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Confessioni
di un jihadista pentito

Said Mazhaev è un giovane ceceno di 23 anni, che nel febbraio del 2013 ha deciso di unirsi ai combattenti dell’Isis in Siria. Oggi, Said è un jihadista pentito, che per questo motivo sta scontando la sua pena in carcere qui a Grozny.

Xeda Saratova, la direttrice dell’agenzia indipendente di informazione e analisi “Objectiv”, uno degli incaricati per i diritti umani della Federazione Russa, ci organizza, nel suo ufficio nel centro della capitale cecena, un incontro con Said, che arriva poco dopo accompagnato dalle forze di sicurezza. Said si siede davanti a noi, guarda la scrivania e inizia a raccontare la sua storia, che inizia nel febbraio del 2013, con una chat su Whatsapp.

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Un amico ceceno, musulmano come lui, inizia ad indottrinarlo sul fatto che in Siria è in corso una guerra santa contro il governo di Assad. Cerca di convincerlo, usando versetti del Corano e altri testi islamici, che la seconda “rinascita” dell’islam partirà proprio da quelle terre e che passa inevitabilmente per la conquista della Siria. Nel giro di cinque mesi Said si convince e il 9 luglio decide di lasciare la sua casa a Grozny per unirsi alla guerra santa dell’Isis.

Su Wathsapp l’amico, di cui non ci rivela il nome, gli spiega la strada più sicura per arrivare nel Califfato. In quel momento è quella che passa da Mineralnye Vody, una cittadina a qualche chilometro da Grozny, nel territorio di Stavropol in Russia. Da qui in Daghestan, poi la capitale azera, Baku, e infine Istanbul.

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“Sono atterrato all’aeroporto Ataturk, dove c’erano delle persone che dovevano incontrarmi per portarmi in Siria”, racconta Said, “ma il 10 luglio all’aeroporto non ho trovato nessuno e così ho telefonato ai due numeri che mi avevano detto di chiamare: uno di loro mi ha risposto che le persone che dovevano incontrarmi si trovavano già in Siria, ma mi hanno spiegato per telefono la strada”.

“Sono andato alla stazione del bus”, continua, “ho preso l’autobus numero 87, come mi hanno detto, e il giorno successivo, l’11 luglio ero già al confine con la Siria”. Qui Said racconta di aver chiamato di nuovo. Gli dicono di aspettare. Dopo quattro ore si presenta un uomo dell’Isis, turco o azero, che parla russo. Gli chiede di seguirlo su un minibus. Gli aspiranti jihadisti sono in 7. Vengono portati in un campo profughi per rifugiati siriani in territorio turco, Reyhanly, che si trova a pochi chilometri dal confine siriano. Qui aspettano la notte. Quando, dopo qualche ora, arriva l’oscurità a Said e ai suoi compagni viene ordinato di attraversare il confine correndo. “Abbiamo corso in una parte del confine turco-siriano che chiamano Olive Valley: c’erano alcune torrette per gli avvistamenti a protezione del confine ma nessun controllo”, racconta Said, “mentre correvamo abbiamo sentito degli spari, forse esplosi per spaventarci, ma comunque in 3 o 4 minuti siamo arrivati in territorio siriano”.“Qui, dopo mezz’ora sono arrivati due pick-up con i fari spenti”, continua, “ci hanno caricato a bordo e ci hanno portato ad Atma, nel governatorato di Idlib”.

Qui Said viene condotto dai jihadisti in una base dell’Isis chiamata “Shari’a house”. Secondo la ricostruzione dell’ex jihadista si tratta di un vero e proprio centro di smistamento dei combattenti che man mano arrivano nei territori controllati dai miliziani di Daesh.

“Lì c’erano molti nuovi arrivati, come noi, che dovevano passare dei controlli e ai quali hanno spiegato le regole”, spiega infatti Said. La prima regola per i nuovi arrivati è quella di consegnare i documenti. La seconda, quella di prestare giuramento ad un comandante dell’Isis di cui in quel momento i neofiti non conoscono l’identità, al quale promettono di essere fedeli fino alla morte. Più tardi a Said verrà rivelato che la persona a cui ha giurato fedeltà è Omar al Shishani, detto anche Abu Omar il ceceno, l’ex sergente georgiano che combatté contro i russi in Ossezia del Sud nell’estate del 2008, e che nell’estate del 2013 era al comando delle milizie dello Stato Islamico in Siria. I controlli e la raccolta di informazioni su Said sono durati sei giorni, durante i quali Said è rimasto ad Atma. In questo lasso di tempo, ci spiega Said, gli uomini del Califfato sono riusciti a conoscere ogni dettaglio sulla sua vita. Gli chiedevano inoltre, quali fossero i motivi che lo hanno spinto ad arruolarsi.

“Gli addetti ai controlli dello Stato Islamico parlavano con me in russo, ma c’erano anche ragazzi francesi, tedeschi, nigeriani, somali, ucraini, brasiliani e anche due italiani: con tutti loro invece parlavano inglese”. Degli italiani ci confessa di non avere particolari informazioni, a parte il fatto che sapevano parlare inglese e che non portavano le barbe lunghe come gli altri. Di solito, ci dice, gli aspiranti terroristi non portano la barba quando si recano in Siria, per non essere riconosciuti.