US President Donald Trump chairs a Cabinet meeting at the White House in Washington, DC, on January 2, 2018. - President Donald Trump warned Wednesday the US federal government may not reopen any time soon, as he stood firm on his demand for billions of dollars in funding for a border wall with Mexico.Addressing a cabinet meeting on the 12th day of the shutdown,  Trump warned it "could be a long time" before the impasse is resolved."It's too important a subject to walk away from," said the president, who was to meet later with Democratic and Republican lawmakers. (Photo by NICHOLAS KAMM / AFP)

Via l’Italia dai progetti della Cina:
la nuova strategia degli Stati Uniti

Dopo l’arresto della direttrice finanziaria di Huawei Meng Wanghzou da parte delle forze dell’ordine canadesi, che eseguivano un mandato di cattura internazionale emanato negli Stati Uniti, si è aperto un caso internazionale che ha portato allo scoperto gli interessi coinvolgenti il colosso tecnologico cinese nel contesto della rivalità tra Pechino e Washington.

Certamente può causare qualche grattacapo pensare che la dirigente di una società di diritto cinese sia stata arrestata in Canada su iniziativa degli Stati Uniti per presunti reati finanziari coinvolgenti una nazione terza (l’Iran) rivale di Washington e inerenti alla violazione comminate non dalla comunità internazionale ma dai soli apparati di Washington. Così come fa riflettere l’autoincoronazione del Dipartimento della Giustizia a “poliziotto del mondo” capace di estendere il suo diritto in maniera extraterritoriale seguendo il potere del dollaro. Ma tutto ciò impallidisce al confronto della maxi-rivalità sino-americana sul controllo di tecnologie vitali come l’infrastruttura 5G che ha causato il braccio di ferro su Huawei.

E in questo braccio di ferro l’Italia si trova pericolosamente coinvolta. E costretta a mediare e a prendere decisioni d’importanza vitale. 

Perché l’Italia è centrale nel caso Huawei

Il 28 settembre a Roma si è tenuto lo “Huawei 5G Summit”, importante evento con cui la compagnia cinese ha presentato i suoi piani per l’Italia. Il ministero per lo Sviluppo Economico controllato da Luigi Di Maio guarda con interesse all’intervento del colosso cinese sul 5G italiano, da considerare integrativo a quello sviluppato attraverso il bando nazionale del Mise.

Huawei punta a fare da sé e ad impostare uno sviluppo autonomo, portando a compimento il 5G in Italia entro fine 2019. Milano, Bari e Matera sono state sede dei primi test. Come ha scritto Claudio Antonelli su La Verità, “nelle pieghe della strategia 5 Stelle c’è la necessità di trovare un provider che possa subentrare all’ ex monopolista Telecom che in questi gironi sta affrontando il tema dello scorporo. Inoltre Huawei fa una politica di dumping sulle antenne e ciò permetterebbe al nostro Paese di risparmiare un sacco di soldi. In cambio la Cina avrebbe accesso ai dati e alla sicurezza nazionale. Proprio ciò che l’intelligence Usa teme” e che primo fra tutti ha, di recente, denunciato Giulio Sapelli su Formiche.

Certo, i ricordi del programma Echeon e del caso Snowden lasciano bene intendere quali siano i motivi che rendono Washington guardinga sul tema della sicurezza informativa. Gli Stati Uniti hanno chiesto, su Huawei, una scelta di campo netta ai loro alleati: e così, subito dopo l’arresto di Meng il Giappone si è unito ai Paesi anglosassoni che con gli Usa formano il programma di intelligence Five Eyes (Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia, Canada) nel bandire Huawei dalle gare per la costruzione delle nuove infrastrutture 5G, temendo che l’azienda si riveli un cavallo di Troia di Pechino.

