l’Europa resta a guardare
Se quella dei migranti fosse una guerra e Lampedusa fosse il fronte sud, Ásotthalom sarebbe sicuramente quello orientale. Le bandiere nere dell’Isis sono comparse a Derna, ma anche a Gornja Maoca in Bosnia, a poche ore di macchina da Budapest e Vienna. In più la crisi in Macedonia rischia di far ripiombare i Balcani nell’instabilità degli scontri etnici, terreno ideale per lo sviluppo del radicalismo religioso, del terrorismo e dei traffici. “Siamo completamente soli ad affrontare questo problema e non riceviamo nessun aiuto dall’Unione Europea” ci dice il sindaco Lazslo Toroskay, mentre nel suo ufficio ci mostra i passaporti e i documenti rinvenuti nella foresta, quasi tutti appartenenti a cittadini kosovari.

“Fino a tre anni fa non avevamo questo problema perché la legge ungherese considerava l’immigrazione clandestina un reato. Poi l’Ue ha cominciato a fare pressioni sul governo che infine ha dovuto accettare il diktat di Bruxelles depenalizzando il reato di immigrazione clandestina: da lì sono iniziati i problemi” spiega Toroskay. “L’anno scorso arrivavano migliaia di migranti al giorno provenienti per il 90% dal Kosovo. Poi, dopo che il governo ungherese è intervenuto con le autorità kosovare sono diminuiti e ora arrivano circa 100 o 200 persone al giorno, ma da altre aree”, continua, “ovviamente la polizia serba non li ferma perché, in primis, ha tutto l’interesse che la popolazione albanese vada via dal Kosovo e in secondo luogo perché ritengono che non sia un problema loro ma dell’Unione Europea”. “Il nostro confine, infatti, è un confine Schengen, non un confine ungherese ma un confine dell’Unione, e non c’è nessuno a proteggerlo. In più con la nuova legge imposta dall’Ue non abbiamo più neanche la nostra polizia di frontiera”, ricorda il sindaco. In effetti, mentre eravamo a pattugliare il confine con Zoltán siamo riusciti con molta facilità ad attraversare il confine serbo-ungherese, a cui protezione è posta soltanto una telecamera a rilevazione termica che avvisa la polizia nel momento dell’attraversamento. Il problema è che, ad allarme partito, la polizia impiega almeno mezz’ora ad arrivare sul posto: abbastanza per potersi dileguare in tutta tranquillità.

“I migranti abbandonano i loro passaporti nella foresta perché non vogliono essere identificati dalla polizia” spiega il sindaco, “ed è per questo che non possiamo capire chi ha realmente bisogno di aiuto. Se arrivassero dalla Siria o dall’Iraq persone con precedenti per terrorismo nessuno potrebbe identificarli”.

Chiedo al sindaco di Ásotthalom se crede che ci sia un rischio terrorismo per l’Europa connesso all’immigrazione in Ungheria: “se un terrorista volesse arrivare in Europa per compiere un attentato di sicuro non arriverebbe in aereo in qualche aeroporto internazionale” risponde Toroskay, “ti assicuro che passerebbe per il confine serbo-ungherese, dove, nei fatti, non c’è nessun controllo”.