L’Italia deve incasellare le attività di Huawei in un più complesso mosaico politico-economico che la unisce alla Cina e che spazia dalla “Nuova Via della Seta” all’attività dei campioni nazionali a controllo pubblico. E nel triangolo Roma-Pechino-Washington potrebbe inserirsi un altro attore di prima grandezza: Leonardo.

Gli affari di Leonardo in Cina

Il gruppo attivo nel settore degli armamenti e dell’aerospaziale, erede di Finmeccanica, è infatti una presenza importante nel mercato cinese. Leonardo starebbe per firmare un accordo di collaborazione con la cinese Comac (Commercial Aircraft of China) per la costruzione in consorzio del nuovo velivolo passeggeri “a fusoliera larga” Cr 929. Un’espansione produttiva necessaria al gruppo per rispondere a una fase di difficoltà finanziaria analizzata da Antonelli: “Da un po’ di tempo il titolo Leonardo viene preso di mira da fondi stranieri impegnati a scommettere ‘short’. Cioè a puntare ribassista, immaginando che il valore dell’ azione di Piazza Montegrappa possa scendere ulteriormente. Ora prezza poco più di 8 euro e in un anno ha perso oltre il 45% del proprio valore. Difficilmente potrà scendere, ma al tempo stesso i vertici sanno che servono nuove commesse per stabilizzare i fondamentali”.

Leonardo, nel progetto Cr929, prenderebbe in consegna la realizzazione della fusoliera del jet da 280 posti con autonomia di volo fino a 12mila chilometri. La progettazione dell’ aereo vede anche la collaborazione dell’ industria russa con Uac e Sukhoi, portando dunque la major italiana a doversi interfacciare con aziende strategiche di Paesi rivali degli Stati Uniti. La cui mano non è da escludere dietro l’assalto finanziario che ha messo Leonardo in difficoltà.

Gli Usa di Trump aprono a Leonardo per frenare Huawei?

Gli Stati Uniti di recente avrebbero di recente fatto sapere al governo italiano, attraverso fonti diplomatiche e di intelligence, di essere disposti ad accettare che Leonardo operi con partner russi e cinesi per condurre in porto una commessa destinata a generare ricavi per 15-30 milioni di dollari nel 2019, che aumenterebbero a oltre 40 milioni all’anno dal 2020 al 2025 e utilizzi l’importante stabilimento pugliese di Grottaglie in cambio di un ripensamento italiano su Huawei.

Il Cr929, del resto, è un velivolo da uso civile, non un dispositivo militare che porterebbe fuori dal campo atlantico know-how di interesse strategico. Dando semaforo verde alla formazione di una joint venture tra Leonardo, Sukhoi e Comac per realizzare il Cr929, gli Usa consentirebbero un precedente di non poco peso che varrebbe da apertura di credito all’alleato italiano per un richiamo nei ranghi sul ben più voluminoso dossier Huawei.

Nella logica di una rivalità sino ad ora rimasta nel livello di guardia, il caso Huawei è esploso in maniera improvvisa e violenta. Il fatto che gli Stati Uniti, sul dossier dell’infrastruttura tecnologica strategica, siano arrivati a richiamare il tema della fedeltà di campo è tanto rilevante quanto, fondamentalmente, indicativo dello stato della rivalità con Pechino. L’Italia ha pochi spazi di manovra in un gioco tra giganti e deve sapere massimizzare il suo interesse nazionale. Le recenti parole di Matteo Salvini hanno creato problemi nei rapporti con Pechino, problemi che i numerosi dossier sul tavolo impongono di calmierare. Perché, se si dovesse arrivare al bando di Huawei, esso dovrà essere limitato e separato dal grosso delle relazioni politico-economiche italo-cinesi. C’è da chiedersi, dunque, se quello che Washington avrebbe proposto a Roma sia un contentino o il riconoscimento di uno spazio di manovra, per quanto limitato nei rapporti con la Cina. E soprattutto, nel caso il secondo esista, se i nostri governanti siano disposti a preservarlo intatto e a trarne beneficio.